Le favorite

di Nicola De Zorzi
Copertina di Julio Armenante

1

Mamma ricevette questa telefonata. Prima della telefonata era bella tranquilla e simpatica; quando vide il numero si raddrizzò tutta dura; si chiuse in cameretta per tutta la conversazione, e quando ne uscì si era fatta storta e torta, molle-molle.

Si sedette di fronte a me e mi guardò negli occhi, e guardò oltre i miei occhi, e qualcosa sotto la sua palpebra inferiore tremava e scattava.

«Andiamo dalla tua nonna, Chele. Tu non ci sei mai stata, a casa di nonna». Non era una domanda.

«Partiamo domani. Adesso facciamo i bagagli e poi a nanna presto».

Avevo un sacco di domande, sulla nonna, sulla casa, sulle ragioni per cui bisognava andare dalla Nonna nella sua Casa. Non ne feci neanche una, perché Mamma prese a parlare a raffica, come non faceva quasi mai, come faceva solo quando aveva bisogno di calmarsi. Non parlò di Nonna, ma parlò tanto della Casa.

«Vedrai se non ti piacerà. È grande… no, grande non rende nemmeno… sai? Avrai una cameretta che da sola è grande più ti tutta la nostra casetta, e mangeremo in una sala che è grande almeno tre volte la nostra casetta. E c’è un giardino che… no, del giardino non te ne parlo. Non assomiglia – ci puoi giurare – a nessun giardino che hai mai visto».

«Ne ho visti tanti di giardini. Sono stata al parco, e siamo state allo zoo, ricordi? E alla serra…»

«Beh, il giardino di nonna è diverso ancora, ok?».

E io rimasi zitta, perché la cosa sotto la palpebra di Mamma tremava più forte ora, e avevo paura che la pelle le si staccasse. Mentre facevamo le valigie giocavamo a schivarci. La mia testa sotto il gomito di Mamma, la sua gamba sopra la mia schiena, le mie scapole a roteare accanto al suo sedere. Era un balletto che a Casetta bisognava fare in ogni stanza, in ogni momento. Ci stavamo appena. Non sarebbe stato male abitare per un po’ in questa Casa così grande – se davvero era così grande, perché Mamma sapeva bene come farmi credere quel che le faceva comodo.

Al mattino la sveglia fu dura; fuori era ancora buio e potevo sentire l’odore umido del terriccio perfino con la finestra chiusa. Non mi dispiacque il freddo, però, perché sapevo che tra poco il vestitino mi avrebbe soffocata, avrei sudato, mi sarei dimenata tutto il viaggio per la disperazione di Mamma, che avrebbe voluto il vestitino liscio come appena stirato.

«Questo vestitino deve arrivare da Nonna liscio come appena stirato» aveva detto.

Avrei avuto bisogno di andare in bagno troppo presto rispetto alla nostra partenza e troppo presto rispetto alla prossima stazione di servizio. Avrei chiesto Quando arriviamo?, e avrei fatto fra me e me giochini molesti pieni di rumorini, ma solo dopo aver chiesto a Mamma di partecipare («Macchina…» «…» «Gialla!» «Se mi tocchi, ti lascio qui»). Poi avrei chiesto di nuovo Quando arriviamo?

Dal nervoso, non sarei riuscita a dormire e Mamma mi avrebbe mal sopportata, tutta rigida sul sedile, solo con la palpebra inferiore che aveva gli spasmi, e la testa che ondeggiava un po’, simile all’alberello sul cruscotto, quello che non sapeva più di nulla da un mese o giù di lì.

Ci sarebbe stato questo caldo crescente che mi sarebbe grondato sotto le braccia e nel fondoschiena appiccicato al sedile, avrei pizzicato per tutto il viaggio il vestitino che avrebbe fatto fwaaaap staccandosi dalla mia pelle, raffreddandosi subito e facendomi rimpiangere il caldo di poco prima, e Mamma si sarebbe irritata, e avrebbe detto  «Chele. Chele, sveglia, su. Che siamo arrivate».

La levataccia troppo crudele, il caldo, il gentile mugghiare dell’auto, mi avevano cullata fuori dalla mia coscienza per tutto il viaggio. Avevo la bocca impastata e mi scappava la pipì.

La periferia, la campagna puzzolente, l’autostrada, me le ero perse tutte. Accanto a noi, accanto al mio finestrino, sfilava rapido lo statico di milioni di foglie. Rallentammo, e le foglie iniziarono a salutarci. L’auto faceva un gran polverone su una striscia di non-asfalto.

D’improvviso, nelle foglie si aprì un buco grande abbastanza da inghiottire l’auto. L’auto si lasciò inghiottire.


Le ruote sgranocchiavano una stradina di ghiaia grigia e dorata. Alberi alti e curvi archeggiavano sopra di noi, lasciandoci cadere addosso appena qualche coriandolo di sole. Lontano, dritto davanti a noi, c’era un puntino di luce bianca che si allargava a ogni giro di ruota.

