di Giovanni Peparello
copertina di effequ (MINUSCOLO PER CARITA’ DI DIO MINUSCOLO)
La terra tersa (effequ, 2025) di Ilaria Matteoni si svolge nel 2078, all’indomani della distruzione del mondo come lo conosciamo, causato da guerre e da catastrofi climatiche di cui si intuiscono gli effetti. A sopravvivere è una vecchia senza nome, la quale inizia a tenere un diario quasi quotidiano dei suoi ultimi giorni, che andranno dal 17 febbraio al 25 aprile, anche se la stessa cronologia del calendario a volte sembra sfuggire alla superstite. Sebbene lei non abbia la certezza di essere l’ultima persona rimasta al mondo, si comporta come se lo fosse. Dalla fame è costretta a brevi sortite nel mondo inaridito, infestato dalla lavanda, massacrato dal sole, cercando di racimolare gli ultimi rimasugli di cibo inscatolato per dilatare la vita di qualche altro mattino. Con la sua morte si definirà l’estinzione dell’intera umanità. Così scrive il 15 marzo:
Sono l’ultimo sacrificio non cruento della Storia, mi domando se non stia esistendo a nome di tutti
La vita della protagonista diventa esemplare senza sforzo, per abbandono, mentre la nostra specie continua a vivere attraverso le particolarissime memorie dell’unica superstite.
La memoria è un prurito irresistibile
La cosa che di questo libro colpisce, fin da subito, fin dalla primissima pagina, è la lingua. Così comincia La terra tersa:
Guidata dall’Acquario – il giovinetto biondo lambisce lo sciabordio col piede ignudo e l’Abisso puntellato di folgori, acchioccolato alla stregua d’un gatto randagio, ingoia la marea, riservandomi nulla, se non una sete inestinguibile – accolgo la vergogna che sottrasse, la notte scorsa e alle ore di sonno, quel mugolio pianeggiante che significa riposo.
L’incipit è già una dichiarazione d’intenti: Matteoni non utilizza solo un registro aulico, ma anche una costruzione sintattica complessa, con riferimenti colti o almeno desueti. Sappiamo subito che tipo di libro ci troviamo davanti. Il sottotitolo recita Diario di un’estinzione, ma fin dalla pagina uno, fin dal 17 febbraio, il testo si configura non come un diario ma come un tentativo fallito di diario, in cui è impossibile raccontare gli eventi semplicemente perché di eventi non ne avvengono. È più un memoriale che un diario. Anche quando la protagonista tenta di descrivere la sua attività quotidiana, la memoria prorompe come un prurito irresistibile.
Un passaggio emblematico è quello tra pagina 92 e pagina 94, in cui la protagonista inizia a descrivere un crocifisso ligneo che ha trovato sistemando i cassetti di casa, una delle poche attività che si concede: “le ginocchia tornite”, “i polpacci stondati da atleta”, il perizoma scolpito e appeso “alla stregua di quei pareo che le madri serrano attorno alla vita delle figlie per coprirne le intimità nella traversata dalla spiaggia al chiosco dei gelati”. Scrivendo, la protagonista inizia fin da subito a cadere nel baratro della memoria. Tenta vanamente di rimanere nel presente, continuando a descrivere “l’addome gonfio e protruso” e altre caratteristiche del Redentore. Finché lo stesso “volto sfiancato” del crocifisso non ricorda all’autrice i morti e i torturati di una delle guerre – questi Eventi catastrofici che nella Terra tersa sono sempre evocati e mai descritti nella loro completezza. I morti apparivano “ammonticchiati ai poli delle strade”, “gli arti divaricati come stelle marine”. Da lì s’arriva a Tommaso, “l’ultimo del quale fui costretta a vagare i dettagli”, il nipote, figlio della figlia Caterina, ora morta com’è morto Tommaso, il quale “morì come muoiono gli accatastati e i crocifissi, con la sclera liquefatta che trapassa da parte a parte e sottrae sostanza”. Sopraffatta, la protagonista richiude il Redentore nella credenza, e conclude la pagina di diario. Questa memoria pruriginosa arriva come il sintomo di una psoriasi, di un’infestazione che irrita la mente nella solitudine. La protagonista non ha altri a cui rivolgersi che sé stessa.
L’amore che rimane dopo la solitudine
Il testo fin da subito smette di essere rivolto ad altri, a immaginabili posteri, perché altri non ce ne sono. La parola si specchia sulla sé stessa scrivente, la quale involontariamente giorno per giorno non può fare altro che ricordare, dispersa in una Terra di solitudine assoluta. Una solitudine che però è forse pre-esistente alla stessa apocalisse, richiamata a posteriori da questa scelta di comunicazione lessicale quasi esoterica, che appunto non è nemmeno più comunicazione, ma celebrazione della parola in sé – e quindi di ciò che rimane della vita stessa, della bellezza e del suono. Una lingua senza umani, rivolta alla purezza, perde la sua funzione sociale per acquisirne un’altra, inedita e personalizzata.
