di Silvia Penso
copertina di Edizioni Lindau
Infila le chiavi nella toppa e spinge forte, aiutandosi con la spalla buona. La porta cede. Allunga una mano, preme l’interruttore, uno sfrigolio e la lampadina si accende. Si sente odore di colla e di tisana al finocchio. Sopra la madia c’è una torre di stuzzicadenti vicino a un’accozzaglia di pasta di sale dalla forma strana. Spesso lasciano qui gli oggetti che costruiscono, non li portano nel mondo fuori. Lui li fa accumulare, dentro i mobiletti, sopra gli scaffali, sul letto che non usa nessuno, pure nel bagno anche se è piccolo piccolo.
Caterina Villa, Misurare il vuoto, Edizioni Lindau
Inizia così Misurare il vuoto di Caterina Villa (Edizioni Lindau) e anche se ancora non lo sappiamo stiamo entrando dentro la casa della storia, che qui è come dire il suo vivo, il suo centro e perno, il suo ventre. La roulotte. Che però non è semplicemente tale; è un oggetto reale, certo, sebbene ormai non più funzionante e posta in un luogo che reale lo è altrettanto, in sosta ormai perenne nella campagna davanti al lago Trasimeno, ma lei, la roulotte, è anche luogo psichico e di salvezza. È stata lasciata lì chissà da chi e quando, ha un custode di nome Nicola ed è un rifugio per chiunque voglia chiudersi dietro la sua porticina per un po’, staccare dal mondo, a volte da stessi, a volte invece dentro se stessi entrare, mettersi in pausa, predisporsi in connessione con qualcosa d’altro e che per ognuno è diverso. La roulotte è di tutti, basta segnare la prossima visita sul calendario, il custode è lo spettatore del passaggio, l’anello di congiunzione.
Non c’è una regola scritta, ma la rispettano tutti, immagina che sia perché lo vivono come un luogo sicuro. Non è certo merito suo; lui, Nicola, è solo il custode. E questo è il suo purgatorio di lamiera vicino al lago, così che non possa dimenticare. Osserva le persone quando escono dalla roulotte alla fine del loro turno, il passo di un grammo più leggero, lo sguardo più limpido. Lui là dentro si ripara dal freddo e rassetta. Non è come loro, non sa fare altro.
Ibid.
La roulotte è il punto fermo cui fa da contrasto il moto centripeto dei personaggi, idealmente da lei partono linee e percorsi che sempre a lei ritornano calamitando lì ogni esperienza vissuta al di fuori. Nel mentre i protagonisti si muovono, entrano in relazione tra loro, svelano incognite che li riguardano, si scrutano dentro.
Il silicone delle finestrelle è tutto smangiucchiato, fa passare gli spifferi, e il pavimento è scorticato, ma la roulotte continua a fare il suo dovere. Non è più la stessa che gli ha affidato il custode precedente. È diventata un posto vero, ci è cresciuta dentro un’anima.
Sempre ibid.
E sembra avvolta dal mistero, questa piccola carcassa di lamiera senza ruote, ogni cosa intorno spiata da occhi invisibili, avvolta dalla foschia del paesaggio, dalla bruma che si innalza dal lago antistante, dalla nebbia della sera, l’umido gelido dell’aria della notte, i silenzi che sembrano appartenere a un mondo altro, di spiriti. Il paesaggio è complice, personaggio anch’esso sembra sottolineare gli stati d’animo, adoprarsi per essere scenografia emotiva, allestisce inquadrature introspettive pur mostrandosi all’esterno, sembra commentare. Il paesaggio è vivido, partecipa.
La prosa con cui Caterina srotola il racconto è curvilinea, densa, collimata all’intensità delle emozioni, alle profondità che il romanzo permea. Se il suo stile di scrittura avesse una forma sarebbe quella geometrica di un tondo, una sfera che scivolando procede verso il momento finale; se fosse un elemento sarebbe acqua, come quella del Trasimeno appunto, ma non ferma, un fluire che ricorda la lentezza di certi pensieri, lo scorrere curvandosi sulle anse di un fiume. La trama scivola e sedimenta riflessioni che solo a poco a poco si depositano nel lettore, l’intarsio del romanzo non si lascia da subito afferrare, dosa interrogativi e segreti, espone oggetti che non svela, lettere scritte in corsivo e firmate solo con una iniziale T., una bacinella, pezzetti di carta. Chi legge entra nell’interiorità graffiata dei protagonisti percependo gradualmente le crepe e gli enigmi che questi si portano addosso. La dimensione intima è esibita, al centro di un’indagine, e nonostante gli sforzi dei protagonisti l’autrice non gli permette a lungo di nascondersi, scava dentro i loro stomaci, investiga i modi e gli abiti con cui la sofferenza si traveste descrivendola mentre agisce e ponendo i suoi attori a guardare dritto in faccia le proprie screpolature dell’anima, i loro deserti. Il corpo è involucro, talvolta capro espiatorio, delle forme di vuoto che vi dimorano all’interno: l’abbandono, la morte, l’amore fallito, la solitudine, la malattia, la paura del futuro, il senso di vacuità; i frequentatori della roulotte sono almeno all’inizio ripiegati completamente su se stessi, spaesati, e nonostante tutto animati dal desiderio di poter ricominciare, di superare la dimensione che ne blocca un’esistenza piena. Ma sono profondamente soli con questo loro vuoto, lo guardano, lo rigirano non capendolo fino in fondo, lo attraversano.
