Di Nicolò Augelli
copertina di Anonimo (dalla collezione The Lens of Desire: Eye Miniatures (ca. 1790–1810) )
I fari delle macchine mi sfiorano, mi inquadrano quel che basta per farmi sembrare un tossico in cerca di una busta all’alba. L’odore di dosi sibila tra i rami. Sto andando dalla mia famiglia per la prima volta. Hanno accettato la mia richiesta di verifica. Per misurarsi col fuori: un posto per chi non ha più posto.
Tutto quello che porto addosso sa di prima, ma pesa in modo diverso. Non so quasi più accendere le cuffie o collegarle al telefono. Ho un portafoglio, qualche soldo. Mi sento un anormale che finge di essere normale, con la dinamite nel cappotto.
La strada per la stazione mi offre un viale desolato, sporcato dalla luce di qualche lampione. L’aria si sta svegliando solo adesso. Cammino spedito, il corpo avanza magnetico verso i treni che mi porteranno a casa. Casa… Non la possiedo più. Ho i crampi da tutto il peso di ciò che c’è da ricostruire. Il treno è in ritardo di qualche minuto. Ho paura di perdere la coincidenza a Milano. Come tutti quei treni che ho perso perché arrivavo all’ultimo in stazione, ubriaco.
Guardo il telefono, ma è un giocattolo che non conosco. Prima di partire, ho eliminato tutti i miei contatti molesti. Scroll di foto indecenti. Frasi volgari. Nickname da disconnettere da ciò che sto diventando.
Prendo la coincidenza senza problemi, metto a bada la paura irrazionale di rimanere lì, bloccato in quella gigantesca stazione dove hanno transitato troppi ricordi sferraglianti. Il treno è pieno. Sono i primi caldi, la gente ha le onde addosso. Faccio il primo pezzo di viaggio in piedi. Nessuno attorno a me parla la mia lingua. Ho paura che ridano di me. Occhiate veloci: cappi fatti da marinai pieni di calli.
Quando il treno tocca la costa, il mio pomo d’Adamo si disincaglia. Finalmente iniziano a scemare. Scrivo ai miei amici che mi attendono. Siamo mani che non si toccano da troppo tempo. Sono stato una rovina per loro. Sarò un riscatto. Il viaggio sembra infinito. Scrivo, leggo, mi preparo a quella che temo sarà una festa di tre giorni: il decaduto che torna a casa, in procinto di rinascere. Vorrei un ritorno normale, senza bisogno di stupirli. Vorrei entrare con gesti delicati nelle loro vite che nel mentre sono andate avanti, accarezzarle appena.
Scendo, giro l’angolo, esco dalla stazione. La mia città non mi ha aspettato. Non riconosco quasi nulla, nemmeno i negozi attorno ai binari. Mi schianto sulla visione di Zoe. La vita passata insieme fin dalle elementari. La vita che mi ha visto mandare a fanculo. Quella che sta vedendomi riprendere in mano a tutti i costi. Non sapevo venisse lei a prendermi. Mi paralizzo. Metto a fuoco solo lei. Ci abbracciamo e non esiste più nessuno. Nemmeno i turisti attorno a noi, che a momenti prendono in mano i telefoni per immortalare quella scena da film. Ci versiamo l’emozione l’uno sull’altra. Ci avviamo verso il centro della città per mano. Mi continua a scrutare da capo a piedi. Sono il sollievo, la speranza.
Ci raggiunge mia sorella per pranzo. Ci stringiamo per recuperare gli abbracci persi. Sento la loro gioia, la esaspero con una maschera di benissimo. Il dispiacere del prima mi dà quel copione e non riesco, per ora, a stracciarlo. Tre giorni lontano da quel posto. Tre giorni da solo. Casa di mia sorella è il calore che non ricordavo. Il suo gatto che mi si appallottola addosso. La terrazza su quel mare che mi ha visto crescere tra le sue onde. E annegare.
