Un terremoto, ovvero, l’elezione di Gabriel Boric

di Andrea Bruccoleri
Copertina trovata sul web.

Angelica ci scherza su: sono un popolo di ballerini loro, perché se vivi nella Cintura di fuoco del Pacifico devi ballarci per forza, con la terra.

Antonia mi prende in giro perché uso la parola “terremoto” a sproposito, per riferirmi a delle scossette innocue per cui non c’è motivo di allarmarsi e che da queste parti infatti chiamano “tremori” – temblores – per differenziarli dai terremoti veri e propri.

Ogni anno si registrano sette terremoti e almeno cinquecento scosse.

Sua nonna se lo ricorda ancora il terremoto di Valdivia del ’60, il terremoto più forte nella storia dell’umanità: un sisma di 9,5 gradi della scala Richter.

Dicevo Allende, quando sono arrivato in Cile. Sempre Allende, dicevo. Pablo Neruda, Victor Jara. A volte menzionavo Camila Vallejo, ma era raro. Come se il tempo si fosse fermato all’11 settembre del ’73, al golpe de estado.

Antonia mi ascoltava e diceva Eh. Già. Sospirava. Diceva Va bene Inti Illimani. Va bene il charango, ma senza smartphone qui non vai da nessuna parte.

Poi mi ha rivelato che Neruda, nelle sue memorie, si era vantato di avere stuprato una donna. Poi mi ha fatto vedere come mangiare un completo senza sporcarmi le mani di maionese.

Una sera, in un bar di Puerto Montt, mi ha spiegato cos’era stato il movimento studentesco del 2011. Mi ha mostrato una foto che ritraeva Gabriel Boric, Giorgio Jackson, Camila Vallejo.

Erano belli.

Erano ventenni.

Camilla Vallejo, Giorgio Jackson, Gabriel Boric

Dicono La delinquenza. Sempre La delinquenza dicono, gli elettori di Kast. Il rispetto per le istituzioni, per le forze armate. Dicono che sono cinquant’anni che i comunisti sono risentiti, non gli è mai passato l’astio per il Pronunciamento militare.

Gli domandi E i desaparecidos? I morti ammazzati?

Balle, rispondono alcuni.

Anche i comunisti erano degli assassini, rispondono altri.

È vero, ti rispondono i più sinceri. Ma era il prezzo da pagare per estirpare il cancro del marxismo. Per evitare un’altra Cuba. Per avere un paese dove tutti hanno un’auto e il cellulare.

Io lo spagnolo non lo parlavo mica prima di arrivare in Cile. E a quanto pare è stata una fortuna che lo abbia imparato qui, visto che tutti quelli che parlano spagnolo assicurano che non si capisce un accidente, di come lo parlano da queste parti.

Parliamo male, mi ha detto Antonia una volta che a Osorno avevamo ordinato un completo italiano in un chiosco.

Dicono Penca. Dicono Bacán. Fome, La raja. Sempre Weón dicono, ogni tre parole.

Così ho imparato che il completo italiano è l’hot dog che si farcisce con pomodoro, avocado e un quintale di maionese.

Lo schop è il boccale per bere la birra alla spina.

Ñuñoino è l’abitante di Ñuñoa, il comune di Santiago più alla moda.

Secondo il dizionario della Real Academia Española, il sesto significato di amarillo – “giallo” – sarebbe «il lavoratore o sindacato che difende gli interessi del padrone».

È stato il quinto terremoto più forte dall’inizio del novecento, il sisma di magnitudo 8,8 del 2010. Secondo i calcoli di alcuni sismologi, la scossa avrebbe spostato l’asse di rotazione della terra di otto centimetri.

L’estallido social, quello sì che è stato un terremoto, mi ha detto Antonia sorridendo, una volta che seduti in un bar di Concepción ci bevevamo uno schop di mezzo litro a testa.

In quei mesi ci siamo abituati ai saccheggi, alle barricate. Alle vetrine protette dalle lamiere, ai graffiti sui muri e sulle statue. All’odore dei lacrimogeni, al pericolo che un paco te ne spari uno dritto in faccia.

Il 78% con cui ha vinto l’Approvo al Plebiscito nazionale – il referendum in cui si domandava se fosse il caso di riscrivere la costituzione dell’‘80 – questo è stato uno tsunami, mi dice Angelica contenta, sfregandosi le mani.

Ci si abitua a tutto, col tempo.

Ci si abitua ai cavi elettrici in superficie nelle strade.

Ci si abitua al fatto che al supermercato, quando compri due scatolette di tonno con la carta di credito, la cassiera ti domanda se le paghi a rate.

Ci si abitua a fare debiti per curarsi una carie, a festeggiare un tumore maligno, che se invece è benigno l’assicurazione sanitaria non lo copre mica l’intervento.

Lo si considera naturale un sistema pensionistico privato, basato sulla capitalizzazione individuale. Un sistema in mano alle AFP, multinazionali che amministrano i contributi previdenziali dei lavoratori collocandoli in borsa mediante l’acquisto di azioni.

