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YGRAMUL #1 - Tre eresie
By Malgrado le Mosche Posted in Racconti, Rubriche, YGRAMUL on 23/05/2024 0 Comments 22 min read
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di Annibale Mastroluca
copertina di Susan Orlok

Il Monte oggi è un paradiso. Il terreno selvaggio è ricoperto da erbacce e fiori poco appariscenti, più stelo e foglie che petali. Sembra quasi che si stiano impegnando a mimetizzarsi fra le erbacce. La loro funzione è quella di rendere piacevole l’odore dell’aria, dare riparo agli insetti, cibo agli animali che brucano e ogni tanto anche ricreazione agli animali che fumano. Il sole batte piacevolmente sulla pelle, la riscalda come se la stesse abbracciando, invoglia tutto ciò che è vivo a rilassarsi, fermarsi, dormire anche. Tutto lascia intendere che non ci sia posto più comodo al mondo. Bhehlem tira fuori dallo zaino una borraccia di pelle e manda giù avidamente l’acqua. Quando si sente dissetato passa la fiasca a Jizna, che fa lo stesso. Sono seduti a riposarsi, senza saperlo, sulla roccia più comoda della montagna: un masso che è stato scavato naturalmente dagli eventi atmosferici e dal tempo fino ad avere una depressione concava e smussata proprio sotto una protuberanza verticale, una convenientissima mini-poltrona di pietra. La natura è sempre generosa, bisogna solo saperne cogliere i doni.

«Ma sei sicura?»

«Di cosa?»

«Non lo so… stiamo scalando una montagna per vedere uno che sta fermo».

«”Quello che sta fermo”, come lo chiami tu, è uno dei più importanti chierici del nostro tempo. Ho la certezza che visitarlo possa essere una tappa fondamentale del nostro cammino spirituale».

Jizna afferra il suo bastone rituale in legno di faggio e lo usa come appoggio per rialzarsi in piedi. Batte le mani sul pantalone per pulirsi dalla terra e dai residui di erba secca rimasti incastrati nel tessuto.

«Ma se il cammino è spirituale perché dobbiamo arrivare fisicamente fino in cima? Mi fanno male i piedi…»
«Smettila di frignare, non abbiamo molto prima che faccia buio. Su, forza, in piedi».

Bhehlem si alza con fatica. Lasciandosi scappare un sommesso gemito di dolore, raccoglie il suo zaino e lo indossa sulle spalle.

«Ma non potevamo scegliere un altro dio?»

«Ti senti eretico oggi?»

I due riprendono la loro scalata. Le successive ore le passano principalmente a camminare, ma anche a saltare dirupi, scalare pareti rocciose, farsi mordere dai serpenti, effettuare riparazioni d’emergenza su calzature consumate, nascondersi dai cinghiali e altre attività spiacevoli.

Questa montagna potrà pur essere un paradiso ma, come si dice, ogni rosa ha le sue spine.

Se Bhehlem e Jizna non avessero saputo come badare a sé stessi ci avrebbero probabilmente lasciato le penne; saper curare i veleni con le preghiere torna sempre utile, oggi lo è stato più del solito.

Con non poco sforzo, finalmente arrivano sulla cima sinistra del monte Cornuturu, la montagna biforcuta. Sudati, doloranti, stremati, si lasciano cadere sull’erba. I loro occhi testimoniano un paesaggio mozzafiato, dalla vetta più alta della regione l’ultima luce del giorno colora d’oro la Capitale e le sue mura, il lago a spirale, il mare, il loro villaggio natale e il tempio da cui sono partiti, ora così lontano. Di fronte l’incomparabile bellezza del panorama Jizna si pente di non aver comprato quell’aggeggio fotografico da quel venditore ambulante mezzo uccello la settimana scorsa; gli aveva fatto anche un buon prezzo, un vero peccato.

Sulla guancia della ragazza scende lenta e solenne una lacrima di commozione.

«È bellissimo…»

Bhehlem tira su col naso, prova a darsi un contegno, senza molto successo.

«Anche tu sei commosso?»

«No, sto pensando al viaggio di ritorno.»