«Perché dici che siamo arrivate? Siamo in un bosco».

«Non è un bosco. Questa è la casa di Nonna».

«Bo-oosco».

«È l’ingresso della casa di Nonna, maledizione a te. Sei stata così buona per tutto il viaggio, non potevi continuare ancora un po’?»

«Mi scappa la pipì».

«Ti riporto in autostrada e ti ci lascio».

Cercai di concentrarmi sulla bellezza di ogni singola foglia che si strusciava contro il finestrino, mi sforzai di malpensare a Casetta, piccola e squallida, e di immaginare invece le meraviglie che mi attendevano. Ma la piccolezza e lo squallore di Casetta li conoscevo bene, erano miei. Le meraviglie che ancora non conoscevo, invece, cosa potevano nascondere?

E chi era questa Nonna che non avevo mai visto in vita mia e senza motivo, dal nulla, si faceva sentire? E ci sarebbe stato qualcun altro nella Casa enorme? E a farci che?

La stradina finì. La luce ci inghiottì come poco prima ci avevano inghiottite le foglie, e fummo a Casa.


Andavamo così lente che non disturbammo neanche una foglia. Sembrava che Mamma stesse guidando l’auto in punta di piedi, ma per quanto piano potesse fare, non c’era verso di evitare lo sgranocchiare delle ruote, quel rimbombo di grandine.

Ora la ghiaia era candida, piatta e pettinata. Su di essa, lì dove terminava simile a un isolotto contro il mare increspato degli alberi oro e smeraldo, erano parcheggiate quiete tre auto. Erano color carbone e coloro fiamma e neve, quasi tutte più grandi e feroci della macchinina di Mamma, che si avvicinò ancor più quatta, pronta a sottomettersi.

Alla mia sinistra, un’ombra mi attraversava la coda dell’occhio. Sapevo che era la Casa. Pensai più volte di girarmi a guardarla per bene, ma non ce la facevo. Fu solo quando l’auto si spense, quando Mamma mi disincantò col Clac delle maniglie e la prima onda d’aria fresca mi sciacquò, quando Mamma mi disse che con le buone o con le cattive dovevo scendere, che mi toccò guardarla per bene.

La Casa gettava un’ombra che era un’eclisse. Il sole affondava dietro il suo tetto e tagliava l’erba – che iniziava dove la ghiaia finiva – in due emisferi: uno verde acceso dove il sole arrivava, e uno blu-acqua, blu-luna, dove l’ombra impediva i raggi caldi.

Sotto quel non-sole, la Casa appariva strana. Io credevo che le case fossero dei quadrati con un triangolo sopra, e magari a volte due lati di quel triangolo colavano un po’ oltre il bordo del quadrato: una scatola per contenermi e un tetto per coprirmi, semplicissimo. Il resto, quello che stava dentro, più complicato nel suo gioco di stanze e corridoi, mobili e cassetti, fino all’intestino dei tubi e al sistema nervoso dei cavi, era altro dalla casa, era già una realtà a sé, separata dalle pareti così come l’interno delle mie orecchie, della mia bocca, la carne sotto la mia pelle, erano separati dalla mia pelle.

La Casa, invece, in questo senso aveva una pelle trasparente, attraverso la quale le assurdità e le irregolarità della sua vita interna, una vita da mostro di Frankenstein, si riflettevano all’esterno. Il tetto aveva lati e spigoli impossibili da contare e comprendere, abbaini che sembravano dare gli uni contro gli altri, nicchie e bozzi. Le pareti crescevano le une sulle altre, deviavano in angoli e finestre poste ad altezze sciocche. L’intonaco si stendeva liscio solo per scoprire, a un certo punto, sassi e legno; spuntavano tubi d’ottone scintillante, accanto ad altri verdi come muffa. In mezzo a tutto questo, aperto, c’era un portone nero.

Mamma non si girò verso di me, prima di entrare e sparire oltre il portone. Aggrappandomi a una delle valigie che stava trascinando, la seguii.

Non ne ero sicura, ma mi sembrava che ci fossero delle voci ad accompagnare il macinare delle nostre valigie, e che queste voci si fossero fermate al nostro ingresso. Ci fermammo anche noi allora, guardandoci intorno, Mamma con il movimento del collo lento e costante di chi già sa e teme, io con la bocca aperta abbastanza da farci entrare le mosche.

