Appennino

di Lucia Tradii
copertina di Edward H. Mitchell


Sui social pubblicai una foto che ritraeva la macchina e il furgone parcheggiati nella piazza vuota davanti al municipio, con un cielo basso e grigio. Come descrizione della foto scrissi: La pioggia continua, ma così anche noi. Mi sembrò una genialata.

Il presidente della proloco di Rossiglione grigliò la carne e noi ce la passammo di mano in mano, così come il pane e le salse, seduti a un grande tavolone, a scontrarci le ossa dei gomiti. Bevemmo il corochinato, un vino bianco aromatizzato con erbe e assenzio.

Tempo dopo, quando ormai eravamo tornati a casa, una mia amica — che veniva proprio da Rossiglione e conosceva tutti – mi disse che nessuno di loro aveva capito il motivo della nostra visita.


Ci venne incontro una macchina piccola e bianca, di quelle che si usano nei campi da golf. L’uomo alla guida caricò i nostri bagagli. Gregorio salì davanti, io e Pino dietro. L’uomo ci disse di tenerci forte e partì. Per il rinculo quasi non venni sbalzata fuori. Ci tenemmo aggrappati con entrambe le mani, intanto sotto le nostre scarpe si srotolavano le pietre bronzee, lisce e luccicanti di pioggia; carapace e scheletro, allo stesso tempo, del castello di Bardi.

All’interno ci aspettavano due camerate. Gli uomini si sistemarono nella prima, mentre Pino mi seguì in quella rimasta. I nostri letti erano troppo vicini, così disfai lenzuola e coperte, e mi trasferii nella cuccetta superiore, con la scusa che volevo dormire in alto. Pino rideva e diceva che ero molto particolare.

La cena ce la servirono due donne molto belle, magre, con gambe da giraffa. Mangiammo i crocetti alla bardigiana con lo stracotto di manzo e la torta alle erbe. Le donne erano molto gentili, restarono in piedi a parlare con noi mentre mangiavamo. Furono loro a raccontarci dei fantasmi che abitavano nel castello. Il più famoso è Moroello e questa è la sua storia:

Secondo la leggenda, Soleste, figlia del castellano si innamorò, ricambiata, di Moroello, comandante delle truppe. Il loro amore era però impossibile poiché la giovane era promessa sposa a un nobile. I due giovani dovettero così amarsi segretamente.
Un giorno Moroello partì per una battaglia a difesa del regno. Tornò alcuni giorni dopo da vincitore agghindato, in segno di vittoria e sfregio, delle armature e dei vessilli dei nemici. Soleste, che lo aspettava sulla torre più alta del castello, non lo riconobbe e, credendo morto l’amato e impaurita al pensiero di un’imminente invasione, si gettò nel vuoto. Appena varcato il ponte levatoio ed appresa la notizia della morte dell’amata, Moroello si uccise a sua volta.

Il suo fantasma si aggira ancora nel castello, disperandosi e chiamando il nome dell’amata. Nemmeno al di là della morte sono riusciti a ricongiungersi. Oltre a lui ci sono altri fantasmi: una donna che odia gli uomini perché in vita è stata stuprata, altri adulti e alcuni bambini che ridono e corrono lungo i corridoi.

Dopo cena le donne presero i nostri piatti e si dileguarono, Pino andò a letto, Marcello e Gregorio restarono al tavolo a parlare, Zeno ed io andammo a caccia di fantasmi. Fuori il buio era totale. Entrammo in un’altra ala del castello, facendo luce con le torce dei cellulari. Entrammo nella stanza delle torture, così c’era scritto nel cartello appeso fuori. Scendemmo le scale. I muri erano pieni di asce. Una grande gabbia pendeva dal soffitto, dentro uno scheletro con la bocca spalancata. Un manichino, al centro della stanza, impugnava un’enorme scure. Pensai che niente e nessuno mi avrebbe impedito di toccarla, se solo avessi voluto. Fu un pensiero strano che mi mise in uno stato di agitazione. Dall’altra parte della stanza c’era una porta, oltre la porta altre scale. Ci condussero in un’altra stanza molto più grande della prima. Era una stanza vuota, eppure i muri parevano gridare. Zeno puntò la torcia contro il muro, trovò quello che stava cercando e mi fece segno di avvicinarmi.