Alle loro spalle c’è una piccola struttura a pianta rettangolare fatta di grossi mattoni in pietra. Non ha porte mobili o finestre, solo una fessura alta e stretta sulla facciata principale. I mattoni intorno all’entrata sono gli unici decorati con dei bassorilievi ormai rovinati da vento, grandine e dai fastidiosissimi gabbioltoi che infestano le vette di queste montagne. Alcuni storici hanno modo di credere che vi ci fosse rappresentata la genesi del mondo, altri avanzano la possibilità che ci fossero scritte antiche preghiere ormai perdute.

Dopo essersi ripresi dalla fatica decidono di non perdere altro tempo ed entrare. L’anziano saggio che sono venuti a visitare è proprio fra quelle quattro mura. Un uomo, vecchio quanto scarno, è seduto nella posizione del loto. Ai piedi del santone si è formata una montagnetta di offerte lasciate da fedeli e curiosi che sono venuti a vederlo. Questi oggetti sono la prova dell’immobilità dell’uomo: se provasse a muoversi sposterebbe quella immensa mole di gingilli che gli sono stati posizionati intorno fino a sommergere le caviglie e parte delle gambe.

Jizna e Bhehlem si inginocchiano e si chiudono per un paio di minuti in una silenziosa preghiera.
Quando finiscono alzano lo sguardo fino ad incontrare gli occhi chiusi del santo. Delle formiche gli escono dal naso, scendono verso il basso circumnavigando il collo e spariscono nelle pieghe della veste. Delle lumache stanno mangiando il muschio cresciutogli sulla lunga barba grigia e su quella parte di veste che si trova sotto le ascelle.

Un brivido di emozione scuote i due aspiranti chierici.

«Sarto Santolegno»

«Il più devoto chierico del dio Inir».

«Colui che riesce a stare risolutamente fermo per decenni».

«Colui che riesce a non fare assolutamente niente».

«Nulla».

«Non mangia».

«Né beve».

«Né dorme».

«È un inspirazione per noi signor Santolegno».

«Non ci basterebbero tre vite per arrivare al suo livello di dedizione».

Bhehlem tira fuori dallo zaino una piccola brocca ripiena di grappa, decorata con incisioni a forma di corvi e la posa ai piedi del sant’uomo, accanto alle altre offerte. China la testa e torna in preghiera, Jizna fa lo stesso. Rimangono così per tutta la notte.

Al sorgere del sole i due si rialzano, fanno un lungo inchino al chierico, escono dal tempio e si lasciano alle spalle questa loro esperienza spirituale, ritornando sui loro passi giù dalla montagna.

«Visto che ne è valsa la pena?»

«Sì, hai ragione, è stato catartico».

«Già…»

«Sai…»

«Cosa?»

«No, niente».

«Bhehlem parla o ti riporto qui anche la settimana prossima».

«Ti prego no…»

«Allora?»

«Stavo pensando… anche noi siamo chierici di Inir, no?»

«Sì».

«Il dio dell’inerzia, dell’ignoto e dell’equilibrio».

«Principalmente dell’inerzia, però sì, quindi?»

«Il fatto che abbiamo letteralmente scalato una montagna per andare a pregarlo non fa di noi dei pessimi chierici?»

«…»

«…»

(sottovoce) «Effettivamente…»

«Che hai detto? Non ti ho sentito».

«Ho detto “deficiente”!»


Vuvu è chino sulla mola, affila assorto la sua sciabola. In fondo al suo cuore c’è il desiderio di appenderla al chiodo, di passare quel che resta della sua vita in pace, ma sa che questo non è possibile. Vuvu sa che combatterà; che in serbo per lui non ci sarà mai altro che battaglie e dolore. Sa anche che inevitabilmente morirà per mano di uno di loro, ma non è questo a spaventarlo, no. Non ha paura dell’aldilà, perché sa di essere nel giusto, di essere la volontà in terra di Dio. L’unica paura di Vuvu è che il suo popolo, la sua famiglia, i suoi compagni, possano cadere vittime della violenza degli infedeli; che tutto quello per cui ha lavorato e lottato possa da un momento all’altro svanire, sciacquato dal sangue. Vuvu è distratto, in preda ad un impulso di rabbia stringe le mani intorno alla spada e si ferisce quella che teneva la lama.

