di Alfons Muzhani
copertina di Pierre-François Hugues d’Hancarville
Per i quarant’anni di sua moglie, mio fratello le ha regalato un gatto. Per i quarantacinque anni di lui – compiuti due giorni dopo – lei gli ha regalato una gita fuori porta; quindi, è sorta l’esigenza di trovare qualcuno che si prendesse cura del gatto un paio di giorni. Di norma, mio fratello non avrebbe badato a spese per mandarlo in una pensione con ogni comfort. Trattandosi però di un cucciolo di pochi mesi, ha ritenuto più opportuno un contesto più quieto, senza altri gatti.
«Fa poca cacca, è ancora piccolo», dice mio fratello. La moglie mi ringrazia molto per la disponibilità. Sono entrambi ben vestiti e profumati. Mi consegnano la lettiera e due ciotole in maniera affrettata, poi escono dal mio appartamento.
Il gatto è un certosino, una razza costosa. Ha occhi gialli e un pelo grigio e folto. Un peluche adorabile, vivace e curioso. Non è ancora abituato a me, quindi si allontana impaurito quando mi avvicino. Ma non mi perde mai di vista. Mi scruta dal corridoio mentre posiziono la lettiera e le ciotole in bagno. Riempio una ciotola con dell’acqua. Per l’altra, devo uscire a comprare cibo per gatti.
Parcheggio di fronte all’insegna “Planet puppy”. La scritta è rosa e a destra della parola puppy c’è un cagnolino stilizzato.
Non mi è mai capitato di entrare in un posto del genere. Mi sorprendono tutte queste cose pensate unicamente per gli animali. Sono tentato di comprare un acquario solo perché è bello. Ci metterei dei sassi dentro, niente di più.
C’è una lunga corsia di uccelli. Le pareti sono cosparse di gabbie con ogni forma di volatile. L’odore è forte e si agitano al mio passaggio, schiamazzando all’unisono. Piume colorate fluttuano per aria. In fondo c’è una gabbia più grande delle altre con un enorme pappagallo tricolore, o Ara scarlatto, come riporta l’etichetta. Mi chiedo chi si comprerebbe una bestia simile. Ha colori pastello e un becco spesso. Non lo vorrei mai in casa. Fa un verso fastidioso e sembra malato.
In fondo alla corsia dedicata agli accessori per cani noto una commessa. È alle prese con uno scatolone pieno di guinzagli. Ha i capelli a caschetto, neri. Si piega verso la scatola e sbuffa, sistemando i guinzagli sulle mensole. Ha le guance tonde nonostante l’aspetto esile. Gli occhi sono scuri e seriosi, risaltati dalle spesse lenti degli occhiali. Al naso le brilla un anellino metallico.
È passato molto tempo dall’ultima volta che ho provato attrazione per una persona. Non ricordavo quanto è infame la sensazione: una percezione onirica prende il posto della percezione reale, applicando un filtro diamantato ai sensi. Una nuova priorità inaspettata che si piazza al vertice dei pensieri. La pelle si scalda. Voglio stare con lei per il resto della mia vita.
Non devo fare errori.
Non si è accorta di me, quindi le sfuggo. Mi piazzo in fondo al negozio, davanti alla vetrata, per specchiarmi e darmi una sistemata prima di parlarle. Purtroppo fuori è giorno e a causa della luce non c’è il riflesso sufficiente. Esco e torno in macchina. Sento che mi sto agitando. Devo apparire calmo. Le persone lo sentono quando uno gli si agita davanti. Mi guardo fisso nello specchietto retrovisore. Apro un paio di bottoni della camicia e sistemo i capelli. Li distendo di lato usando le dita, cercando di far saltare fuori una riga laterale. Il ciuffo biondo mi cade in parte sopra l’occhio, conferendomi un fascino che giudico irresistibile. Medito qualche minuto, prestando molta attenzione all’aria che entra dal naso, che gonfia la pancia e che fuoriesce, calmandomi in maniera graduale. Sono pronto.