Ci si abitua a vivere nel paradiso del neoliberalismo, dove se rimani indietro è colpa tua, perché significa che sei uno sfaticato.

Ci si abitua persino a convivere coi terremoti.

Dicono Non ne possiamo più. Non ne possiamo più di questi immigrati. E Kast ha promesso che li rimpatria, i clandestini. Nel suo programma ha scritto che scaverà un fossato lungo il confine per impedirgli di venire.

Gli dici che queste misure sono impossibili da realizzare. Non ti ascoltano.

Dicono Non ne possiamo più. Non ne possiamo più di questi disordini, di queste manifestazioni. E Kast ha promesso il pugno duro contro i delinquenti. Nel dibattito alla tele ha ribadito il suo pieno appoggio alle forze dell’ordine.

Gli domandi E la gente mutilata dai carabinieri? Le violazioni dei diritti umani?

Balle, rispondono alcuni.

Se invece di protestare se ne stavano a casa loro, non gli succedeva niente, rispondono altri.

Anche se appena apro bocca si capisce subito che non sono di queste parti, a volte apposta (ma molto più spesso senza volerlo), riempio i miei discorsi di cilenismi.

Dico Luca, se devo parlare di soldi, perché diecimila pesos sono dieci luca.

Non dico Qué chuli. Perché qualcosa di figo, che spacca, in un ordine crescente di apprezzamento sarà Weno, Bacán, La raja.

Paco è lo sbirro, il carabiniere vestito di verde da cui è meglio stare alla larga.

Cabro è il maschio della capra, ma anche il pischello.

Weón significa compare. Ma anche coglione. Ma è anche l’intercalare preferito che all’orale riveste la stessa funzione di una virgola, o del punto esclamativo.

Alcuni compagni di Ñuñoa dicono che non lo votano, il Boric.

Gli dici che il programma non è male, vuole anche aumentare il salario minimo a cinquecento luca.

Ti rispondono Weón, va bene riformare il regime pensionistico. Va bene creare un modello di sanità che non discrimini nessuno, ma anche se venisse eletto non avrebbe i numeri al congresso per far passare le riforme.

Gli dici che Kast è un razzista. Uno che con nove figli ha proibito alla moglie di prendere la pillola.

Ti rispondono che Boric è amarillo. Un venduto che si è seduto a negoziare con la destra per il Plebiscito nazionale. Un weón che per pescare voti al centro ha rinnegato le sue battaglie di un tempo.

Di quando era un figo e non aveva ancora la panza.

Di quando Giorgio Jackson aveva tutti i capelli in testa. Prima che la Vallejo andasse a partorire in una clinica privata coi soldi da parlamentare.

Penca, mi ha detto Antonia il 21 novembre scorso, quando ha visto che Kast era stato il più votato al primo turno delle presidenziali.

Bacán, ha esclamato quando hanno confermato che Boric lo avrebbe sfidato al ballottaggio.

Fome, mi ha risposto quando le ho chiesto com’era stato l’ultimo dibattito televisivo fra i due candidati.

La raja weón, ha gridato stringendomi a sé, dandomi un bacio, il tardo pomeriggio di domenica 19 dicembre, quando hanno pubblicato i risultati definitivi del secondo turno: Gabriel Boric 55,87%, José Antonio Kast 44,13%.

Un risultato incredibile, ma credibile. È la prima volta che un candidato in svantaggio al primo turno riesce a ribaltare il risultato al ballottaggio.

Un successo inspiegabile, ma spiegabile. Mai come in questa tornata elettorale così tante persone si sono recate ai seggi. Mai un presidente era stato eletto con così tanti voti. Mai prima d’ora gli elettori avevano scelto un presidente trentacinquenne.

Boric ha vinto perché è giovane, e i più giovani l’hanno votato in massa, così come il 68% delle donne con meno di trent’anni.

Ha trionfato perché alle primarie della sua coalizione – Apruebo Dignidad – ha battuto il candidato del Partito Comunista, che in un paese così polarizzato la gente di mezza età non l’avrebbe mai votato come presidente, un comunista.

Ce l’ha fatta perché non è un cabro, ma un politico esperto che si è già fatto due mandati al congresso come deputato.

Ha vinto perché se fosse stato eletto Kast non sarebbero serviti a niente i trentaquattro morti dell’estallido social. Né le migliaia di occhi persi per strada, accecati dai lacrimogeni delle forze dell’ordine.

In media ogni dieci anni c’è un terremoto di magnitudo 8, in Cile.

Anche se il movimento delle placche tettoniche è impercettibile all’orecchio, non bisogna prendere questo silenzio per quiete: è nelle faglie del sistema che si annida il boato, il punto di rottura che genererà la prossima scossa tellurica.

Ho un po’ paura, ma non dico niente. Andiamo in piazza, ci abbracciamo.

Sarà bellissimo, mi dice Antonia, sorridendo all’obiettivo dello smartphone con il pugno alzato.


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