«Cazzo!»

Si alza dal sedile dell’attrezzo e il possente guerriero in fila dietro di lui prende il suo posto.
Vuvu rinfodera la sua sciabola, prende un pezzo di stoffa e se l’avvolge intorno alla mano. La chiude e la riapre per vedere se funziona. Tutto a posto, è solo un graffio.

«Ti sei fatto la bua FruFru?»

«Non ti sono bastate le mazzate dell’ultima volta Qukkolar?»

«Quietati, ti cerca la comandante».

«Che vuole da me?»

«E io che cazzo ne so? Seguimi».

Vuvu e Qukkolar escono dalla tenda-armeria e una fredda brezza notturna si infila tra le loro piume. Attraversano l’accampamento, che è una distesa di terra e polvere su cui sono state montate numerose tende e accesi altrettanti roghi. I due si affrettano, passano accanto ad un pestaggio ignorandolo, come se fosse normale ed arrivano alla tenda della comandante, la più grande. Pelli di selvaggina, tirate da un complesso ed intricato groviglio di bastoni, ossa e rottami metallici, fungono da tetto della struttura. Il tutto è tenuto in piedi da bava e buona volontà e il solo fatto che si tenga in piedi da sola è la prova di una costante provvidenza divina. L’interno è in disordine. Ci sono vari bauli sul fondo dello spazio, accatastati l’uno sull’altro, nessuno sa con certezza cosa ci sia dentro. Armature, scudi e armi di varia fattura sono sparse a terra un po’ dove capita, nonostante vicino i lati della tenda ci siano numerose rastrelliere, tutte vuote. Al centro dello spazio c’è un grosso tavolo di legno con sopra una mappa e delle pedine. C’era anche una bottiglia ripiena di un liquido scuro, prima che la comandante Azeeche ne scolasse il contenuto e la lanciasse alle sue spalle, riducendola in cocci che prima o poi finiranno nelle zampe di qualcuno.

«A rapporto!»

«Oh eccolo qui, lo sciupafemmine».

«Con tutto il rispetto comandante, non sono in vena di scherzi».

«Sai perché ti ho chiamato qui?»

«Sinceramente, no».

«Ti ricordi una certa Ellacha?»

«…»

«La figlia del panettiere».

«…»

«…»

«Temo che dovrà essere più specifica».

«Oh, quella con le piume nere».

«Non ha ristretto molt-»

«Devi fare silenzio quando parli con la comandante!»

«Signora comandante chiedo il permesso di dare un pugno al soldato Qukkolar».

«Permesso accordato».

Vuvu scaglia un pugno potentissimo sull’armatura del compagno, che si incrina ma comunque riesce a proteggerlo da morte certa. L’impatto scaglia il soldato a terra in un fracasso di urla e metallo. Qukkolar impreca silenziosamente in antica lingua tengu e si rialza illeso, ma dolorante e pieno di vergogna.

«Dicevamo?»

«Ellacha, la figlia del panettiere, con le piume nere».

«Facciamo che mi ricordo di lei»

«L’altro ieri è fuggita dai nostri territori per rifugiarsi in quelli degli infedeli».

«Da’ zocc’l».

«Soldato Qukkolar, linguaggio…»

«Chiedo scusa».

«E cosa ha a che fare questo con me?»

«Voci dicono che fosse sentimentalmente legata a te».

«Comandante, credo che lei stia sopravvalutando il nostro legame».

«Ma sì dai, era visibilmente pazza di te».

«Lei come le altre settantacinque donne del nostro villaggio. Comandante, sono l’unico maschio eterosessuale qui».

«Se vabbè…»

«Signora comandante è un problema serio, non so più come dirglielo, forse è proprio quello il motivo che spinge le nostre femmine ad andarsene da qui».

«Silenzio. Ho deciso, userai il tuo fascino da pavone per infiltrarti tra loro e fare da spia».