Ci trovavamo in una di quelle cose che sapevo chiamarsi Saloni. Era tondo e perfetto, da chiedersi dove fossero finiti tutti gli spigoli e tutte le interiora che avevo visto fuori, da chiedersi se la casa non fosse per caso rovesciata come un guanto. Alle pareti del salone correvano tutt’intorno delle porte, ognuna chiusa. Era tutto scuro, di un buio bucherellato qui e lì dai raggi bianchi e polverosi di finestre troppo alte, che andavano a imbiancare mazzi di fiori appesi a vasi neri, e dall’incendio candido di una porta gigantesca, tutta vetro, esattamente di fronte a noi, lontana come il sole. Sopra la porta si snodava una scalinata gemella, due ali di scale con un corrimano a sbarre, che terminavano in un pianerottolo a malapena visibile da tanto era nero.

In che razza di posto mi aveva portata Mamma? Perché eravamo ancora lì? Quanto a lungo saremmo dovute rimanere? Potevo essere disposta a morire di paura per qualche minuto ancora, ma sapevo che le valigie che avevamo preparato non contenevano roba per qualche minuto appena. Nel silenzio, due porte si aprirono, dei passi scesero dalle scale; altri passi, venendo da dietro di noi, mi fecero sapere circondata.

Ci assalirono figure alte e basse, tutte scure e terrificanti. Appena prima che strillassi, appena prima che il groppo che sentivo in gola mi colasse dagli occhi e dal naso, le sagome gridarono:

«Ben arrivate!»

Sperai che non avessero visto la mia espressione in quel momento, che sapevo a mento d’arancia, bocca all’ingiù, occhi d’acqua. Sperai che non notassero quanto mi luccicava il groppo che stavo iniziando a buttar fuori. Attorno a me e Mamma c’erano tre figure grandi e tre piccole, due donne e un uomo e tre bambine. Le figure grandi si accalcarono attorno a Mamma, quelle piccole vennero a pressare me. Mi guardarono in silenzio.

Poi ci fu un cambio, e le figure grandi vennero da me, e le piccole fecero il girotondo attorno a Mamma, e quelle grandi non stavano più zitte, e quelle piccole guardavano Mamma con curiosità animale.

Due paia di mani mi presero per i polsi e mi trascinarono su. Altre mani, sorde alle proteste di Mamma, afferrarono le valigie. Salimmo tutti leggeri, persone e bagagli; io, altalena tra quelle mani, non avevo peso e facevo la cavalletta a quattro gradini per volta. Una volta sul pianerottolo, ci dividemmo.

C’era un signore che mi chiese di chiamarlo Zio e di seguirlo nel corridoio buio che avevo di fronte. Era alto e un po’ curvo, lo Zio, forse curvo perché alto, testa sempre in procinto di farsi inghiottire dal buio superiore del corridoio. Con lui c’era una bambina incredibilmente piccola, la cui ombra timida da lucertola stava sempre appiccicata al ginocchio del gigante, al quale afferrava un lembo del pantalone. Sebbene così azzoppato, lo Zio insistette comunque per prendere la mia valigia e, con la mano libera, afferrò la mia. Si mosse ondeggiando con queste tre zavorre, e ci allontanammo nel buio. Feci giusto in tempo a guardare Mamma un’ultima volta: circondata dalle tre donne spariva anche lei, senza guardarmi. Le altre due bambine mi vennero dietro, più vicine di quanto volessi.

Mi sentii tradita, ancora una volta terrorizzata. Chi conosceva questo Zio, dopotutto, e la sua creaturina abbarbicata dagli occhi verdeilluminati al buio, incerti e gelosi? Perché dovevo seguirli al buio? Cosa volevano le altre due? Passammo accanto a una porta socchiusa. Vidi una vasca da bagno priva di doccia, con un unico rubinetto e due manopole.

Stavo per strapparmi di dosso quella mano dalle dita troppo lunghe quando, nel buio, una luce verde e blu, e delicata, tagliò il buio alla mia destra. Lo Zio, con l’abbarbicata addosso, si separò da me per aprire la porta con un’alata del braccio. Con tutta la mia paura, prima ancora di rendermene conto ero già sulla soglia.

La luce verdazzurra che tagliava il corridoio colava tutta dall’unica finestra della stanza: grande, ovale, quadripartita in spicchi da una croce: uno verde e uno azzurro, uno verde e uno azzurro, che si mescolavano e fondevano in quella tinta bizzarra che sapeva di acqua marina, di germoglio coperto di brina. In questa luce si poteva galleggiare; mi parve così di muovermi per ore, lenta come un mollusco, in quella stanza che – Mamma l’aveva detto – era grande come tutta la nostra Casetta. Avrei potuto nuotare nel letto enorme e scavare la mia tana nell’armadio alto come un albero, nuotare a mezzo metro dal pavimento senza mai toccarlo.

Lo Zio mi seguì dentro. Nell’acqualuce della stanza, pareva finalmente meno enorme. Intendiamoci, era ancora altissimo, ma almeno adesso gli riuscivo a vedere per bene il viso, che era lungo come tutto il suo corpo, e un po’ goffo, e stanco, di una stanchezza tutta tesa e floscia al contempo. Forse era stata quella stanchezza a sembrarmi così minacciosa sul volto di tutti, pochi minuti prima.