Eccola lì, ancora con i guinzagli in mano. Non vedo l’ora di fare sesso. Fare sesso con lei che mi implora di continuare e mi stringe e mi bacia mentre veniamo insieme, ci diciamo che ci amiamo e dopo aver ripreso fiato, tra carezze e dolci parole, facciamo ancora sesso, facciamo tanto sesso per una giornata intera. Ci alziamo dal letto solo per pisciare e bere acqua. Tantissimo sesso.
Ti amo.
«Buongiorno, scusami», le dico. Si volta e mi guarda, bella come la Madonna.
«Ciao, dimmi pure».
«Sto cercando mangime per gatti».
«Trovi tutto alla terza corsia».
«Ho appena preso un cucciolo però e non me ne intendo. Mi sai consigliare?» concludo con un sorriso.
«Certo, vieni pure».
Siamo a cavallo. Siamo. A. Cavallo.
Mi elenca i vari tipi di prodotti e me li descrive. Le gelatine, le crocchette. Ascolto interessato e chiedo dettagli, cercando di concludere le sue frasi indovinando l’ultima parola. Annuisco e mi mantengo calmo, avendo cura di respirare lentamente.
«Quasi quasi me le mangio io» le dico. Lei non sorride, ma probabilmente per timidezza, siccome l’ho ammaliata. Sono bello, sono bello, posso farcela.
«A posto?» mi chiede.
Fisso il cartellino che le ciondola sulla maglietta, in cui è riportato il suo nome.
«Sei stata gentilissima, Elena. Grazie».
Pago le crocchette e con un sorriso la saluto.
Appena rientro in casa mi dirigo con il mangime verso la ciotola. Il gatto capisce e mentre faccio cascare le crocchette, miagola impaziente, non temendo più la mia presenza.
Ora devo pensare bene alla prossima mossa. Come posso attirare Elena a me? Non so se farlo piano piano o in modo brutale. I pochi minuti della nostra interazione costituiscono tutti le informazioni che ho. Come si è posta, com’era vestita, la sua estetica: sono gli unici dati a disposizione con cui posso determinare l’approccio ottimale. Non è abbastanza. A giudicare dalla sua giovane età, mi viene da dire che sicuramente è presente sui social. Sfilo il telefono dai pantaloni e cerco, per prima cosa, la pagina del negozio, che per fortuna trovo. Clicco sull’elenco dei seguaci e digito “Elena” nella barra di ricerca, ma non mostra nessun risultato. Quindi passo in rassegna i vari post del negozio e per ciascuno vado a vedere tutte le persone che hanno messo mi piace o hanno commentato. Nulla, ma individuo quello che deve essere il proprietario. Il suo mi piace è sempre presente nelle foto e spesso commenta, pubblicizzando i nuovi prodotti o le varie promozioni. Non ne sono certo che possa essere il titolare, ma vado nel suo profilo e cerco tra le persone collegate a lui il nome “Elena”.
Trovata.
È un profilo particolare, ci sono molte foto di paesaggi, foto belle. Parrebbe un’amante della natura. Ci sono anche un paio di foto sue. Io questa persona la farò gravida. Crescerò con Elena i nostri figli, in campagna. Le posso garantire una base solida per vivere una vita piena di amore e soddisfazioni.
Salvo le sue foto nella galleria per guardarmele tutta la sera, immaginandomi di farci sesso ma senza raggiungere lo stato volgare che mi porterebbe a masturbarmi. È amore vero, puro, coniugale, futuro.
Poco prima di mettermi a dormire le invio la richiesta di amicizia e inizio ad agitarmi. Mi impongo di non badare alle notifiche fino all’indomani, ma è difficilissimo; quindi, stappo una bottiglia di whisky e decido di ubriacarmi sul divano per addormentarmi. Arrivato a metà bottiglia sono abbastanza fuori di me. Sento caldo e mi spoglio. Me ne sto a petto nudo e contemplo il gatto, piccola dolce palla grigia. È appollaiato sul tappeto e si lecca le zampe. Il sonno prende entrambi.