«Con tutto il rispetto signora comandante, mi pare un’idea di merda».

«Linguaggio…»

«Soldato Vuvu, forse non mi sono spiegata, questo è un ordine!»

«Ma non ho la minima idea di come si comportino quei barbari».

«Sono quasi bestie…»

«Soldato non devi preoccuparti, io, la tua comandante, ho pensato a tutto!»

Azeeche si affaccia dalla tenda e, senza avere una chiara idea di chi la stia ascoltando, urla di portarle il prigioniero. Poco dopo nella tenda viene trascinato un altro corvide, è vestito di stracci e ha i polsi bloccati da un paio di maniglie a ceppo. I due soldati che lo hanno scortato lì lo forzano ad inginocchiarsi.

«Prigioniero parla!»

«La guerra, la guerra non cambia mai. Nel vecchio mondo il mio bisnonno, in servizio nell’esercito, si chiedeva quando sarebbe tornato a casa da sua moglie e dal figlio che non aveva-»

Azeeche gli si avvicina e lo interrompe con un pugno. Il prigioniero trattiene le lacrime.

«Che cazzo vai farneticando?»

«È una poesia, ho tratto ispirazione dalla mia prigionia per-»

«Che schifo».

«Non merita di vivere»

«Qual è il tuo nome prigioniero?»

«Blango».

«Pure i loro nomi sono disgustosi».

«Barbari…»

«Scusa ma fammi capire una cosa, voi siete guerrafondai, sporchi, scopate e cacate per strada e vi salutate picchiandovi la mattina e i barbari saremmo noi?»

«Taci barbaro!»

«Abbiamo inventato le riviste letterarie, porca puttana!»

Al povero prigioniero arriva un altro pugno in faccia. Adesso ha un occhio gonfio e viola, che non può più aprire. Sputa del sangue.

«Cosa volete da me?»

«Ci serve sapere di più sulla vostra cultura».

«Già».

«Come vivete».

«Come pensate».

«Soldato Qukkolar smetti di parlarmi sopra sennò i lettori non capiscono chi sta parlando e quando».

«Comandante avrà mica ripreso a pippare?»

«Solo un po’, si nota tanto?»

«La nostra cultura… che vi devo dire? Siamo un culto normalissimo, anzi uno dei più illuminati di Piano-B, siete voi quelli pazzi che vanno in giro ad ammazzare chi la pensa diversamente da voi!»

«Noi stiamo solo facendo il volere di Poko, Dio della Guerra e della Morte, voi al massimo siete dei rammolliti senza spina dorsale che hanno perso la via».

«Primo, si dice Poko, non Poko, Secondo, lui è il Dio protettore ed ispiratore di tutti gli artisti. Non c’avete capito un cazzo!»

«Ma quali artisti che passate la giornata a disegnare le margherite».

«Eccheccazo no, abbiamo inventato la macchina fotografica!»

«E k j’ié?»

«È uno strumento che convoglia la luce del sole e la usa per imprimere su carta di riso un’immagine istantanea. È l’avanguardia del processo tecno-creativo».

«Mi pare una stronzata».

«La cosa non mi sorprende neanche un po’…»

Blango riceve altri violentissimi cazzotti, come sia ancora cosciente ha dell’incredibile.

«Mi fate pena, peggio di voi stanno solo quegli altri tossici che pensano che Poko sia il Dio dell’Alcool e del Buon Cibo».

«Già *coff coff* quelli non li sopportiamo nemmeno noi».

«C’è però da dargli il merito di organizzare degli ottimi matrimoni».

(Sputa altro sangue) «E devi vedere i battesimi…»

«Com’è che chiamano Dio poi? Poko?»

«No, lo chiamano Poko, quello che hai detto e come lo pronuncia quell’altro culto a Nord del ghiacciaio».

«Aspe’ quale?»

«*coff* Oh quelli che… non lo ricordo più, mi avete menato troppo…»

«Vabbè, ci hai detto quello che ci serviva».

«Comandante, non ci ha detto un cazzo, e poi mi guardi, ho cicatrici in tutto il corpo, non sono credibile!»
«Diremo che sono taruaggi! »

«Cos’è un taruaggio?»

