testo e foto di Eveline Mazzanti
Qualche anno fa una mattina mi sono svegliato e così dal nulla ho deciso che volevo provare la Ketamina, detta anche semplicemente K, Special K, Vitamina K, Ketch, Ketaset, Kit Kat o similari, anche se per me il suo nome sarà sempre Katy, che mi ricorda come si chiama una ragazza (Caterina) di cui ero innamorato al liceo e che ancora oggi qualche volta vedo nelle buie bolle nere dei sogni lisergici. A essere sinceri la Katy non l’avevo mai provata prima e il ragazzo che me l’ha venduta era un tipo simpatico, allegro e di cui mi fido ciecamente: avrebbe potuto rifilarmi insetticida, vermicida o latte in polvere e io l’avrei preso senza battere ciglio, fidente come un cane addestrato di fronte al suo padrone. Acquistai esattamente mezzo grammo incartato con dolcezza dentro una pagina tagliata via da un celebre fumetto, un origami di puro intrattenimento adolescenziale che si infilava nella mia tasca con tutta la delicatezza delle cose che scivolano nel loro posto naturale. Mi feci spiegare concetti ovvi come tolleranza, la dose fa l’effetto e via dicendo, così, appena rientrato in casa, tirai su col mio piccolo naso una quantità minuscola solo per vedere l’effetto che faceva. Fu un sonno bellissimo, prolungato e vellutato. Quando mi risvegliai ero in pace col mondo.
Molti grammi dopo, dopo molti mesi, iniziai a spingere il dosaggio per testare i limiti a cui quella sostanza poteva condurmi, assumendo intranasalmente quantitativi non misurati su nessuna bilancia elettronica di precisione, ma calcolati con l’esattezza del colpo d’occhio. Proprio in virtù della matematica esattezza del mio sguardo, una volta, che non è stata l’ultima, ne ho assunta decisamente troppa.
Ero nel mio salotto e stavo ascoltando della musica classica contemporanea (la musica è una bellissima sposa per Katy), quando è arrivata quella che io chiamo consolazione ketaminica, che per me è il momento in cui Katy inizia a fare il suo effetto e senti che il tuo corpo si rilassa, lascia andare tutte quelle tensioni accumulate nell’arco della settimana e ti fa scappar di bocca un “oooooh” sentito. Sempre e comunque, quando arriva il momento della consolazione ketaminica, mi domando come sia possibile che nella quotidianità della vita il mio stato psicofisico sia così teso: ma quale esistenza orribile deve essere la mia se costringo tutta la mia persona a rimanere sempre su un chi va là inconscio che sfianca muscoli, ossa e qualsiasi terminazione nervosa col suo non lasciarsi andare. Sembrerebbe che siamo destinati a rimanere sempre con le spalle dritte in un irrigidimento privo di cuore che fa venir l’artrosi.
Quando la K inizia a prendere il controllo, io sospiro di sollievo, perché finalmente divento gioiosamente indifeso e rilassato, sempre più liquido nelle articolazioni e nelle giunture che tengono coeso il mio corpo. Anche il pensiero razionale si calma e posso concentrami sugli strati più profondi di quello che passa negli abissi oscuri della mia testa. D’altro canto la K è un antagonista non competitiva del recettore NMDA, che impedisce la neurotrasmissione dell’acido glutammico, che è uno dei principali segnalatori chimici dell’eccitazione. Il glutammato è coinvolto nella memoria, nell’apprendimento, nel pensiero, nella percezione e in altre funzioni cognitive dell’ippocampo, dei lobi frontali e temporali. Il blocco ketaminico della ricaptazione del glutammato fa sì che questo inondi molteplici parti del cervello, attivando una reazione a catena che coinvolge anche altri recettori. A certi dosaggi il glutammato sarebbe presente in quantità così elevata nel sistema centrale nervoso da confonderlo drammaticamente su cosa gli stia accadendo, questo anche perché quando stiamo per morire avviene un processo neurochimico piuttosto simile a quello indotto da Katy. In altre parole, quando siamo strafatti di Katy il cervello si domanda: ma sono vivo o sto morendo?
