di Giuseppe Fontana
copertina di Pensione Pochettini
Estraneo #55
Luogo: New York
Data: 12/03/2024
Ora: 20:02:53
Il soggetto è un maschio bianco sulla quarantina, stempiatura alta, capelli castani, occhi marroni, lineamenti europei e di costituzione robusta; indossa una felpa a chiusura lampo grigia, aperta in parte sul petto villoso, e un pantaloncino bianco.
La stanza ha il soffitto giallo ocra e, sulle pareti rosse, sono appesi quadri a sfondo naturalistico con le cornici dorate. L’arredamento è antiquato: di fianco alla porta, che dà su un corridoio a sua volta illuminato, si trova un divano in velluto trapuntato nero, con motivi dorati, e davanti ad esso si intravedono i piedi di un letto dalla coperta beige. Un altro divano è collocato in diagonale all’angolo sinistro della finestra, anch’esso in velluto e di un colore più chiaro, dietro al quale spunta un calice di vetro.
L’inferriata della finestra è simile a una griglia, al centro della quale si trova l’uomo, che con un sorriso sornione e una mano in tasca, sta parlando al telefono con qualcuno.
Controllo a ripetizione l’orologio, contando i secondi insieme alla lancetta: 20:02:05, 20:02:06, 20:02:07… Il ragazzo è in ritardo, almeno credo. Nella lettera gli indicavo di chiudere le tende per rifiutare la proposta, e lui non l’ha fatto. Non capita spesso che qualcuno accetti di posare per me ed è motivo di grande frustrazione regolare la propria giornata su un appuntamento che non avviene, soprattutto quando ci si apposta in una stradina periferica di un quartiere residenziale di Berlino, sotto strati di vestiti, imbottiti laddove possibile, per fronteggiare i cinque gradi di temperatura. In realtà, la colpa è tutta mia, che continuo a scegliere città dal clima rigido per il mio progetto.
L’idea mi è venuta durante una passeggiata per affrontare l’insonnia lungo le strade di Londra, dove mi trovavo per un Master in Fotografia Espansa. Mi aveva colpito che molti residenti al piano terra – o in stanze seminterrate, assai comuni nella città – lasciavano le tende spalancate, perfino di notte, come se non avessero paura di venire osservati. Di sbieco cercavo di cogliere i particolari delle stanze, che con le loro lampade elettriche illuminavano a intermittenze le strada, finché non ho corso il rischio di girare di novanta gradi la testa: tenendo una mano sullo schienale di una sedia in metallo, una signora a cavallo fra i quaranta e i cinquanta, capelli biondi e corti, in jeans, maglione e con una sciarpa al collo, sorseggiava qualcosa da una tazza. I nostri sguardi si sono incrociati, producendo un brivido reciproco lungo tutta la schiena. Non abbiamo distolto lo sguardo, né io ho proseguito per la mia strada; invece, dopo che i nostri occhi sono rimasti fissi gli uni negli altri in un tempo sospeso, ho tirato fuori il telefono e le ho scattato una foto, la prima della mia serie sugli Estranei.
I soggetti delle foto sono sconosciuti che hanno attirato la mia attenzione per un motivo o per un altro. Il ragazzo che aspetto stava innaffiando una piantina, la prima volta che l’ho visto, con le spalle incurvate e la cintura che gli usciva da un montante. Ho avuto come un colpo di fulmine, e ho scritto sulle note del telefono l’indirizzo a cui spedire la lettera anonima.
Finalmente le luci della stanza si accendono, rifrangendosi sul vetro opaco così da produrre un bagliore all’angolo in alto a sinistra della finestra, e tra le pareti bianche si irradia un chiarore spettrale. La camera non è visibile nella sua interezza: da dietro le tende alla mia sinistra spunta una libreria bianca, estesa in lunghezza più che in altezza, strabordante di libri e cianfrusaglie varie. Al suo fianco si trovano un attaccapanni e un armadio bianco, sopra il quale è collocata una piantina in un vaso e sulla cui anta è appeso un poster di Jeff Buckley. Davanti all’armadio c’è un divano a due posti blu, collocato di fronte a un tavolino nero su cui è posto un libro di traverso. Una calla solitaria, quasi appassita, si affaccia dal davanzale sulla strada. Scatto la prima foto.
20:03:11
Un ragazzo poco più che ventenne, al centro della stanza, fissa l’obiettivo. Ha il volto emaciato e i capelli biondi corti, rizzati come a seguito di una scarica elettrica. Indossa un jeans blu scuro, tenuto su da una cintura, e una maglietta a mezze maniche bianca, aderente al suo corpo mingherlino. Al polso sinistro porta un orologio dal quadrante rettangolare, all’apparenza piuttosto economico.
Dopo avermi squadrato, il ragazzo si dirige verso la libreria, da dove tira fuori un cd che inserisce nello stereo sopra lo scaffale più alto. Poi sistema uno sgabello fra il divano e il tavolino e, dopo essersi seduto, torna a fissarmi.