«*Coff* Sono disegni sulla pelle, fatti iniettando l’inchiostro direttamente nella cute. E poi si pronuncia tatuag-»

«AVETE LE PIUME PORCO INIR, COME AVETE FATTO A INVENTARE STA COSA, A COSA VI SERVE?»

«SOLDATO VUVU CALMATI!»

«OH, HAI ROTTO IL CAZZO! VAI A CACARE TU, STO COGLIONE, QUEST’ALTRO COGLIONE E QUEL BRANCO DI ZOCCOLE ASSATANATE. IO ME NE VADO NELLA FAZIONE IN CUI SI BEVE!»

«MA VID A ‘STU TRMON! VATT’INN!»

«PUZZA JÌTTE U’ SÀNGHE DA ‘NGÀNNE, STA BZOCC!»

Vuvu prese le sue cose e partì verso una vita migliore, senza guardarsi indietro.

Tre anni più tardi divenne un abilissimo maestro di array mbira. Oggi insegna nel conservatorio che ha fondato ed è felice.

Blango dovette sopperire all’improvvisa mancanza di Vuvu, diventando lo schiavo sessuale del villaggio. Oggi ha quarantasei figli e innumerevoli nipoti-figli, non è felice e gli brucia il cazzo.

Qukkolar morì il giorno dopo la partenza di Vuvu soffocando in una sessione BDSM particolarmente intensa, o una rissa, dipende da chi lo racconta. Oggi è ancora morto.

La comandante Azeeche continuò a governare la sua fazione col pugno di ferro fino all’ultimo dei suoi giorni. Le atrocità commesse in nome di Poko, il Dio della Guerra e della Morte, sono tutt’oggi materia di estremo interesse per i ricercatori di teologia su Piano-B.


Un rumore di passetti frettolosi riecheggia nei corridoi del tempio. L’importante numero di pergamene che Coumadina porta con sé, tutte insieme, le impedisce di vedere ciò che ha di fronte e le ostacola in maniera buffa i movimenti. Vuole evitare di inciampare e rompersi i denti come l’ultima volta, ma nemmeno può permettersi di perdere tempo, sono già molto in ritardo. La sacerdotessa decide che la propria integrità odontoiatrica non è prioritaria in un così delicato momento. Si fa coraggio ed affretta il passo.

La sala grande del tempio è uno stanzone sconfinato. Le immense pareti sono decorate da immagini oniriche e astratte; alcuni ci vedono la creazione del mondo, altri sostengono che vi sia raffigurato qualcosa di più profondo, legato all’atto creativo in senso metafisico. Gli affreschi sono intervallati da specchi alti fino al soffitto e colonne a fusti scanalati, decorate da dettagliati ammassi di figure umanoidi intrecciate a formarne i capitelli. I piani superiori del tempio affacciano nella sala grazie a delle balconate interne. Accanto ad esse delle tende di velluto pregiato che scendono fino a toccare il pavimento. Tutto questo ripetuto in un preciso pattern geometrico che, anche grazie agli specchi, fa sembrare la sala ancora più grande di quanto già non sia.

In fondo alla sala, dalla parte opposta dell’ingresso dedicato ai fedeli, su una piattaforma siede la semidea Dicloroetana, discendente diretta della Dea. Coumadina ci passa accanto, si ferma e le dedica un inchino che viene ricambiato da un mugugno sofferente, poi torna a correre.

Warfarina è davanti un abaco, muove le biglie a destra e sinistra e intanto dà un’occhiata alle carte sotto di lei. È compito suo quello di assicurarsi la buona riuscita della Cerimonia; ai pellegrini non deve mancare assolutamente nulla. Anche se il budget a disposizione per questa edizione è abbondante, non può stare tranquilla, i libri contabili delle sue predecessore riportano di volta in volta un numero di fedeli in crescita esponenziale. Sente qualcosa schiantarsi contro i pesanti battenti in marmo decorato dell’uscio. Per lo spavento dà una ginocchiata sul tavolo e l’urto capovolge l’abaco. Dovrà ricominciare tutto da capo.