Comunque sia la consolazione ketaminica arriva in pochi minuti dall’assunzione e svanisce in altrettanti pochi minuti, convincendomi sempre e comunque che sia d’uopo assumere altra Katy il più alacremente possibile. Dunque rincaro la dose, ma tutto il mio essere è già entrato in una fase di abbandono che è più divertente che consolante. Cammino in modo sbilenco, ho voglia di ballare, mi intrattengo a scoprire come sono scoordinato, mentre la musica colma goccia a goccia ogni centimetro dello spazio che riesco ancora a percepire. Mi sento libero e pieno di gioia, un tutt’uno con le note dei brani che ascolto, un po’ come se la distinzione tra suono e corpo venisse piano piano meno e io fossi nudo di fronte alla vibrante voce che esce dalle casse, nudo e carnalmente unito, congiunto, in una copula che tocca il grado zero dell’individualità. Eppure sono ancora in piedi, consapevole in un certo qual modo di me stesso, tanto che riesco ad avvicinarmi a quel piattino blu pieno di Special K bianca come Moby Dick, con la sua testa raffreddata dagli abissi oceanici che risale nei miei seni nasali bruciandomi.
Sono forse alla quarta striscia consecutiva, ma mi fermo comunque un attimo a riflettere e deduco che forse tirare su un’altra striscia ancora potrebbe farmi risparmiare tempo per raggiungere l’apice nebuloso che desidero, con l’unico problema che la mia vista sta cominciando ad avere qualche piccolo handicap e questa volta non si tratta affatto di miopia (come mi ripete sempre il mio oculista quando vuole convincermi a rifarmi gli occhiali), perché anche se mi avvicino al piattino blu profondo come l’oceano, non riesco a capire quanta K bianca abbia sistemato di fronte a me. È un po’ come se mi si incrociassero gli occhi in una diplopia allegra e gelida. Così, ridendo con me stesso chi sa per quale motivo, mi do una pacca sul fianco come fossi un cavallo pigro e svogliato e concludo che la quantità preparata con tremolante incuria deve corrispondere a solo un minuto dosaggio aggiuntivo che cade proprio a fagiuolo nelle mie sinapsi. Tuttavia devo riconoscere che appena inizio a tirar su col mio piccolo naso, mi accorgo che la striscia è vagamente troppo lunga e che sta entrando decisamente troppa roba nelle mie narici. Mi dico: va beh, sti cazzi, ormai è andata, vediamo che succede. D’altro canto mica posso starnutire.
Katy ci mette pochi minuti a fare effetto, diciamo dai 4 ai 10 minuti, anche se il lobo temporale a un certo punto ti fa il dito medio e si infila sotto le coperte dandoti dello stronzo, così che il tempo diventa un concetto che non capisci più. E quando arrivi a quel punto, non ci stai in piedi, ti devi sedere o sdraiare. Io mi lascio sempre cadere per terra in quel modo robotico da Transformer a cui si sono scaricate le pile, per poi mettere le gambe alzate sul divano. In realtà non è una buona posizione, è meglio di lato, perché troppa Katy riduce la capacità respiratoria e non di rado mi è capitato di pensare che stessi soffocando (anche se non era vero [almeno credo]).
Quella volta lì, appena distesomi a pancia in su, uno degli effetti strambi che ho avuto era che il mio salotto cambiava ogni 10 secondi, come se l’ambientazione fosse su un sistema di carrucole e venisse sostituita. Il pavimento, il tappetto e le pareti erano le stesse, ma i materiali, l’illuminazione e i colori cambiavano. Questo ha cominciato ad accadere sempre più velocemente, finché non si è arrestato tutto d’un botto in una configurazione in stile Matrix, non tanto per i numerini verdi che si vedono sugli schermi nel film, quanto piuttosto per la virtualità della realtà in cui mi trovavo. Il mondo che percepiamo è solo un velo dietro al quale si nasconde la forma pura delle cose.
A quel punto la musica divenne terribilmente significativa, come se da quelle parole e da quelle note dipendesse il senso di tutto quanto l’universo, che ora riuscivo ad afferrare non con la ragione, ma coi sentimenti più profondi. Era come se mi fossi ricordato di una verità terribile e indicibile, che però sapevo da sempre e me la ero solo scordata. Platone ci insegna che il sapere è una forma di memoria, ecco allora io stavo ricordando sentimentalmente le verità più profonde che regolano il cosmo ed era una esperienza al contempo orribile e bellissima.
Però fino a questo punto ci ero già arrivato innumerevoli volte, per cui mi sentivo perfettamente a mio agio, contento come una pasqua, mentre chiudevo gli occhi e iniziavo a vedere la magnifica sequenza di linee bianche, fumose, mobili che mi succhiavano dentro a un tunnel infinito che attraversa lo spazio e il tempo, per sfociare poi in una galassia di reticoli mobili, pattern, ragnatele bianche e pulsanti su un nero osceno che è la materia oscura, organica del nostro essere.
È incredibile come al massimo della dissociazione corporea ci sia la scoperta del corpo.