Questa solitudine non è però balsamica. Inevitabile pensare a Dissipatio H.G., altro mondo senza umani, dove però la sensazione della solitudine evoca un puntiglio narcisistico. Al contrario, nella Terra tersa la superstite soffre le mille assenze. Costretta ad avventurarsi fino alla città disabitata, si immagina di essere seguita da un segugio che le tenga compagnia. Arrivata tra le rovine, non riesce a non evocare gli abitanti, i negozianti, i rumori che sentiva una volta. Questo diario è infestato dai fantasmi di prima del diario, di tutto ciò che non vediamo. La guerra stessa, che ha steso la pietra tombale su questa umanità in estinzione, appare solo tramite i bordi e gli effetti che ha prodotto.
Anche Il canto del profeta di Paul Lynch porta l’apocalisse nel nostro mondo quotidiano occidentale, non ne racconta il post- ma il pre-, il durante, l’arrivo del totalitarismo e della guerra. C’è una scena del libro di Lynch che mi è rimasta impressa (cito a memoria perché non ho idea di dove sia finita la copia che ho letto): la catastrofe è già cominciata, tutto è già irreparabile, la protagonista è rimasta sola a casa con la figlia e il figlio piccolo, e in un raro momento di quiete guarda fuori dalla finestra nel giardino, e nota il cerchio di erba consunta lasciato dal barbecue durante le sere d’estate. Quei barbecue non verranno più fatti. Questo è solo un attimo sospeso nella guerra, dopodiché tutto ricomincia a precipizio. Ecco, è come se La terra tersa fosse l’espansione di questi attimi di ricordo, dell’odore delle sere d’estate, delle feste, degli amori passati e straziati. Cosa resta dopo che la catastrofe si è consumata? Cosa resta per me, che non ho bisogno della testimonianza, che non devo portare la mia memoria a nessuno se non a me stessa? Solo l’amore, il ricordo dell’amore, dei languidi momenti immersi nel sesso, delle spiagge, delle letture.
Nostra signora della busta
Prima di ricordare, la protagonista deve sopravvivere. Deve nutrirsi. È una raccoglitrice, scandaglia le macerie alla ricerca di barattoli di conserva. Come in molte narrazioni post-apocalittiche, le azioni dei personaggi subiscono una primitivizzazione. Privata delle tecnologie e dei mezzi di produzione, la protagonista sembra tornare al neolitico, ma è meno adepta della selce che del sacchetto della spesa – parafrasando Ursula Le Guin – uno strumento che definisce già una soglia culturale essenziale. La stessa scienza sembra non esistere più, perché non esistono più paradigmi a cui fare riferimento. Ritorna una sorta di pensiero magico legato agli astri e alle costellazioni, di cui l’Acquario con cui si apre il libro evoca forse l’Era di una spiritualità meditativa di cui la Superstite sembra l’unica beneficiaria, quasi come a dire che questa nuova Era sarà possibile solo senza umanità. E senza tecnologia.
L’astrazione del passato e del futuro
Ci sono degli aspetti interessanti nel libro che sembrano poco coerenti con la stipula di un universo fantascientifico e post-apocalittico.
È curioso, ad esempio, che gli eventi si svolgano tutti tra l’anno della scrittura di questo diario diegetico (2078) e l’anno in cui è stato scritto il libro in sé (diciamo 2025). La data più recente nel tempo a cui si fa riferimento nel testo è il 2033 (correggetemi se sbaglio), creando un gap tra il tempo attuale delle nostre vite e quello in cui viene scritto il diario. Curiosamente, gli eventi ricordati dalla protagonista accadono tutti in questo tempo vuoto, questo tempo sospeso tra l’Ora e il Dopo. Sono eventi distanti, fantasmi del futuro per noi creature extradiegetiche; fantasmi del passato per la vecchia scriba di queste pagine che andiamo leggendo. Il mondo che racconta è un mondo irraggiungibile per noi e per lei, una sorta di astrazione asintotica del passato e del futuro.
Fossili di un’Utopia trascorsa
Altro aspetto curioso è la pressoché totale assenza di tecnologie, anche nelle memorie della vita passata. La protagonista è vecchia, facendo due conti dovrebbe essere nata a inizio 2000 o poco dopo; oggi, al momento in cui scrivo, potrebbe avere una ventina d’anni, forse meno. Al momento della scrittura del suo diario, nel 2078, considerate pure le difficoltà sanitarie, alimentari e climatiche, difficilmente potrebbe avere più di 80 anni. Nelle sue memorie fa riferimento a tutto ciò che ormai non può più udire: le automobili, i rumori dei clacson degli autobus, il volume troppo alto della televisione. Eppure manca del tutto la modernità iper-contemporanea, come se fosse stata espunta dalla memoria. Non appaiono mai social network, i reel, i Tik Tok, i servizi streaming. L’unico riferimento iper-contemporaneo è quello a un drone. L’unica volta che viene evocato un cellulare è forse a pagina 163, in cui una madre aspetta la “risposta” di un figlio, il quale “chiamò poco dopo”, senza specificare se questa chiamata fosse arrivata attraverso un telefono o a voce, da una finestra vicina. Se pure ipotizziamo che le guerre citate – avvenute tutte nel gap tra l’Ora e il Dopo – abbiano causato qualcosa di distruttivo e irreparabile ai cellulari e agli altri supporti tecnologici, ne dovrebbe rimanere comunque traccia nei ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza che coincidono con i momenti in cui stiamo leggendo questo libro.
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