«Ed eccoci qui, mh?» allargò le braccia e le lasciò ricadere lente e molli sui fianchi. Anche la sua voce era lenta e molle. Mugugnava molto e formulava un po’ alla volta. «Ti mm-piace?»

Annuii piano. La bambina, ormai parte della gamba dello Zio, mi guardava fissa da dietro un ginocchio.

«Bene, bene. E spero che ti piacerà anche la-mmh, compagnia».

Diede una pacchetta alla bimbetta ancora mezza aggrappata, staccandosela di dosso come un frutto. Vidi che le altre due bambine aspettavano sulla soglia.

Così, eccomi sola in quella stanza-lago, stanza-stagno. Avrei voluto esplorarla un po’, o magari disfare la valigia e sistemare le mie cose, ma mi accorsi di essere un bel po’ stanca, e che fra tutte le meraviglie della stanza, il letto era quella che mi attraeva di più. Guardai la mini-bambina, che a propria volta mi fissava. Dietro di lei, c’erano le altre due, che erano entrate e mi fissavano pure loro, con pelle di sirena. Chiesi se potessi dormire un po’– il che significava che volevo stare da sola.

«Certo!» rispose quella che sembrava più alta. Ma non accennò ad andarsene; anzi, fu lei a sospingermi dolcemente fra le onde delle lenzuola, nelle quali fluttuai e poi affondai. Chiusi gli occhi, e quando li riaprii le tre bambine erano sdraiate attorno a me, in quel letto che doveva esser fatto per contenerci tutte quante.

2

Mi svegliarono un paio di occhi che sorridevano sopra di me. Era buio e mi trovavo nel fondo del lago o di uno stagno o in mezzo a un bosco fitto fitto, e gli occhi potevano essere quelli di un pesce, di un coccodrillo o di un gufo, e quel sorriso era malevolo. Mi tirai su di colpo, e sbattei le palpebre, mentre qualcuno lanciò un lieve strillo soffocato accanto a me.

«Ehi, ehi. Tutto bene?» mi chiesero gli occhi e la mano, che ora non mi scuoteva più «Ti volevo solo svegliare. È ora, sai».

Mi tirai su e cercai di capire dov’ero. Nella mia stanza, ovviamente, che per qualche ragione ora era tutta più scura. Dalla finestra tonda, la risacca verdeblu entrava quieta, a malapena in grado di illuminare i contorni degli oggetti. Quanto avevo dormito?

La mano si staccò dalla mia spalle e io mi rattrappii tutta.

«Tutto bene?» ripeté la voce. Gli occhi non sorridevano più; erano preoccupati.

«Sì, grazie» risposi a forza. «Mi avevi solo…».

«Spaventata?»

«Sorpresa».

«Scusami».

Restammo un po’ in silenzio, io e gli occhi, finché quelli non sorrisero di nuovo.

«Dicevo, è ora. Per la cena, sai».

«E il pranzo?»

«Per quello non c’è stato verso di svegliarti. Ehi, adesso accendo un po’ la luce, sì? Così ti svegli tutta».

Strizzai le palpebre. Quando le riaprii, avevo di fronte, seduta sul letto, una delle bambine che avevo intravisto qualche ora prima, quella più alta. Era più vecchia di me, ed era bella ed era dolce. Mi aiutò ad alzarmi, sempre con mille premure che non rimanessi aggrovigliata nelle lenzuola, alle quali mi ero fusa in un vortice. Nel vortice c’era anche la piccolina, che protestò appena quando la bambina alta liberò anche lei.

«È tornata qui da te subito dopo pranzo. Mi sa che le piaci».

Quando mi fui vestita arrivò il momento di uscire nel corridoio nero; esitai, dissi che non vedevo nulla. La bambina alta fece finta di crederci, e mi prese per mano. La piccola ci zampettò dietro e mi afferrò l’orlo del vestito.

«Ma tu» dissi, forzando la domanda così semplice «Come ti»

Si chiamava Clara, ed era mia cugina.

«Qui dentro siamo tutte parenti. Io te siamo cugine, tu e Caterina e tu e Emma (questa qui) e Emma e Caterina e io. I nostri genitori sono fratelli. Ma non dirmi che non lo»

«Non lo sapevo proprio».

«Stra-aano».

«E la Nonna?» chiesi «Vedo anche lei, adesso?»

«Certo! Stasera è importante. Perché ci siamo tutte, finalmente».

«Ma tu non lo sai perché ci ha chiamate qui?»

«No-no. Cioè, più o meno. È una cosa complicata, dice mia Mamma. Com-pli-ca-ta. Ma adesso ci spiegano tutto loro, tranquilla».

