PERIPLO #15 – Matregna mia

di Mariana Branca
copertina di Piranesi


Madre o madregna, cosa importa, quando una donna insegna a un’altra donna a stare al mondo, a leggere, a scrivere, a predire il destino attraverso le carte, le stelle, il colore del sangue. A farsi spazio nel mondo, a trovare la propria via.

La via di Gironima, figlia di Don Niccolò Spano e Donna Fiorita Lorestino, pace all’anima loro, va da casa sua, in via della Longara, assai prossima alla Porta Settimiana, a tutta Roma. È entrata, Gironima, – da quel giorno di ottobre 1624 che dalla Sicilia se ne venne nella Capitale – nelle case dei ricchi, nei palazzi delle dame. Ci è entrata di persona, per leggere il futuro, predire la morte dei papi, indovinare la caduta di nobili casati. Ci è entrata con le sue creme, i suoi unguenti per le nobili signore; con l’acquetta segreta della madregna sua, Giulia Tofana.

Madregna mia, mia madregna,
Damme er segreto tuo, si sta fija tua n’è degna. L’acquetta tua, che nun se vede, ch’è trasparente,
Che nun c’ha n’ombra de sapore, che nun sa de gnente. L’acquetta tua che nun c’ha n’odore,
che t’abbatte uno e nun fa’ rumore,
che te fa spari’ da ‘sto monno senza ‘n lamento, senza soffri’, come ‘n soffio de vento.

«Fija mia, pija du’ oncie d’arsenico e un grosso de piombo – ché sarà un par de quatrini – e tritalle bene insieme. Riempi ‘na brocca nova d’acqua, ‘na foglietta scarsa, e mettice drento l’arsenico triturato mischiato colla borra de piombo. Copri la bocca de la brocca co’ la pasta, siggilla bbene, che nun ce deve passa’ manco ‘n filo d’aria. Mettila sul foco a bolli’, finché l’acqua nun cala più o meno d’un dito. Aggiuncice pure quarch’artro ingrediente, ma ‘sti qui te li ‘nfido all’orecchio, che so segreti.

Dajene cinque o sei gocce, ‘na vorta ner vino ‘na vorta ner brodo, poi mettite bona, e aspetta». Gironima ha quattordici anni, è sveglia, impara in fretta. Sapeva che quando la madregna sua le diceva

«Sciò, fija mia, va’ a pijà ‘na sporta de cocomeri ar mercato, ma fa’ ‘n’antro tajo, ché qui c’è troppa gente» bisognava andare a cercare le cose segrete, le polveri e le pietre.

«Com’ordina madregna, madregna mia», diceva Gironima, e s’avviava su via della Longara, la via Sancta che va verso er Cupolone, finito di costruire qualche anno addietro, consacrato da papa Urbano VIII, buonanima. Poi era arrivato Innocenzo X, e il giubileo, nel 1650, e l’anno dopo Giulia, madregna sua, era spirata.

Gironima Spana, o Spara, o Spala, sbagliano tutti il nome suo, “A’ profete’! Profetessa!” o “Gironima la Strologa, ce stai? Ce devi legge le carte!”, gridano, bussando alla sua porta. Se urlano “madregna, sei in casa?”, invece, Gironima sa che sono signore e dame, venute a cercare l’acquetta che le libera dal male. Sanno dove trovarla, Gironima, lei sa dove trovare le cose segrete, le polveri e le pietre.

Fa’ ‘n’antro tajo”, diceva la madregna sua, e Gironima scende le scale, apre la porta, vede le fronde di alberi alti, le mura del palazzo di fronte dove, da poco, vive una regina venuta dalla Svezia, la chiamano Regina Bambina ché a sei anni era già stata incoronata. Si dice che alla nascita sembrava un maschio per via di un clitoride grosso e prospiciente, che la madre perciò l’aveva ripudiata. Madregna Giulia, invece, l’aveva accolta, l’aveva tenuta, Gironima, pure amata, le aveva insegnato le cose del mondo, quelle che si vedono e quelle trasparenti.

Si dice che questa regina, il padre, il re di Svezia, l’avesse amata intensamente, ma era morto presto, nella guerra dei trent’anni. Si dice che la madre di Cristina non l’avesse fatto seppellire, che visitasse continuamente il suo corpo imbalsamato con la bara ancora aperta, che ignorasse lo stato di decomposizione. Che gli avesse fatto asportare il cuore, mettere in un’urna che ogni notte pendeva sulle teste di madre e figlia. Si dice che Cristina amasse una bella dama di corte di nome Ebba Sparre, che avesse detto che il matrimonio le dava ripugnanza, che avesse fatto impiccare più di un uomo per averle fatto torto. Si dice che non le piacesse la religione Protestante, quella per cui suo padre era morto, e perciò avesse rinunciato al trono, per farsi cattolica e venirsene a Roma, attraversando la Svezia a cavallo, vestita da uomo, sotto il falso nome di conte di Dohna, con un seguito di duecentocinquantacinque persone e duecentoquarantasette cavalli.