La porta si apre, è Coumadina, ha un occhio nero.

«Chiedo scusa per il ritardo».

Warfarina sospira rumorosamente.

«Non c’è bisogno di essere così squit però, ‘sti corridoi sono immensi e io ho le gambe piccine, potevi venirmi ad aiutare se avevi così fretta».

Warfarina prende un paio di pergamene dal cumulo tra le braccia della collega e inizia a srotolarle sul lungo tavolo.

«Non ho fretta tesoro, abbiamo».

«Quanto manca alla Cerimonia?»

«Sei giorni».

«Squit, ma perché ci riduciamo sempre all’ultimo per fare le cose?»

«Perché sulle gambine piccine c’è posizionato un culone molto pesante».

Coumadina sistema le ultime pergamene sul tavolo. Le due contemplano il collage di antica carta pregiata. Sono progetti e prospetti per l’organizzazione della Cerimonia. Ne mancano due, la sacerdotessa le avrà perse correndo qui.

«Non ti sembra manchi qualcosa?»

«No, c’è tutto, non abbiamo tempo. Iniziamo».

«Prima cosa, il banchetto. Le precedenti sacerdotesse non hanno lasciato note negative. Proporrei di riprodurlo così com’è, ma con fragole extra».

«Perfetto. Il vino basterà? Quest’anno potrebbero arrivare più seguaci di Poko, quelli bevono assai».

«Intendi Poko?»

«Qual è la differenza scusa?»

«Non lo so, andiamo avanti».

«Comodità varie. Qui dice che durante la notte l’incantesimo che rendeva morbido il pavimento si è interrotto prima del previsto».

«Compriamo dei materassi».

«Ma poi non…»

«Lo so, bruciamo tutto la mattina dopo. Andiamo avanti».

«Il discorso. Qui c’è scritto che la scorsa edizione molti pellegrini, non parlando comune, non hanno capito niente».

«Mettiamo all’entrata dei chierici con degli incantesimi di traduzione».

«E ce la fanno a lanciare così tante magie senza stancarsi?».

«Mettiamo più chierici».

«E se non bastano?»

«Prepariamo delle bacchette con gli incantesimi già all’interno».

«E se non bastano nemmeno quelle?»

«E che squit di ansia! Bastano, e se non bastano non è tutta ‘sta tragedia, è un’orgia, squit, che c’è da capire?»

«Non è solo un’orgia, è il giorno in cui ogni quindici anni Heathernyt, la Dea della fertilità, della malattia e di tutte le altre cose che fanno schifo, ci concede la sua benedizione e dà alla vita una sua diretta discendente. L’atto sessuale dovrebbe essere una preghiera. Cosa succede se chi ne prende parte non è a conoscenza di questo? La Dea potrebbe adirarsi?»

«Non è mai successo…»

«…»

«…»

«Facciamo più bacchette.»

«Va bene, ma le facciamo a forma di peni così risolviamo pure il problema della carenza di attrezzatura».

«Squit, ma è geniale!»

«Dai su, corri da quella rincogliosquit di Agrigarda, dobbiamo fare l’ordine prima che faccia buio».

Coumadina arraffa le pergamene sul tavolo, si volta e corre verso la porta, guadagnandosi di diritto il suo secondo occhio nero.

Warfarina, per togliersi ogni scrupolo, rilegge meticolosamente il libro contabile degli anni precedenti, l’inventario dell’attrezzatura e delle provviste. Pozioni di Ingrandire persone, Guarire malattie, Apnea, Movimenti del ragno, Forza del toro e Ira, ci sono in abbondanza. Poi, amache, farmaci per vasodilatazione, distributori di melme afrodisiache, borse dimensionali, armi medievali, esplosivi, fruste, nani da giardino… no… quelli sono uno stereotipo offensivo, meglio non metterli. Eppure manca qualcosa…

La sacerdotessa sospira e si alza. Sarà paranoica, vuole che sia tutto perfetto ma sa bene che questo non potrà essere possibile; alla perfezione si aspira senza mai arrivarci. La sacerdotessa cammina persa nei suoi pensieri, fino ad arrivare al cospetto di Dicloreatana, la semidea che lei e tutte le sue colleghe hanno cresciuto.