Stavamo scendendo nel Salone. Ora era tutto illuminato, ogni porta aveva accesa sopra allo stipite una lampada simile a una lanterna. Due porte erano aperte: da una usciva una luce arancio-fiamma accompagnata dal profumo caldo della cena; dall’altra, una luce gialla soffusa, e il suono di diverse voci altrettanto soffuse. Nella luce danzava un po’ di polvere simile a brace. Clara starnutì, e sussultai. Strinsi senza volerlo la sua mano, e lei mi sorrise serena attraverso gli occhi umidi. Tirò fuori dalla tasca del vestitino una pipetta di plastica color lampone e, con grande eleganza, se la mise in bocca e respirò. Quindi, sorridendo di nuovo come per scusarsi, mi fece segno di seguirla nella stanza. Cercai di non nascondermi dietro di lei; staccai addirittura la mia mano dalla sua e feci finta di non pentirmene.

La stanza era color senape ed era tonda-tonda. Il tavolo era enorme e scuro, e tondo pure lui, ed era apparecchiato e imbastito con più roba di quella che io e Mamma avremmo messo in tavola in un mese. Clara mi lasciò all’improvviso. Prese posto accanto a una donna di media statura che le somigliava in modo inaccurato, che mi sorrise rigida. Di fronte a me, accanto allo Zio con la sua figlia-appendice, c’era una donna alta e magra e biondorossa. La donna teneva nella propria ombra secca l’altra bambina che aveva dormito con me; la bambina sedeva sghemba come per fare il verso alla madre, del cui abito indossava una copia in miniatura, con una spallina che continuava a scivolarle sul braccio magro. La donna biondorossa sorrise con qualche dentino, affilato e bianchissimo in semivista, e la bambina la imitò esagerando.

Adesso che ero in mezzo ai miei parenti, le chiacchiere tutt’intorno frullarono assordanti, più di quanto il nostro numero potesse giustificare. Ogni tanto qualcuno mi rivolgeva una domanda sciocca, e poi si dimenticava di me prima che potessi rispondere.

La conversazione presto si spostò sul solo versante adulto della tavolata. Vedevo che Mamma guardava la Zia bassetta con apprensione, e la Zia bassetta ricambiava lo sguardo a intervalli, come se non volesse offrire a Mamma un appiglio facile.

«Senti» riuscì infine a dire Mamma «Non ti ho più detto».

«No» la interruppe la Zia bassetta «Non l’hai fatto. Dopo due anni. Du-e».

Parlava in modo strano – che mi sarebbe parso divertente se non fosse stato per il suo tono grave – tutto a tagli di sillaba sulle parole che riteneva importanti.

«Lo sai che arriva sempre un po’ tardi, lei» di intromise la Zia biondorossa, che parlava calma e serena «Non è l’unica cosa che si è persa, negli ultimi anni».

Lo Zio non disse nulla, guardando ora qui e ora lì con occhi a ping-pong, e mangiava con gusto, finché decise, col suo tono ondeggiante, di cambiare argomento.

«Chissà come… mmh… andrà a finire».

«Mi sembra una cosa ri-di-co-la», scattò sulla sedia la Zia bassetta, distraendosi da Mamma.

«Ti sembra ridicolo perché hai paura che ti vada male, tesoro», ghignava la Zia biondorossa.

«…» taceva Mamma.

«Non dirmi che tu sei d’accordo con questa pagliacciata! Perché questo è, una pa-gliac-cia-ta».

«Ma… mmh… cosa dovrebbe succedere?»

«È ri-di-co-lo, e io non ci sto».

«…»

«Non ci stai perché non hai la coscienza pulita, cara. Mica sono tutti come me, che sono sempre…»

«Ancora, mi… mmh… spiegate cosa?»

«Ma non sai niente, tu, tesoro?»

«Co-scien-za? La mia coscienza è stata un po’ occupata negli ultimi…»

«Due anni, sì, cara, ma sarebbe ora che ti ripigliassi».

«CO-SA?» La Zia bassetta era paonazza.

«E poi, sai che c’è, cara? Che alla fin fine, tra tutti i mariti che ci siamo scelte, tutte e tre, uno che è schiattato si è rivelato il più decente di»

«Sono venuto solo perché mamma sta… mmh…»

«Sei venuto per mangiare gratis, tu. Caro».

«Non essere così… mmh…»

«…»

«Ma su questo ha ben ragione» disse la Zia bassetta, cambiando l’oggetto della propria ira «Non ti sei preoccupato di niente, tu, non hai fatto domande. Neanche u-na, finché sapevi che potevi venire a pigliarti»

«Ma ehi, sono venuto perché era… mmh… naturale, viste le circostanze».

«Ri-di-co-lo».

Quando Clara guardava sua madre, sembrava vergognarsi un po’. Caterina, invece, se la ghignava con l’aria di chi la sapeva lunga. Quando il suo sguardo si incrociò con quello di Clara, grugnì. Clara scosse la testa.