«Guarda qua. La vedi questa pietra?» mi domandò.

Era una pietra nera conficcata nel muro, aveva delle scanalature come se fosse stata tagliata e risplendeva un po’ alla luce.

«Ne vedi delle altre simili?»

Controllai tutto il muro e anche gli altri intorno.

«Non ci sono altre pietre così, questa è l’unica. Si chiama tormalina nera e assorbe le energie negative. Vedi dove punta?»

Seguii il suo dito.

«Punta proprio alla finestra.»

La finestra era lì, piccolissima e oscura. Serviva come punto di fuga per le negatività, perché non stagnassero all’interno, non guastassero, non corrodessero.

«Qui accadevano le cose brutte.»

Soltanto quando uscimmo da quella stanza l’aria tornò ad essere respirabile.


Il sindaco di Ligonchio era molto indaffarato con le frane, causate dalle immense piogge di quell’estate.

«Quando va tutto bene, va tutto bene; quando va tutto male, è colpa del sindaco.» ci disse.

Scattai una foto veloce davanti al cartello della Ciclovia, il tricolore attraversa il torace del sindaco dalle spalle alla vita, la foresta intorno a noi, la pioggia che continuava a cadere, che ci faceva indossare pantaloni lunghi e felpe anche gli ultimi giorni di giugno.

Gli impegni del primo cittadino ci concessero il resto della giornata libera. All’interno dell’albergo in cui soggiornammo c’era una piscina. Nessuno di noi aveva il costume, eppure ci arrangiammo in qualche modo: gli uomini con i loro boxer inguardabili, io mi misi due mutande (“Ti coprono di più” aveva detto Marcello, che ha lavorato come venditore di vestiti nei mercati ambulanti) e il reggiseno sportivo con la legatura stretta e intrecciata dietro la schiena. Sguazzammo per un po’ nell’acqua: era tutta per noi. Dalle grandi vetrate si vedeva la nebbia scendere dai monti.

Dopo andai in camera a farmi la doccia. Avevo una camera tutta per me: a volte era bello essere l’unica femmina della spedizione. Pino mi attirò fuori con un messaggio: stiamo bevendo, vieni.

Facemmo tre giri di spritz. Sentii presto la testa leggera, e le gambe divennero sempre più traballanti quando aggiungemmo anche il vino: per tornare in camera mi ressi al braccio di Marcello. Eravamo gli unici avventurosi seduti ai tavoli all’aperto, gli altri ospiti stavano dentro, al riparo. Cantammo Romagna mia, Romagna in fiore. Tu sei la stella, tu sei l’amore.

Intanto la nebbia calava sempre più, oscurando le gobbe verdi dei monti.


Celeste ci invitò a fare uno spuntino nel suo bed and breakfast ad Accumoli, in provincia di Rieti. Gestiva questo luogo fatato in mezzo alla natura, tra i boschi colmi di foglie verdi e i Monti della Laga e il Gran Sasso che si innalzavano all’orizzonte. Ci fece vedere le roulotte che aveva trasformato in piccole abitazioni. Gregorio mi fece fare un gran numero di foto che io non pubblicai.

All’esterno si aggirava una cagnolina, detta la Roscia, che io accarezzai per un po’ mentre lei guardava dall’altra parte. C’erano dei fiori bellissimi e colorati che attiravano farfalle e api. C’era un orto, da cui Celeste e suo marito ricavavo patate, pomodori, insalata, carote, cavoli e altre materie prime per sfamare gli ospiti. La struttura principale del bed and breakfast era tutta in legno, circondata da una vite rigogliosa e verdissima. Intorno a questo centro vagavano un sacco di persone, adulti e anche bambini, non so da dove sbucassero, se fossero tutti ospiti o anche amici di Celeste.