Dall’altro lato della strada al distributore una signora parla con il benzinaio mentre una bambina aspetta in macchina. Un uomo porta a spasso il cane. La vita scorre e dentro di lei si allarga un silenzio nuovo, da occhio del ciclone. E al centro c’è lei, da sola. Il primo singhiozzo fa male, le raschia la gola e le taglia la lingua. Il secondo è più facile, il terzo è come respirare. Due uomini le passano davanti e abbassano lo sguardo. Ofelia tira su col naso ma resta immobile sul marciapiede. Ascolta il vuoto che ha portato ripiegato dentro tutti questi anni. È una cosa immensa che non sa misurare. E allora lascia che la inghiotta.
Oh, non ci crederai.
Anche lo stile si modella sulle figure umane del romanzo accarezzandone le tristezze, le paure, i traumi, mostrando solo poco alla volta il vissuto, svelando la storia di ognuno e calibrandola tra le pagine in modo che il lettore si chieda cosa sia successo a Ofelia, Simone, Nicola, T. prima di incontrarsi attraverso la roulotte, da dove provenga il dolore, quale sia il loro passato. E chi è davvero la sfuggente Manuela, madre di Ofelia e cosa significa almeno per un altro personaggio? Chi è la vecchietta arzilla anche lei frequentatrice della roulotte e la roulotte chi l’ha messa lì e perché, anch’essa al centro di un vuoto, i campi, il lago, per creare un pieno, per riempire gli spazi angustiati dei personaggi, la roulotte medicamento che lenisce, spazio e placenta che assicura nel suo bozzolo.
Lo sappiamo a piccole dosi. Ed è questo che crea la suspence e la curiosità.
E nonostante la geografia del romanzo sia abitata, città e bus e supermercati, quello che percepiamo è appunto un vuoto (misurabile?) degli spazi, una desolazione che rispecchia la solitudine allucinatoria dei protagonisti, il loro spostarsi senza interagire quasi mai se non attraverso il fulcro della «conchiglia di lamiera». Sembra uno spazio immenso e privo di persone questo territorio, fatto solo di grandi campi e paesi in cui gli abitanti stanno rinchiusi nelle loro case, strade vuote, notturne, lampioni flebili, silenzi che riverberano il buio solitario in cui singolarmente si muovono le persone.
Solo la roulotte è un luogo sicuro, dove rifugiarsi, annientarsi, piangere, raccontarsi a sé stessi attraverso brevi confessioni su carta, suggerimenti che sono puzzle di vita, oggetti, frammenti che fanno capo alla storia di qualcuno, nel posto a cui si avvolge un mistero, un terribile delitto rivelato solo tramite la scrittura e che non si può menzionare.
Parte del racconto è infatti tenuto insieme dal mistero, il lettore è all’oscuro, sospetta e non sa nulla, percepisce la tragedia che s’annida, avverte il dolore, l’angoscia che naviga intorno alle parole perché è dei personaggi e da loro si trasmette all’esterno tramite le atmosfere, i dialoghi smorzati, i panorami foschi. Infine, la resa dei conti.
La voce narrante non si intromette, non giudica. Ma non è una semplice voce onnisciente, si mescola con quella dei suoi protagonisti, sembra prenderne le incrinature, il carattere, il modo di parlare, di pensare. È un occhio amico che plana dall’alto, si siede accanto, osserva, ascolta, conosce coloro che si muovono sulla scena, gli è vicina.
E mentre la storia divisa in brevi capitoli di Misurare il vuoto si dipana rivelandosi, anche i personaggi non sono fermi, compiono un percorso, subiscono loro malgrado una trasformazione anche laddove la rottura permane. Del resto, a volte basta un gesto per curare una piaga, per chiudere una crepa, oppure occorre una roulotte, che in fondo nel libro rappresenta la stessa cosa, un atto d’amore, di cura metaforica di tutti i nostri vuoti.
Si può misurare il vuoto? E se sì come facciamo a misurarlo? Nel romanzo una risposta c’è.
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