Estraneo #82
Luogo: campagne di Hiroshima
Data: 18/07/2024
Ora: 20:07:06
Il soggetto è una donna asiatica fra i venti e i trent’anni, capelli neri che le arrivano fino alle spalle, occhi marroni e corporatura esile, che indossa un vestito a mezze maniche a strisce bianche e azzurre che le arriva fin sotto le ginocchia. Al medio della mano destra porta un anello argentato e sta a piedi scalzi.
Le pareti della stanza sono di legno, così come le due mensole, sulle quali si trovano una foto, parzialmente coperta dalla spalla della ragazza, un modellino di carro da buoi, dei fiori lilla in un vaso di vetro e un orologio meccanico in una teca. Sotto di esse, ci sono una scultura dalle forme futuriste, simile a un cuore, e un piccolo mobile, che custodisce dietro un’anta vetrata la statuetta bianca di una donna che si specchia. Alla parete è appeso un rotolo, esteso in verticale, con la stampa di un disegno in stile ukiyo-e. L’elemento più moderno della stanza è il piccolo televisore di fronte al letto, ai piedi del quale vi è un cuscino; sul materasso, coperto da un copriletto dai motivi floreali, è posato un vassoio con vari bicchieri di vetro.
La ragazza posa immobile, tenendosi una mano nell’altra. Il volto conserva traccia di un sorriso nella leggera piega all’insù delle labbra, del tutto assente negli occhi freddi e inespressivi.
La maggior parte delle persone, quando sa di essere fotografata, si sente immancabilmente a disagio. È un po’ il principio alla base della meccanica quantistica: come l’osservazione del fenomeno modifica il fenomeno stesso, così le persone inquadrate da un obiettivo tendono a comportarsi in modo tutt’altro che genuino.
Con gli Estranei, la situazione è un po’ diversa. All’inizio sono impacciati, ad alcuni sopraggiungono perfino dei tic, ma dopo qualche minuto si abituano, come se fossero modelli avvezzi alla passerella.
Invece, chi si sente in perenne disagio sono io. In fin dei conti, loro mi osservano come io osservo loro, con la differenza che io sono in una strada buia di una città sconosciuta, mentre loro si trovano nella propria casa. A dispetto delle apparenze, non ho il pieno controllo di nulla, visto che non posso costringerli ad accettare l’invito o stabilire cosa faranno nei dieci minuti in cui ci vediamo. C’è chi si limita a posare, lasciando la stanza nelle stesse condizioni in cui l’ho vista la prima volta, così come ci sono alcuni che accendono il televisore su partite di calcio o chi, come il ragazzo stasera, mette su un po’ di musica.
20:04:53
Il ragazzo ha le palpebre sbarrate e le labbra socchiuse, come quando si assapora un odore intenso, con la testa lievemente inclinata a destra. La mano sinistra è poggiata a coppa sulla gamba, mentre la destra sembra in procinto di sollevarsi. Inarca appena l’indice, con una movenza che ricorda quella di un direttore d’orchestra che dirige gli strumenti verso il momento culminante.
Dopo una specie di estasi musicale, il ragazzo riapre gli occhi e prende un sospiro profondo, prima di alzarsi e armeggiare con lo stereo. Allungo la testa, per cercare di capire se stia cambiando cd, passando a un brano successivo o riavviando la riproduzione, ma lui è già passato a un cassetto della libreria, da cui caccia un pacchetto rettangolare di carta e un oggetto lucido metallico, che riconosco essere una revolver.
Una volta tornato sullo sgabello, prende un proiettile dal pacchetto, che poi posa sul divano, e lo inserisce in una camera del tamburo. Tenendo gli occhi fissi su di me, alza in alto la pistola e fa ruotare il tamburo, prima di puntarsi la canna alla tempia. Infine, arma il cane, abbassandolo col pollice, e preme il grilletto.
Estraneo #105
Luogo: Parigi
Data: 25/11/2024
Ora: 20:02:11
Una cortina simile a una tenda nasconde i dettagli dell’appartamento, rendendo visibili solo le sagome degli oggetti; la visuale sulla camera è un rettangolo molto ristretto, ingombrato in larga parte da un armadio. La tinta delle pareti e del soffitto è bianca e in fondo è appeso un oggetto rettangolare i cui bordi neri contengono un’immagine sbiadita, che svetta su una scrivania ingombra perlopiù di libri, disseminati anche sul pavimento.
§Di fianco all’armadio, un passo più avanti, si trova una donna, in completa penombra per via della cortina; ha i capelli lunghi, indossa un vestito a maniche lunghe e sembra appoggiarsi a qualcosa. Aguzzando la vista, si vedono gli occhi e la bocca, anche se tratteggiati su un volto inumano, privo di lineamenti.
Il ragazzo apre gli occhi, spostandoli da me alla pistola. Mi lascio andare a un sospiro di sollievo e controllo la fotocamera, nel caso io abbia scattato qualche foto di questi ultimi momenti senza accorgermene. Quando torno con lo sguardo sul ragazzo, sta prendendo un altro proiettile dal pacchetto. Mi sento mancare il fiato. Il ragazzo posiziona il nuovo proiettile e fa girare il tamburo. Mentre porta la pistola alla tempia, continua a fissarmi, e io non capisco cosa voglia comunicare. Perché proprio io? Perché proprio stasera?