Si dice che dietro quelle mura, nel palazzo Riario, Cristina adesso detta Alessandra come il papa che l’aveva accolta in pompa magna, avesse fondato un’Accademia Reale, che tutti i venerdì aprisse la villa ai visitatori più abbienti, che li intrattenesse con discussioni intellettuali, che succedessero intrighi, feste, avventure galanti, che si sperimentasse il potere di certi miscugli, di certe piante.

Si dice che un certo Cartesio riporta: Cristina è accusata di essere una lesbica, una ninfomane, una prostituta, un ermafrodito, un’atea. Si dicono molte cose, d’altronde, intorno a certe donne.

La Regina Bambina morirà “a dì 22 marzo 1689, venerdì, ad un’hora di notte”, porteranno “il suo cadavere con abito di broccato d’oro bianco in carrozza, con il Parrocchiano et altro Regolare et due soi cappellani et avanti valletti con ombrella et altre cinque carrozze con valletti, tutti con torce e la guardia svizzera con alabarda”, chiuderanno “quasi tutte le botteghe di Roma”, concorreranno “tutti al trasporto di essa a San Pietro in Vaticano” dal Palazzo Riario, in via della Longara, ma questo Gironima non può saperlo.

Cammina, Gironima, passa davanti al convento della Madonna Regina Coeli e l’altro di Santa Maria della Visitazione, in mezzo a un grande campo. Gironima non sa che là dentro ci abiteranno le Carmelitane Scalze e le Mantellate Serve di Maria, prima, poi i criminali e le criminalesse di tutta Roma.

Carcere femminile ci hanno scritto Sulla facciata d’un convento vecchio Sacco de paglia al posto de’ ‘sto letto
Mezza pagnotta e l’acqua dentro ar secchio Le Mantellate so’ delle suore
Ma a Roma son soltanto celle scure ‘Na campana sona a tutte l’ore
Ma Cristo nun ce sta dentro a ‘ste mura Nell’amore abbi fede, ci hanno detto Tre mesi che me svejo e che t’aspetto Cent’anni che s’è chiuso ‘sto portone

Canteranno, urleranno attraverso le sbarre alle finestre per parlare con le mogli i mariti i figli, i cospiratori, fuori, sul colle del Gianicolo: i secondini li lasceranno fare. Regina Coeli sarà il carcere del quartiere, per entrare, dal Lungotevere dovrai scendere tre metri poi salire tre scalini. Canteranno, ma Gironima non può saperlo,

a via de la Lungara ce sta ‘n gradino, chi nun salisce quelo nun è romano e né trasteverino.

Passa Gironima davanti a un enorme spazio vuoto, polvere, terra battuta, che al centro, ma Gironima non lo sa, ci faranno l’Hospitale dell’Alma Città di Roma, l’ospedale di poveri, forestieri e pazzi, e banditi, eretici, streghe

soprattutto quelle, internati, chiusi a chiave, controllati da un primicerio, tre guardiani, un segretario, un camerlengo, due sindaci, un cappellano e il mastro dei pazzi che, aiutato da un medico chirurgo, da uno speziale e da un barbero, curerà i malati, contenendoli con cinture, giubbotti, giacche e guanti e ancora cavigliere, polsiere e spondine, somministrandogli purghe e salassi, praticando esorcismi, alle streghe soprattutto quelle.

Gironima i pazzi li vede dappertutto, in via della Penitenza, in via della Scala, in via del Mattonato, e in via della Longara, specialmente. Specialmente li vede davanti alla sua porta, li sente bussare, che non sono pazzi davvero, sono donne infelici, esasperate, maltrattate o anche soltanto annoiate, donne che hanno preso marito e perso il sonno. Quelle bussano, madregna, madregna mia, dicono, e lei apre la porta e le fa contente, gli vende l’acquetta che gli restituirà il sonno, forse i sogni.

Cammina Gironima, passa davanti alla chiesa di San Leonardo in Settignano, si ferma un attimo, s’inchina, si segna il petto e la fronte per dare lode a Ceccolella, la Santa Romana, Francesca, che di miracoli ne fece tanti.

Si dice che mise in salvo lei e la cognata Vannozza, nel luglio 1399, quando una mano invisibile le spinse nelle acque del Tevere grande; che guarì moribondi, che fece parlare una muta, resuscitò un bambino e un uomo annegato. Si dice che preparasse, con l’acqua del Tevere, un miracoloso unguento, che passasse ore e ore pregando, cadendo nell’estasi di Dio; che possedesse il dono della dislocazione. Che Satana le apparve quaranta volte, torturandola ferocemente, lasciandole addosso lividi e ferite orrende: che alla fine Ceccolella l’ebbe vinta. Ma Gironima non ne sa niente, di Dio, di Satana, sa quello che dice la gente: che uno è il bene e l’altro è tutto il resto.