La Zia biondorossa si girò verso Caterina, e le tirò uno schiaffo sulla nuca, facendole esplodere la chioma in uno sbuffo ramato e causando una nuova scivolata della spallina. Ora fu Clara a ridere, e la Zia bassetta la sgridò per bene.

«Impara a comportarti tu, ver-go-gno-sa. Prendi esempio da tua cugina, invece. Prendi esempio ti di-co».

Sussultai nel sentirmi chiamata in causa. La Zia biondorossa mostro ancora i dentini perlati.

«Prendi esempio, prendi esempio. Brava a comportarsi, proprio. Come sua madre, sì».

Mamma impallidì, poi arrossì. La Zia biondorossa le sorrise tutta innocente, e quando Mamma stava per alzarsi, e prima che succedesse chissà cosa, dalla porta arrivò un ticchettio.

Nonna entrò calma facendosi forza sul bastone e, passandoci accanto, occupò l’impossibile capotavola di una tavola rotonda.

Non ricordo molto della Nonna per come apparve quella sera. A parte il bastone, mi è rimasta impressa una specie di mantella color prugna che le vaporeggiava attorno, e un cappello gigantesco, ma gigantesco, dello stesso colore, un cappello dal diametro di un ombrello da spiaggia, mi sembrava, sotto al quale si vedeva solo una boccuccia che sembrava un chicco d’uva. Ricordo anche che, sebbene sotto il cappellone non potessi vedere i suoi occhi, ero certa che non avesse guardato nessuno mentre si accomodava.

«Allora» disse «Vi spiego un po’ cosa facciamo di bello, adesso».

3

Quando Nonna parlò del torneo, delle prove e della Casa in palio, ricordo che la cosa non mi parve troppo strana. La Zia bassetta blaterava di cose come Te-sta-men-to, As-se-e-re-di-ta-rio, che nella mia testa non avevano poi più senso di un torneo.

Ero tornata da sola in Cameretta. Emma mi aveva raggiunta poco dopo e, ovviamente, era rimasta zitta. Clara e Caterina entrarono assieme; indossavano degli accappatoi e sapevano di pulito. Clara stava praticamente scortando Caterina, a braccetto; quest’ultima si sfregava la testa con un asciugamano come se le gocce d’acqua le dessero lo schifo, e tremava un po’. Quando la spallina dell’ accappatoio scivolò, lei la recuperò di furia e mi guardò come se l’avessi offesa. Alla fine si calmò e, nascosta in un angolino, indossò il pigiama e si mise a letto, tutta aggrottata.

Nella Cameretta un’abat-jour spandeva una luce zafferano nel verde-petrolio che ci era calato addosso. Non sapevo se sarei riuscita ad addormentarmi con le mie cugine impilate accanto a me nel lettone, non sapevo se sarei riuscita a dormire senza di loro.

Eravamo in guerra, era chiaro, e forse non sapevamo se era giusto che quella guerra ci riguardasse.

Clara sembrò leggermi nel pensiero.

«Non farci caso, a quelli. Fanno un po’ così, ma vedrai che non succede nulla di brutto. Anzi, vedrai se non ci divertiamo, alla fine».

«…»

«Non c’è da preoccuparsi, vedrai».

«Io mi preoccupo».

Io e Clara ci girammo di scatto verso Caterina che,mezza senape e mezza nera, era tornata vivace.

«Tu ti preoccupi?» Clara alzò un sopracciglio.

«Ehi, queste sono cose serie. Lo dicono tutti, laggiù».

Caterina ridacchiò; sparì e dopo qualche istante, si mise a sedere.Mi fece un occhiolino, poi guardò Emma, che si imbacuccava in un angolino del letto, ancora contrariata per essersi separata dal padre.

«Iniziamo a dire una cosa» fece Caterina «Io non mi fido di nessuna, qui».

Ci guardò a turno socchiudendo gli occhi. Poi scoppiò a ridere, e fece un saltino sul lettone con uno spruzzo di lenzuola.

Mi fissò e si fece seria di nuovo.

«Intanto» disse allungandosi verso di me fino a che la sua mano non mi fu praticamente sotto il naso «ciao. Mi chiamo Caterina.

«Ma lo so» risposi.

«Sì beh, anch’io so chi sei tu, ma non ci siamo mai presentate».

Allora le strinsi la mano, che era tiepida e sottile e forte, e le dissi il mio nome.

«Ma lo so» disse lei. Poi rise. Senza volerlo, le feci eco.

«Queste qui le conosco già. Clara» disse, indicandola «mi odia e io la contraccambio».

«Non è vero che ti odio. È che sei un serpente». Caterina alzò gli occhi al cielo.

«Ancora. Non l’ho fatto apposta».