Il ragazzo è più insicuro di prima, come se presagisse un esito meno fortunato. Digrigna i denti e dal mirino riesco a vedere le sue vene, sia sul braccio che in volto. Gli occhi sono iniettati di sangue, ma anche umidi di lacrime.
Preme il grilletto.
20:07:02
Il braccio destro è disteso di fianco alla gamba senza energie, con appena le forze per impugnare la revolver. Il mento del ragazzo è alzato verso il soffitto e gli occhi sono chiusi, come se, dalla bocca semiaperta, stesse esalando l’ultimo respiro o intonando una preghiera di ringraziamento.
Il ragazzo ha un’espressione incredula, la stessa che devo aver assunto anch’io, ed è con un certo impaccio che carica il terzo proiettile e si preme la canna della pistola in testa. Non riesce nemmeno a mantenere il contatto visivo con l’obiettivo, ma lo sguardo saetta da una parte all’altra della stanza senza soffermarsi su niente. Infine scuote la testa e abbassa la pistola, per poi riportarla con uno scatto alla tempia.
Il cambio è così repentino che quasi balzo da terra. Neanche il ragazzo ha avuto il tempo di processare la sequela di azioni, rimanendo con la rivoltella puntata, gli occhi chiusi e la fronte aggrottata come se non avesse già premuto il grilletto. Quando si rende conto che la fortuna ancora non l’ha abbandonato, mi lancia uno sguardo che sembra chiedere pietà, anche se non saprei pietà di cosa.
Adesso le mani gli tremano così tanto da far cadere il pacco di munizioni, che si disperdono per terra. Si china a raccoglierle, prendendole a manciate e lasciandole cadere nel pacchetto, finché non desiste, visto che alcune continuano a sfuggirgli fra le dita, limitandosi ad aggiungere un altro proiettile nella camera d’attesa per il suo assassinio.
«Basta», sussurro, mentre lui si prepara a fare fuoco.
Ora il petto gli si abbassa e si alza freneticamente, una goccia di sudore scende dall’attaccatura dei capelli sulla canna, percorrendone i duri lineamenti di metallo fino a scendere sull’indice, che aspetta quello che potrebbe essere il suo ultimo ordine da eseguire. Gli occhi si chiudono ancora una volta, preferendo la dissolvenza da un buio all’altro piuttosto che l’improvvisa caduta nell’abisso.
Di nuovo, la pistola non spara.
Il ragazzo controlla il tamburo, assicurandosi che ci siano tutti i colpi, poi mi guarda e si piega in due dalle risate, battendo la pistola su una gamba. Ride mentre prende un proiettile da terra, ride mentre lo posiziona in una delle due camere vuote rimaste, ride mentre fa girare il tamburo.
20:11:17
Il ragazzo sfoggia un sorriso a trentadue denti che gli distorce i lineamenti, facendo risaltare le vene che sembrano sul punto di esplodere. Nonostante la pistola puntata alla testa, ha gli occhi spalancati.
Non sento il colpo, ma mi arriva la risata isterica del ragazzo, che balza in piedi dallo sgabello, guardando allibito la revolver, e inizia a camminare per la stanza mormorando qualcosa in modo ossessivo. Apro la cerniera del giubbino e faccio per sfilarmelo, quando controllo l’orario: i dieci minuti sono quasi passati. Di solito mi intrattengo fino alla fine del tempo prefissato, ma questa volta mi affretto a mettermi la fotocamera al collo mentre smonto il treppiedi. Prima di posare anche la Canon, guardo nella stanza, dove il ragazzo è in piedi, davanti al divano, con un proiettile sul palmo di una mano e la pistola nell’altra. Incrociamo lo sguardo, e nel suo leggo un’atroce incertezza. Vorrei dirgli di non farlo, di lasciar perdere. Invece scatto un’ultima foto e me ne vado.
Estraneo #112
Luogo: Monaco
Data: 15/01/2025
Ora: 20:03:05
La stanza è molto ampia e, più che una camera da letto, sembra corrispondere al soggiorno. Due divani, uno blu scuro e l’altro dalla fantasie nere e rosse, sono disposti lungo le pareti color crema, insieme a uno scaffale, sulle cui mensole si intravedono foto di gruppo, e un camino, sopra il quale è affisso uno dei tre quadri variopinti, nonché il più grande, visibile dalla finestra. Dal soffitto bianco pende un lampadario, ma la luce proviene dall’angolo a sinistra.
Al centro della stanza è collocato uno specchio, che riflette la strada esterna, da dove qualcuno, protetto dal buio notturno, sta scattando una foto: la macchina fotografica gli copre il volto, rendendo impossibile il riconoscimento di qualsiasi dettaglio fisionomico.
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Che bello! Appassionante come pochi.
Avrei letto volentieri il seguito del racconto.