Quasi alla fine della Longara, passa Gironima davanti a certi giardini, abbandonati, con le fontane, i mosaici, i vasi decorati, i dipinti sui muri e milioni di piante, milioni di fiori.

Li chiamano gli orti di Clodia, una patrizia del tempo dei romani, moglie di un proconsole che, si dice, Clodia tradiva continuamente perché a Clodia piaceva divertirsi, piaceva il piacere. La figlia loro, Cecilia Metella, si dice che fosse pure lei una licenziosa, una libertina, ma d’altronde: le mamme puttane fanno figlie puttanelle.

Clodia l’amavano in tanti, anche il poeta Catullo, che la chiamava Lesbia e le scriveva poesie e versi e canti, e si capiva che Catullo e Lesbia conoscessero il piacere, ne facessero esperienza. Vivamus, mea Lesbia, atque amemus, scriveva Catullo, e Clodia amava, amava Catullo, amava Marco Celio Rufo, amava tutta Roma. Clodia la Scandalosa, Clodia la Prostituita. Non amava suo marito, invece, perciò al Senato la accusarono di averlo ammazzato con una coppa aggiunta nel vino di un’acqua velenosa.

Attraversa il fiume, Gironima, sale sulla seconda barchetta, un barcone attaccato a un cavo teso tra la mola a destra e quella a sinistra del Tevere grande, irruente, impetuoso quando piove.

Arriva a piazza dell’Oro, entra nella Basilica di San Giovanni che il popolino la chiama il Confetto Succhiato, si inginocchia a destra dell’altare, aspetta che qualcuno la veda, a volte aspetta un minuto, a volte un’ora.

Mentre è là, inginocchiata, le mani giunte, si chiede se è vero quello che si dice, che sotto quella piazza ci sta un altare, antico, Tarentum lo chiamano, il santuario di Dite, dio degli Inferi e Proserpina sua moglie, dea dell’oltretomba. Si dice che là i romani giocavano ai ludi Tarentini una volta ogni centodieci anni, che sacrificavano nove agnelli e nove capre femmina, due tori, due vacche e una scrofa gravida alle Parche, ad Ilizia dea del parto e a Tellus Madre Terra. Gironima genuflessa si chiede se è vero che l’altare lo avesse dissepolto un sabino per riscaldarci sopra dell’acqua del Tevere grande, farla bere ai suoi figli moribondi e così salvarli.

Pensa Gironima a quanti poteri ha l’acqua, qualche goccia di acqua trasparente, una coppa di acqua nel vino, un bicchiere di acqua riscaldata.

Mentre si domanda, un Padre del Confetto Succhiato la vede, si avvicina, le segna la fronte e la mano, il palmo destro aperto, poi chiuso, di nuovo segnato. Non alza lo sguardo Gironima, esce dalla basilica a testa bassa, scende le scale, s’immette sulla strada Julia, gira su via di San Girolamo della Carità, entra a Santa Caterina alla Rota, dove di nuovo, a destra dell’altare, si inginocchia, aspetta.

Pensa Gironima alla storia della Santa d’Alessandria d’Egitto, di nome Caterina per via dei catenariis, le catene appese come ex voto dai Saraceni liberati dalle prigioni dell’ospedale adiacente. Pensa a Massimino II che la volle a tutti i costi in moglie, lui imperatore romano lei giovane egizia, cristiana, che lo rifiutò come marito, che rinnegò il culto degli dei; pensa a Massimino che, perciò, la condannò a morte col supplizio della ruota dentata. Si dice che mentre l’ammazzavano, il cielo prima limpido si fece scuro scuro, nero; che ne scese un fulmine che spaccò a metà la ruota dentata. Si dice che la Santa la dovettero decapitare, che dal collo mozzato non sgorgò sangue ma latte per quanto pura era la Santa; che un angelo la portò in volo sul Monte Sinai dove c’è il suo monastero. Mentre pensa queste cose, Gironima, esce dalla sagrestia Padre Don Girolamo, che si chiama come lei, anche se a lei tutti la chiamano Gironima e non Girolama, Gironima la Profetessa, Gironima la Strologa, Gironima l’Indovina. Gironima madregna, madregna mia.