È immensa, giunonica, arriva ai 4 metri da seduta, nonostante quelle misure siano innaturali per un rattoide. La sua grave obesità le preclude il più semplice dei movimenti, il grasso accumulatosi sulle palpebre le impedisce di aprire gli occhi e sembra che il solo respirare le dia sofferenza. Indossa solamente un collare di stoffa color oro, da cui scendono lungo il corpo dei lunghi veli semi-trasparenti di seta ricamata, che le coprono a fatica le mammelle.

Warfarina le si inchina di fronte e un gorgoglio ricambia il saluto.

«Dea Heathernyt… sento di star perdendo la fede… cosa devo fare?»

Il cetaceo-roditore rimane muto ma le pieghe del grasso strisciando tra loro generano un suono che ricorda comicamente una flatulenza. Warfarina resterà in ginocchio per un paio d’ore a piangere e pregare.

Passano i giorni ed è finalmente giunto il momento tanto atteso. In tutto il continente non si era mai registrata un’affluenza tale ad una celebrazione religiosa. Fedeli e non sono venuti qui da tutto il mondo e da più piani per prendere parte alla Cerimonia di Fertilità del culto di Heathernyt.

Qualcuno era già nudo dal discorso iniziale, per non parlare di quello che è successo durante il banchetto, praticamente [REDATTO]

[REDATTO] aprendo le gambe lasciò cadere un immenso [REDATTO].

[REDATTO] «Oh sì amore mio ho sempre sognato di fare una cosa tre con una tua copia di vomito!» [REDATTO]

[REDATTO] che non bastarono sei sacerdotesse a [REDATTO].

[REDATTO] «Oh sì mettimelo tutto!» [REDATTO] «Non mi interessa, fallo!»

[REDATTO]«Ma è mortu!»

[REDATTO] «È mica un incendio quello? Perché non se ne sta preoccupando nessuno? No, no, [REDATTO] non mi toccare, [REDATTO]»

[REDATTO] «MA CHE CAZZO CI FA QUA UN LICH?»

[REDATTO]

[REDATTO] «Porco Inir come godo!» [REDATTO]

È l’alba, una fievole luce inizia a schiarire la penombra della sala principale del tempio. Warfarina si sveglia e lancia un incantesimo di cura su di sé, in modo da poter tornare a muovere il bacino e la mascella. Si alza in piedi e si guarda intorno, c’è un mare di carne che dorme in religioso silenzio, nessuno russa, è quasi irreale. Il pavimento è allagato, ci sono almeno tre dita di OGNI tipo di fluido corporeo misto a vino, una barchetta di carta dondola nel liquido accanto a lei.

Un pianto sommesso viene dal fondo della sala, sembra una bambina.

La sacerdotessa si fa strada tra i corpi dormienti, le sue zampine fanno cick ciack nella sborra e generano delle onde che fanno naufragare la barchetta in mezzo a due chiappe sode e squamate.

Dicloreatana sembra aver smesso di soffrire. Sul volto, dovrebbe esserci un sorriso. A terra, tra i prosciutti di sorcio, c’è una topina che piange disperata. La sacerdotessa recide con gli incisivi il cordone che la lega alla madre.

Warfarina è commossa, la prende in braccio e la stringe amorevolmente. La bambina smette di piangere e le afferra una mammella.

«Piccola, tu sei la progenie della Dea Heathernyt…»

«Da!»

«… e la mia fede ritrovata».

«Bu-bu *prr*»

I pellegrini si svegliano man mano che i raggi di sole iniziano a filtrare dalle vetrate. Una luce divina scende sulla sacerdotessa e la neonata e progressivamente si spande su tutti i presenti.

Un nuovo ciclo di prosperità e fertilità ha avuto inizio ed i fedeli si apprestano a rendere lode alla nuova progenie della Dea, Asbesta.


YGRAMUL è una rubrica curata da Vargas.
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