«Potevo rimanerci».

«Secca, sì. L’hai già detto, e sei già secca, tu».

Rimasero a guardarsi male finché non risi. Lo feci più che altro per nervosismo, ma servì ad alleggerire la tensione. La mia era in realtà una risata di confusione, perché non capivo come queste due, che prima sembravano infermiera e malata, si odiassero, e neppure ne capivo bene la ragione.

«Io sono la più grande esperta della casa» mi confidò Caterina. «Se vuoi esplorarla, dimmelo».

«Secondo me Chele stasera vuole solo dormire» disse Clara.

«Secondo me deve dirmi cosa vuole lei».

Ammisi di essere stanchina, ma assicurai a Caterina che avrei senza dubbio esplorato la Casa con lei, magari domani. Caterina annuì un po’ delusa, rotolò all’altro capo del letto, e ci diede le spalle. A un certo punto, Clara spense la luce.

Così, la mia prima notte nella Casa mi trovò meno sola di quanto avrei temuto di essere, e allo stesso tempo isolata crudelmente, come accade a tutti quelli che si addormentano per ultimi: respiravo in silenzio, temevo di muovere anche solo un dito e far frusciare le lenzuola come una risacca.

Chiudevo gli occhi e mi sforzavo di tenerli chiusi, ma era come trattenere il fiato. Andai avanti a chiudere-riaprire per chissà quanto tempo, finché nel buio petrolio della stanza mi si parò davanti un’ ombra verde.

«Non svegliarle» Caterina prevenne il mio grido.

Mi fissò in silenzio per un po’; la fissavo anch’io, cercando di tenerla a fuoco.

«Ti va di fare un giro? Anche se non è ancora domani?» disse infine.

No, non mi andava per nulla. Lei dovette capirlo, perché la sua ombra mise il broncio.

«Eddai, che mi annoio. Hai mica paura?»

«Tu hai paura» bisbigliai «Se no potevi andare in giro anche da sola».

Caterina ridacchiò e mi prese la mano.

«Sei forte, tu» disse, e mi trascinò fuori.

Attraversammo il corridoio che a quell’ora era buio buio, e lo facemmo di corsa e in silenzio, perché Caterina insisteva che le nostre Mamme non dovevano trovarci in giro a quell’ora. Io ero silenziosa anche perché quel buio mi sapeva di cose ben peggiori delle nostre Mamma, e feci del mio meglio per percorrerlo senza respirare, senza guardare, di modo che non mi entrasse né dal naso, né dagli occhi.

A un tratto, dove le mie palpebre chiuse arginavano il nero, si accese tenue una luce rosata. Eravamo arrivate sul pianerottolo. Davanti e dietro di noi c’erano le scure gole gemelle dei corridoi, entrambe terrificanti. Fui felice che Caterina decidesse di portarmi nel Salone.

Scendemmo gli scalini in punta di piedi come cartoni animati. Mi accorsi solo in quel momento di essere scalza. Il Salone era spento, ma illuminato dalla luna, che forava finestre che, l’avrei giurato, di giorno non esistevano. Il raggio più grande arrivava però dalla porta trasparente. I fiori, appesi tutti attorno, perdevano ogni colore che potevano avere di giorno, diventando tutti bianchi e azzurri.

«Lì dietro c’è il giardino» mi spiegò Caterina «Ma noi non ci andiamo».

«Perché?»

«Perché la mia mamma non vuole» ammise Caterina.

«Meglio non fare quello che la tua Mamma non vuole, vero?»

«Verissimo» rispose lei, con un misto di vergogna e orgoglio «Anche mio papà non faceva mai quello che non voleva mia mamma. E lui, voglio dire, è magico».

«Come, magico?»

Caterina non rispose e svolazzò al centro del Salone, bianca e nera e azzurra, evitando ogni mia ulteriore domanda. Si guardò attorno contenta, col pigiama che le veleggiava attorno, senza accorgersi della spalla di nuovo scoperta.

«Da dove iniziamo?» chiedeva più a se stessa che a me.

Mi condusse verso una porta scura, che si aprì su una stanza con quattro pareti strette e un tavolo, ma nessuna sedia, né altro mobilio. Ingoiai la sorpresa per quella stanza assurda, e  Caterina mi trascinò fuori di nuovo, a esplorare ancora e ancora.

Scoprii che la sala in cui avevamo cenato non poteva chiamarsi Sala da Pranzo, perché era un’altra la sala in cui avremmo pranzato, quindi per la stanza che già conoscevo andava meglio Sala da Cena. La Sala da Pranzo era ancora più grande, alle pareti contai sedici angoli, otto dei quali erano occupati da finestre spigolose con ossa di metallo fine; dove dessero quelle finestre non potevo dirlo, perché sembrava che la luna non arrivasse lì.