Una rete faceva da confine e dall’altra parte non c’era niente se non delle chiazze di cemento e l’erba che cresceva alta e gialla. Faceva una certa impressione: il verde rigoglioso da una parte e il vuoto dall’altra. Dall’altra parte della rete, infatti, un tempo sorgeva Illice, un paese raso al suolo dal terremoto del 2016.

Celeste e i suoi amici ci fecero accomodare al tavolo fuori, mangiammo e bevemmo un po’. I suoi amici erano delusi da come fosse andato l’evento al municipio di Arquata, dissero che non era stato compreso da nessuno. Parlarono anche di persone che conoscevano tra di loro, che avevano un ristorante o un rifugio, una cosa del genere, e che lavavano i piatti con l’acqua fredda.

Quando iniziò a calare la sera mi misi sul dondolo sotto al pergolato, in una solitudine pacifica, ad aspettare il fresco. Riflettei su quello che avevo visto e ascoltato sul terremoto, dello spazio che sembra restringersi quando non ci sono più le case, e scrissi un post. La compagna di Gregorio mi scrisse quasi subito, per farmi i complimenti.

Ci chiesero di restare per cena. Celeste cucinò una spadellata di pasta all’amatriciana.  Cenammo su un grande tavolo tutti insieme, con persone di cui non sapevo il nome e loro non sapevano di certo il mio. Però fu molto bello, come mangiare a casa propria. Tirarono fuori anche una grande quantità di vino.

«Bevi, bevi!» mi urlò Marcello dall’altra parte del tavolo.

«Guarda che se bevo troppo poi ti tocca accompagnarmi come l’altra volta.»

«Eh no! Stavolta ti arrangi!» disse ridendo, la forchetta che infilzava i maccheroni.


La donna accese un monitor e disse: «Questo è quello che è arrivato qui».
Apparvero delle immagini, sembravano cenci, degli stracci buoni per pulire i pavimenti; erano opere d’arte, ritratti che fino a pochi anni fa erano ubicati all’interno delle chiese di Amatrice e Accumoli. Oltre i danni subiti nell’immediato dal terremoto, sono anche rimasti sepolti sotto le macerie e hanno patito la polvere, la pioggia, il sole cocente e il vento. La donna era una restauratrice professionista e lavorava al Laboratorio di Rinascita di Amatrice. La guardammo lavorare per alcuni minuti: tamponava le crepe di un dipinto che ritraeva la Madonna col Bambino. Le crepe avevano assunto un colore dorato. Mi ricordarono la leggenda giapponese, che quando qualcosa si rompe non si butta via, ma si aggiusta con l’oro, rendendola ancora più preziosa.


Non fu difficile trovare la casa di Padre Pio a Pietrelcina, il problema fu l’orario, ormai era tardi e trovammo la piccola porta in legno chiusa. Pino andò a controllare e scese le scale con il passo pesante. Arrivarono in quel momento un gruppo di giovani tedeschi: uno di loro era un prete, i ragazzi avevano lunghe barbe, le ragazze lunghe gonne e lunghe trecce. Non parlavano italiano, ma a gesti facemmo loro capire che la casa era chiusa e non la si poteva visitare. Restammo insieme per un po’ a guardare in alto la porta chiusa, il cielo che si arrossava al tramonto, le rondini che volavano e cantavano sopra le nostre teste. A un certo punto Pino alzò le mani e propose di pregare. Noi cinque dicemmo un Padre Nostro e un Ave Maria. I tedeschi rimasero in silenzio, ma quando finimmo iniziarono a cantare. Le donne avevano voci alte e melodiose, gli uomini basse e profonde.


Il comune di Pietrapertosa aveva messo a disposizione un sacco di biciclette. Gregorio e una ventina di bambini fecero un giro per il paese. Pino e io li seguivamo con la macchina; lui guidava, io registravo dei video traballanti per via delle scosse del motore e le imperfezioni della strada. In uno di questi video si può vede che quasi arrotiamo Gregorio, lui si volta verso di noi con un’espressione tra l’indifferenza e il disgusto. Il bordo della maglietta gli si era arrampicato a metà schiena e gli si vedevano le mutande. Ho pubblicato il video sui social, accompagnato da una musichetta malinconica.