Ero fuori di me, nel senso che galleggiavo in uno spazio esterno alla mia persona fisica, fuso con la musica, quasi come se la stessi toccando. La musica era una specie di fiume di vibrazioni in cui ero immerso e dove nuotavo. Mi stava bagnando. Ma bagnava quella parte di me che non è materia. Quando raggiungo questo punto, per me è gioia pura, solo che quella volta Katy mi ha spinto ancora più giù, in uno stato sedativo assurdo: sentivo l’aria che entrava nelle mie cavità, un po’ come se qualcuno la stesse spingendo dentro con un ventilatore meccanizzato. Mi sembrò che l’intera atmosfera terrestre fosse una specie di bombola da sub a cui ero attaccato tramite un boccaglio invisibile e da cui passava solo il minimo indispensabile, oltretutto inquinato da secoli di industrializzazione. Percepivo l’aria sbatacchiare tra le pareti interne giù fino ai polmoni, come se fosse stata un oggetto solido che si intrufolava furtivo nel mio corpo senza mai fondersi con esso. Quando le labbra si sfioravano tra loro, era come se fossero appartenute a persone differenti e non esistesse più nel mio cervello la capacità di elaborare le afferenze sensoriali. Quando sono toccato da un’altra persona, sento la sua mano su di me e il mio cervello registra in (quasi) tutta la sua interezza l’intensità di quel tocco, ma quando palpeggio me stesso, il mio cervello registra quel palpeggiamento come non proveniente da un’altra persona, quindi depenna parte della percezione facendomela sentire in modo meno intenso. Ecco, al punto a cui ero arrivato l’afferenza sensoriale era stata talmente disattivata che il mio cervello percepiva le mie labbra come labbra estranee tra loro: il labbro superiore stava baciando quello inferiore (e viceversa) come se non fossero appartenuti alla stessa fottutissima persona, in una dissociazione corporea illimitata che valeva per qualsiasi pezzo fisico del mio essere. Ero disgregato e smontato in modo così profondo che le parti del mio corpo avevano cominciato a chiedersi a vicenda come si chiamassero e dove abitassero, con tutti i convenevoli che si hanno con gli sconosciuti, provando reciproco desiderio o antipatia.
Era un’esperienza paurosa e magnifica al contempo, ma Katy non aveva ancora finito con me, perché a un certo punto ho smesso semplicemente di esistere. Non c’era più tempo, non c’era più spazio, non c’era più nulla, solo una lastra immobile e bidimensionale, nera e senza significato, senza limiti, in una estensione vertiginosa, completamente fuori dal tempo e quindi eterna, omogenea, perfetta, immutabile, priva di origine, indifferente alla catena causa effetto e vuota, vuota proprio vuota, nel senso che non c’era proprio nulla, era un viaggio nel niente. Di certo non c’era neppure Dio. Sembrava di stare nel nulla che si estende per milioni di anni luce tra una galassia e l’altra, solo che non vedevo nessuna galassia. Era un piano cartesiano ma senza Cartesio, senza linee, senza direzioni, senza valori, neppure una misera speranza, semplicemente il più aberrante vuoto privo di senso, ma pieno di significato. A quel punto mi sono detto: cazzo, porca puttana, sono proprio un coglione, ma di quei coglioni giganteschi che passano alla storia: ne ho presa troppa e ora mi tocca morire, morire così, nel mio salotto, da solo, chi sa quando ritroveranno il mio cadavere, porca troia, come sarò ridotto. Dunque è questa la morte. Certo, non è male, non si sente nulla, pensavo peggio, però cazzo, che stupido e irrimediabile imbecille, sono morto così. Magari sto respirando… No, cazzo, non respiro, sono proprio morto. Che palle. Volevo fare ancora un sacco di cose. Dire ti amo alla ragazza che amo, scrivere qualche libro, viaggiare, abbracciare i miei amici. E invece no, porca puttana. Va beh, è andata così, d’altro canto prima o poi sarei comunque dovuto morire.
Ad essere sinceri era terrorizzante come esperienza, ma (non so spiegarla questa cosa) in realtà non avevo paura. Avevo semplicemente accettato che le cose stessero andando in quel modo. Ho sospirato con la mente e mi sono detto: chi sa se l’aldilà è questa mia voce che parla nella mia testa.
Non so quanto questa catabasi sia durata, ma quando mi sono risvegliato ero in pace, allegro, sorridente, molto più disposto a ridere di me stesso e con gli altri, meno soggetto alla pressione della vita ordinaria e soprattutto con molto più amore verso tutto ciò che respira in questo mondo. Mi sono detto: la prossima volta non fare il coglione e prendine meno, ma come sempre, quando impari a discendere negli inferi non ne hai mai abbastanza e una volta che li hai visitati ne proverai per sempre nostalgia.
Periplo è una rubrica curata da Silvia Penso e mariel.
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