Si avvicina, Padre Don Girolamo, le si siede accanto, le segna la fronte e la mano destra, il palmo aperto, le richiude la mano intorno alla piccola boccetta benedetta nel suo palmo destro. Si alza e se ne va, lo stesso fa Gironima, che si inchina un’ultima volta davanti all’altare, esce, riprende la strada Julia verso la chiesa di Santa Maria dell’Orazione e della Morte, una chiesa macabra e triste dove“nell’anno del Signore 1538, alcuni devoti Christiani, vedendo che molti poveri, li quali per la loro povertà restavano senza sacra sepoltura, e forse cibi di animali, instituirno una Compagnia sotto il titolo della Morte, che faceva opera di misericordia tanto pia, di seppellire li poveri morti”, andandoli a cercare d’estate e d’inverno, di giorno e di notte. Li caricano sulle spalle, li portano per chilometri e chilometri fino a Roma, l’odore gli impregna la polpa delle ossa; pensa, Gironima: chissà se l’acqua basta, chissà se la sa levare, lavare via di dosso, la puzza della morte.

Entra nella chiesetta, Gironima, si inginocchia a destra dell’altare, aspetta. Un fratello della morte la vede, si allontana un momento, torna da Gironima, gli occhi bassi: benedice la mano il palmo destro di Gironima, poi la fronte; se ne va volgendole le spalle.

Passa Gironima per il vicolo del Polverone o della Seccuta, la sabbia che, quando tira il vento, si alza dalle sponde del Tevere grande e precipita in quel vicolo stretto, precipita sul mercato di Campo de’ Fiori. Precipita e soffoca chi vende e chi compra, la polvere la sabbia la terra battuta sollevata al passaggio, la peste di due anni addietro, la peste che aveva ammalato Roma, ne aveva fatto l’aria infetta, e tu andavi a Campo de’ Fiori e trovavi la morte, trovavi polvere sabbia terra battuta trovavi la peste. Oggi invece a Campo de’ Fiori ci trovi le mele le pere i cavoli dalla forma geometrica, la carne e il pesce pescato nel Tevere grande, i vasi i cocci i cesti le cose fatte a mano.

Cammina lenta, Gironima, sulla terra e la polvere secca di Campo de’ Fiori, cammina con le mani nella tasca del grembiule, tira fuori qualche moneta, paga il suo amico speziale che le vende le polveri cosmetiche per le signore di tutta Roma, la polvere di bismuto, che è tossico ma sbianca la pelle, la polvere di talco, che la leviga, la polvere di riso, che ne assorbe il sebo, e la cerussa, il carbonato basico di piombo, tossico quasi mortale, ma che la rende bianchissima, candida, che come lo prepara Gironima nessuno in tutta Roma. Compra Gironima le foglie per le sue acque odorose, l’acqua di rose, l’acqua di fiori di arancio, l’acqua di lavanda, l’acqua della Profetessa, elisir di eterna giovinezza.

Paga, mette tutto nella sua sporta e riprende a camminare, lenta lenta per Campo de’ Fiori che prima di essere un mercato era un campo, di fiori come dice il nome, di papaveri sgargianti, di fiordalisi blu brillante, di ranuncoli gialli, di margherite dalle grandi corolle, la camomilla profumata, la veronica coi fiori azzurri, le ombrelle dell’achillea millefoglie, i trifogli rossi e bianchi, i cardi selvatici, spinosi.

Campo de’ Fiori che i fiori ci nascevano per la vicinanza all’acqua del Tevere grande, dove le sante non annegano, dove l’acqua salva i moribondi. Campo de’ Fiori che non è l’orazione e la morte, non è la rota dentata, non è la lama che taglia le teste delle sante, che non è l’esorcismo del mastro dei pazzi, non è la contenzione delle Mantellate, non è il sangue versato di agnelli capre tori vacche e scrofe gravide, non è l’urlo, il canto delle condannate. Non è, Campo de’ Fiori non è la morte, Campo de’ Fiori è dove si compra si vende si vive, si sopravvive, è dove Gironima comprava i cocomeri per la madregna sua, Campo de’ Fiori è il punto di mezzo da e a via della Longara.

Non lo sa, Gironima, non può saperlo, che da lì a quattro mesi soltanto, là, in mezzo a Campo de’ Fiori senza fiori, il suo corpo oscillerà alla forca, appesa per il collo.

La condanneranno per l’acquetta sua che senza sapore odore dolore ha fatto sparire, in quegli anni, seicento mariti di seicento mogli.

Gironima e altre quattro pazze, omicide, streghe dell’acqua, il 5 luglio di quell’anno santo 1659, dondoleranno al capestro, sul patibolo per loro allestito sulla polvera secca, sulla terra battuta di Campo de’ Fiori.

Dondolerà Gironima, ma lei non sentirà niente, avrà bevuto l’ultima boccetta, tutta d’un sorso, l’acquetta trasparente della madregna sua.


Periplo è una rubrica curata da Silvia Penso e mariel.
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