La sera eravamo così pieni di cibo che abbiamo mangiato soltanto un’insalata. Poi io e Pino siamo andati a fare una passeggiata per sgranchirci un po’. C’era una sagra e la gente riempiva le strade. Pino mi raccontò della sua ex moglie che, dopo essere sparita per degli anni, era tornata a casa per badare al gatto mentre lui era in viaggio. Il problema era che adesso sembrava non volersene andare dall’appartamento di cui Pino pagava l’affitto. Trovammo nel mezzo del paese una statua di Padre Pio, e Pino non poté fare a meno di pregare ai suoi piedi. Mentre lui era raccolto nel suo silenzio, osservai da una terrazza la calca della festa, con la musica delle fisarmoniche e l’odore di cibo fritto che riempiva l’aria. Eravamo in mezzo all’oscurità delle montagne, eppure anche lì la gente viveva, sperava e sognava. Osservai i giovani che camminavano, parlavano e ridevano; si comportavano come tutti i giovani del mondo, e capii che anche lì eravamo nel mondo. Non fuori, non lontani, non sperduti. Che tutti quanti siamo delle inquiete trottole vaganti, intente a sporgerci dal baratro dell’esistenza stessa.


Le vie di Sant’Agata di Esaro sono decorate da murales che ritraggono le più famose scene del cinema. Ci sono Bud Spencer e Terence Hill che cavalcano in Lo chiamavano Trinità; Hill ha lo schienale e sta stravaccato sul povero cavallo. C’è Alberto Sordi che mangia un piatto colmo di spaghetti. C’è Charlie Chaplin, seduto su una porta insieme a un ragazzino vestito poveramente; entrambi hanno lo sguardo triste, il ragazzino guarda lontano, Chaplin guarda diritto verso di noi, sembra accusarci di qualcosa; dietro di loro una porta si apre su un mondo buio e misterioso. C’è Massimo Troisi in sella alla bicicletta, nelle scene iconiche del Postino. C’è Totò che chiede al vigile “Noi vogliamo sapere per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?”.

Sotto al murale di Stanlio e Ollio ho fotografato Pino (sotto Stanlio) e Gregorio (sotto Ollio). Hanno il sorrido stanco, la pancia che si sta gonfiando. Indossano gli abiti “ufficiali”: polo bianca e pantaloni blu scuro. Pino ha persino il collare con su scritto staff; non se lo toglieva mai. Gregio allunga un braccio sopra la testa di Pino, le dita gli si aprono come un artiglio, sembra che voglia grattare la sua zucca pelata.


A Scilla quel giorno restarono tutti senz’acqua corrente. Scoprimmo che di solito viene rilasciata ogni due giorni. Il giorno prima eravamo stati in una fabbrica di bottiglie d’acqua e fortunatamente ci avevano regalato un bel po’ di bottiglie. Ce la cavammo con quelle.

Andammo al municipio, dove c’era gente parecchio di fretta che si spostava di qua e di là, e dopo poco se ne andarono tutti e chiusero il portone. Noi ci ritrovammo con un tizio dell’amministrazione a parlare fuori. Raccontava di quanto fosse difficile il suo ruolo, delle minacce di morte che aveva ricevuto. Ogni tanto saltava su qualcuno in strada che gli chiedeva delle cose, soprattutto riguardante un nuovo parcheggio a pagamento vicino alla stazione. Lui sospirava e rispondeva, ma dopo un po’ si è visto costretto a mandare via la gente, data la grande insistenza.

«Mi fanno diventare la persona che non sono.» disse sconsolato.

Era capibile, ma anche i suoi concittadini erano da comprendere. Sarebbe stato sufficiente andare a parlare all’interno del municipio e nessuno sarebbe venuto a disturbare, oppure se quelle persone trovassero ogni tanto, a uno orario proponibile, la porta del municipio aperta e qualcuno disposto ad ascoltare, forse non importunerebbero i tizi dell’amministrazione per strada.