Non vedo mia madre fino al giorno dopo. Il momento solenne deve arrivare con calma. Andiamo a prenderla, io e mia sorella, per uscire a cena. Piccola, tremante, con gli occhi lucidi appena mi vede. Un altro abbraccio che mi inciderei addosso. Piango. Non so se è per la gioia o per la tristezza. A tavola, nel ristorante, non sono abituato a niente. Ordinare da mangiare potendo scegliere. Il sapore che ha il pesce: cose sepolte. Tutti bevono attorno a me. Mia mamma ordina solo un calice. Mia sorella acqua. Rispetto silenzioso quei gesti. Mi accorgo dell’alcol come se fossi addestrato a farlo. Sigillo le mie perplessità sotto i racconti più bizzarri che mi vengono in mente. Tema: comunità. La mia famiglia ride, chiede, si immerge in quella caricatura.
Il secondo giorno è un po’ più stabile: andiamo al mare. I sensi si attivano come davanti a una vecchia foto custodita gelosamente. Mi lancio nell’acqua che quasi nemmeno mi svesto. Nuoto con tutto me stesso. Mi giro verso la spiaggia e mi incanto a guardare le montagne dietro alla sabbia. È tutto così vivo, folgorante. Passo del tempo con mamma. La porto in acqua come una bambina. Non voglio ossessionarmi per il suo passo teso, per la snellezza innaturale del suo corpo. Voglio che oggi mi vada bene così. Questa giornata mi basta.
Ma dura poco. All’ombra, prendo il telefono, scarico la app di incontri. Tentenno prima di aprirla. Ragiono sul perché lo sto facendo, sulla tensione che c’è in quel ritorno. Ma ho troppa voglia di altra pelle. Riesco a non concedere troppa importanza a quei volti. Mi appaiono come doppie figurine, inutili da collezionare. Mi scrive un ragazzo. I toni sono morbidi, educati. Niente richieste sconce. Domande sensate quanto basta per concedergli di vederci la mattina seguente. Sono a pochi passi da lui, lo cerco tra le persone ammassate sotto la pensilina dei bus. Mi batte il cuore in modo inconcepibile. Mi tremano le mani. Non so più come si fa. Mi sento un emerito imbecille. Mi fermo prima che mi veda. Sono davvero tentato di mandare tutto a puttane, di sabotarci prima ancora di vederci. Poi respiro, mi concentro e alzo la mano per salutarlo.
Camminiamo sotto i portici. Nessuna meta precisa, se non quella di rompere l’imbarazzo con le parole. Lui le usa, tantissime. Una macchinetta di racconti e descrizioni. Evita qualsiasi vuoto. Io mi metto in ascolto, lo lascio fare: è così che lo studio. Vedo che sorride quando si aspetta un mio commento. Si sposta con la testa un po’ di lato quando fa una riflessione abbastanza lunga. Non lo trovo particolarmente bello, una consapevolezza che mi piega un po’. L’istinto di incontrarlo l’ho messo insieme per un puro desiderio carnale. Ci sediamo per un caffè. Noto che non ordina alcol: mi adagio su quella scelta. È in una coppia aperta: non è un concetto che capisco più di tanto. Mi sa di farsa, di non volere prendere una posizione per convenienza. Evito di dirglielo, la morale mi sta come un preservativo trovato in terra.
Non riusciamo a salutarci. Cambiamo semplicemente posto dove andare a parlare. Tra una mia sigaretta e l’altra, parliamo di musica, di quella città in pasto ai turisti, dell’essere gay in una provincia che ti mette in un angolo e sta lì a guardarti. Non gli dico niente di me. Non sono pronto. Imparo la giusta misura di una nuova conoscenza. Il mio vomito è ancora personale, puzza troppo. Devo andare, mia mamma mi aspetta. Non capisco se abbiamo voglia di rivederci o no. Un’ora dopo, una notifica: «Vieni da me domattina?». Sorrido, confermo.