C’era una stanza dalla cui porta semichiusa usciva una luce color brace, e un rumore soffocato d’acqua e metallo.

«Ce ne stiamo lontane da lì, adesso, sì?»

«Cosa c’è lì?»

«La cucina. Non senti che c’è qualcuno? La servitù. E noi non vogliamo dargli fastidio, no-no. Vieni. Lontana, lontana, piano, piano».

Mi portò in una stanza con un biliardo e decine di animali grandi e fermi e polverosi; una stanza con tante file di sedie tutte collegate e una parete vuota; una stanza con tante file di sedie, non collegate stavolta, tutte separate e morbide di velluto, disposte ad anelli sotto tanti archi, e sotto queste sedie, metri e metri più in giù, ce n’erano altre, e ci si chiedeva come facesse quella stanza ad affondare così tanto sotto il pianterreno. C’era una stanza stipata di arnesi da lavoro, una giungla di ruggine, e c’era una stanza completamente vuota, le cui pareti spellate sputavano fuori l’eco dei nostri respiri. 

«Qui, invece» mi disse davanti a una porta a tonda e seria «C’è il salotto. Il loro salotto. Dei grandi.Lo vogliono tutto per sé. Come la sala dei professori a scuola».

«E perché?»

«Questo è un segretissimo, ok? Ieri ho visto lo zio che giochicchiava con un quadro alla parete, e non ho capito mica perché. Quando ha visto che l’ho visto, è diventato tutto strano, mi ha sorriso strano ed è andato via. Allora ho chiesto alla nonna che ha di speciale quel quadro, e lei mi ha detto cose tipo Niente niente, e Non devi entrare qui, gioca da un’altra parte. Allora io ho capito che lì c’è un tesoro».

Mancava solo una porticina, che Caterina aveva deciso di tenere per ultima. Era nascosta al lato di un’altra porta, così vicina che gli stipiti si toccavano. Caterina l’aprì e dentro non c’era nulla; e nel nulla, Caterina si tuffò. D’istinto, la seguii.

Caterina mi prese la mano in mezzo a due pareti strette strette contro i gomiti, col soffitto così basso da sfiorarlo coi capelli, e nel freddo sotto i talloni e nel mio respiro della scala nascosta, diretta chissà dove. A un certo punto Caterina si fermò, e io le finii col naso fra le scapole.

Si girò, mi prese il viso fra le mani, con quelle dita che avevo stretto poco prima, e che ora mi plasmavano delicate le guance.

«Ma come mi sei rimasta vicina, tu. Che brava. Mi piaci».

Mi stampò un bacio a ventosa sul naso, rise, si girò, e aprì una porta. Una quasiluce bluastra illuminò il dito che teneva sulle labbra.

«Loro corridoio» bisbigliò. «E più in su – lì davanti, vedi? La porta? Per la Soffitta».

Aspettò che dicessi qualcosa, magari che le chiedessi di portarmi lassù. Se era così, mi sopravvalutava.

«È bello, lassù» disse «Il posto più bello di tutta la casa».

Stavo per cedere, convincermi ad attraversare per quel forse mezzo metro il corridoio nero e alieno, quando un rumore di passi scricchiolò sulle assi del pavimento. Caterina si ritrasse, chiuse la porta e mi spinse giù. Volai sul bordo dei gradini che mi urtavano i talloni; in pochi sobbalzi mi ritrovai nel Salone, splendente dopo il buio a cui mi ero abituata.

La luce-brace della Cucina ora era completamente spenta. Caterina raccolse il fiato alle mie spalle e chiuse la porticina.

«Non c’è più nessuno in Cucina» dissi.

«Meglio. Possiamo stare tranquille, allora».

«Ma perché?»

«Perché quando la cucina ha quel colore lì, come di fuoco, vuol dire che dentro c’è la servitù. E quelli sono pericolosissimi. No, adesso non ti spiego perché. Torniamo su, che magari Clara si sveglia e vede che non ci siamo e pensa che ti abbia mangiata o che ne so».

Tornammo su ridacchiando. Sul pianerottolo, potemmo sentire che dal corridoio gemello del nostro salivano e scendevano a onde le voci dei nostri genitori, orchestrate da quella di Nonna. Stavano avendo una discussione molto animata, ma prima che potessi capire bene riguardo cosa, Caterina mi portò via.

Stavolta lo attraversammo pian pianino, il corridoio, il che non mi dispiacque tanto, perché avevo molta meno paura di prima, con la mano di Caterina che mi guidava. Mentre le voci si scioglievano nel buio, con la mano libera tastavo ora la parete destra, ora quella sinistra. Trovando solo la porta del bagno – davanti al quale Caterina accelerò il passo –  seppi che quel corridoio così lungo era fatto appositamente per ospitare la camera da letto che occupavamo noi. Un corridoio per noi, e nessun altro.

[CONTINUA…]


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