Ci spostammo al cartello e facemmo tutto quello che dovevamo fare, con gli sguardi di curiosità mista al disprezzo dei passanti. Quando il tizio dell’amministrazione si dileguò, ci arrivarono addosso degli uomini incazzati neri. Ci dissero che quel cartello non andava bene, che già due persone si erano fatte male perché ci avevano sbattuto la testa, che era un miracolo che non ci avessero denunciati. Zeno li guardò con un sorriso cattivo, Marcello rimase a riflettere con la fronte corrucciata. Il cartello si trovava insieme ad altri, era sì un po’ basso, ma vicino a un albero; sembrava davvero strano che qualcuno passasse sul serio in quel punto. Marcello prese una chiave inglese dal furgone e in poco tempo sistemò il cartello ad un’altezza più sicura per tutti.


Nella pietra era scolpita la scritta “Benvenuti ad Antillo”. Sotto c’era la fontana da cui sgorgava un piccolo rivolo d’acqua. La gente diceva che l’acqua veniva direttamente dal monte e un tempo scendeva giù copiosa. Erano due anni che non pioveva in tutta la Sicilia.

Dopo l’inaugurazione del nuovo cartello della Ciclovia, ci siamo spostati al bar e abbiamo mangiato granita e briosce.

Dal finestrino della macchina vedevo dei grandi canyon secchi, dove avrebbe dovuto passare il fiume. Feci una foto e la inviai al mio ragazzo. Mi rispose: “con un’emergenza del genere, che turismo volete promuovere?”.


In piazza a Bronte posizionammo i gonfiabili. Gregorio collegò le casse e selezionò una playlist jazz. Gli dissi che era noiosa, e se poteva mettere le hit dell’estate. Lui mi disse che ci avrebbero sparato se lo avessimo fatto.

Vicino alla colonnina di ricarica per le e-bike c’era un kit di emergenza per aggiustare le biciclette, ma i fili che legavano gli strumenti (tenaglie, chiavi inglesi…) erano stati tutti tagliati.

Per pranzo i rappresentanti dell’amministrazione comunale ci portare in un ristorante che faceva tutto col pistacchio. Antipasto a base di pistacchio, pasta al pistacchio, carne con crema di pistacchio, torta al pistacchio.


Ad Alia finì tutto quanto. Dovevamo prendere il traghetto che ci avrebbe fatto sbarcare nel continente. Arrivati al porto non c’era nessuno, niente di niente, nessun movimento. Qualcuno ci disse che la nave non c’era. Pino sfrecciò verso un altro porto, se non fossimo arrivati in tempo avremmo dovuto guidare tutta la notte. Arrivati all’altro porto per fortuna ci presero a bordo. Passammo la notte sui sedili (le cuccette costavano troppo) insieme a famiglie di vacanzieri. Io mi svegliai più volte quella notte, riportata in veglia dal dondolio della nave, dal freddo improvviso che mi prendeva, dal russare dei vicini. Dall’oblò vedevo la linea scura del mare.

Sbarcammo all’alba nel Lazio. Ci aspettava ancora un bel tratto d’autostrada. Ci fermammo in un autogrill. Io scesi per andare in bagno e quando tornai la macchina non c’era più. Non avevo preso con me né il cellulare né i soldi. Chiesi al ragazzo alla pompa di benzina se poteva prestarmi il cellulare; chiamai il mio numero, ma nessuno rispose. Rimasi a sedere vicino all’entrata dell’autogrill, con la gente che entrava e usciva. Facevano quaranta gradi all’ombra. Mi raggiunse la certezza che nessuno stava venendo a prendermi. Ero sperduta e introvabile, nella spaventosa libertà confinata tra il metallo e il cemento.

Dopo una buona mezzora vidi comparire la macchina. Gregorio dal sedile del guidatore sbracciò come per dire: ma che cazzo fai?


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