Passo la mia ultima sera a sentirmi un panno lavato male. Una parte di me evoca i miei passati sgattaiolare da un tizio all’altro, tenendo all’oscuro il resto del mondo dai miei spostamenti. È quello che ho fatto oggi con mia sorella. Il mattino dopo lui mi scrive: gli dico che non posso andare. Glielo scrivo a dita serrate, controvoglia. Ma so che non sono pronto a fare le cose di nascosto, di corsa, con la mia vecchia foga. Ho saputo mettere in pausa quel craving: un sacrificio che mi solleva. Vado a pranzo con i miei amici, radioso. Pronto ad essere acclamato per i miei progressi. Non bado a quello che mangio. Mi mangio i loro sguardi, le loro bocche distese. Li saluto con una foto. La riguardo in treno. La prima nuova memoria. Torno verso la mia gabbia con una valigia in più. Non la si vede, ma contiene la sicurezza di tornare. Dove so che devo essere. Dove la colpa che sentivo di dover espiare, piano piano, sta diventando l’occasione per capire finalmente chi sono.
Aspetto alla stazione dell’insulso paesello, stremato dal viaggio. Mi sento come se avessi passato un test. È così, in effetti. Finalmente vedo la macchina che stavo aspettando. C’è una persona che all’inizio non riconosco: è il mio amico Primo. Mi corre incontro. Non mi aspettavo di vederlo. Ci abbracciamo come se solo in quel momento, insieme, tornassimo a essere due utenti di una comunità: i giorni appena passati non contano. Mi chiede tutto, gli dico troppo. «Davero, Frà? Qui invece ‘n mortorio senza di te.» Sguazzo nel vuoto che lascio nella gente. Mi accolgono bene, come fossi tornato dal fronte. Percepisco un po’ di invidia da parte di qualcuno. Non lo biasimo. Sono quello che è stato fuori, che ha visto, e che è tornato. Mi fanno le urine, ma non ho paura. Ho paura del fatto che siano un deterrente. Ripenso a quanto mi é mancata la sostanza in questi giorni: niente. Il sapore dell’alcol mi fa rabbrividire. Non sono convinto che questa sensazione di schifo durerà per sempre, ma intanto me la tengo addosso volentieri.
Mi comunicano che un’altra persona se ne è andata, il motivo non è chiaro. O meglio lo è: i boschi chiamavano. Mi aggiornano sul bollettino delle litigate: speravo di più. Sono io quello con i racconti più succosi: quelli di un mondo che vive solo nei loro sospiri, o nei loro ricordi peggiori. Non ho nemmeno bisogno di riabituarmi agli orari, alle regole. Mi sento a casa. L’unica cosa che non mi mancava è il fetore della mia stanza. Osservo il mio vicino di letto parlare al telefono, nel giardino. Un omuncolo che cammina avanti e indietro, agitandosi mentre lo sento dire: «Mamma, io domani torno a casa. Rivoglio la mia vita.» Quale vita, mi domando. Quella che ci ha ridotti qui? Mi spiazza sua madre, che tuona nella cornetta: «Tu non vai da nessuna cazzo di parte, hai capito?» Mi addormento consapevole che siamo dei rottami, che nessuno vuole più restaurare. Per la prima volta lo capisco. Non mi sento una vittima, se non di me stesso.
Al mattino, è tutto realtà. Il suddetto compagno di stanza, avvolto da una nube tossica, mi sveglia. Apre e sbatte, ante e porte: sta facendo le valigie. «Ma dove cazzo vai?» «Nico, mia madre sta male. Devo andare a casa, non può stare da sola.» Vorrei dirgli che cazzo dici? Ma se tua madre non ti vuole nemmeno se la paghi, se l’ho sentita urlarti contro ieri. Sei un pezzente, la macchietta di te stesso. Sei lercio, sei una fogna che tutti prendono per il culo. Invece non dico proprio un bel niente. Lo aiuto con le valigie, non augurandogli nulla se non di trovare il suo tempo. Perché non è adesso. Nel mentre, che si provi a salvarne un altro. Io la mia valigia non la preparo, la ripongo.
Siamo dei tessuti. Che scelgono se mettersi in moto o stare parcheggiati.
Nel secondo caso, prima o poi arriva la multa.
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