Nel bel mezzo della notte mi sveglio con una sensazione di contatto al petto. Il gatto è saltato su di me e fa le fusa. Finalmente si fa accarezzare. Poggio la mano sulla sua testolina, pian piano, e le fusa aumentano, socchiude gli occhi. Prende a leccarmi il capezzolo, come a volersi allattare. La cosa mi stranisce, non è il caso che si abitui. Con delicatezza lo rimetto a terra. Senza fare versi torna sul tappeto e si riaggomitola, addormentandosi. Mi torna in mente Elena. Vorrei vedere se ha accettato la mia richiesta, ma guardo l’ora e sono le tre del mattino. Non so come reagirei, rischierei di perdere il sonno. Faccio un po’ di respirazione profonda e mi riaddormento.
Rumore di sabbia. È giorno da un pezzo. Metto a fuoco il suono che sento: è la lettiera. Vado in bagno e il gatto sta coprendo con la sabbia la sua prima cacata in casa mia. Pulisco la lettiera e mi faccio una doccia fresca. Mentre l’acqua raggiunge i piedi mi ricordo di Elena. L’emozione mi travolge. Devo vedere se ha accettato la mia richiesta. Mi asciugo in fretta. Cammino nudo per casa, il gatto mi segue. Prendo il telefono, e sì. Ha accettato la mia richiesta. Avrebbe potuto non farlo, non ho un profilo privato e ci sono delle foto recenti che non danno spazio a dubbi: quello lì sono io, lei l’ha visto e ha accettato il contatto che le ho richiesto. La domenica inizia con entusiasmo. Sono in piedi nudo, col telefono in mano. Mi accovaccio guardando il gatto che prima miagola con pigrizia e poi mi raggiunge, strusciando il pelo sulle mie caviglie.
Cosa potrei scriverle? Se le mandassi una foto del gatto con scritto “ha apprezzato”? Che fantastica idea. Ancora meglio, potrei aggiungere qualcosa che la forzi a rispondere: “ha apprezzato e vuole sapere se hai altro di così buono”.
Sì, è deciso. È l’approccio ideale.
Scatto un paio di foto al gatto e seleziono la migliore. La invio e mi agito. Ora compongo il messaggio stando attento a non fare nessun errore ortografico: HA APPREZZATO MOLTO E VUOLE SAPERE SE HAI ALTRO DI COSÌ BUONO.
Invio.
L’innamoramento, che meraviglia. Sono rintronato del tutto, un ebete fannullone contentissimo di essere vivo. Vado a fare colazione al bar sotto casa con l’idea di passare poi al Planet Puppy. Non posso rimandare perché di domenica è aperto fino all’ora di pranzo.
Chiedo al barista due cornetti alla crema e un cappuccino. Colazione ricca, dolce. Ozio, vizio, godimento. Ogni cinque minuti ricontrollo la chat con Elena. Starà lavorando, non ha tempo di stare al telefono. Non vedo l’ora di andare al Planet Puppy. Non ho intenzione di incontrarla ma solo di vederla. Starò in macchina, avendo cura di non farmi notare da lei.
Idea!
Pago la colazione e risalgo a casa. Il gatto si sta facendo le unghie sul divano, graffiando la pelle del bracciolo. Fai pure piccolino, chi se ne frega. Cerco nello sgabuzzino tra cianfrusaglie e scatoloni: ecco il binocolo.
Parcheggio al Planet Puppy, non troppo vicino all’ingresso, ma abbastanza centrale. Lucido con la manica della camicia le lenti del binocolo. È impolverato e puzza di chiuso. Lo punto verso le vetrate. Vedo nitidamente gli scaffali e diverse parti delle corsie. La visibilità però è piuttosto limitata.
Mi immagino Elena che se ne sta bendata in cucina e sorride entusiasta, seduta a capo tavola. Io impiatto quello che ho cucinato per lei con cura e glielo servo sotto il naso, imponendole di non sbirciare. Lei annusa ed esprime apprezzamenti. Le bacio il collo mentre le rimuovo la benda. Lei abbassa lo sguardo e dice “uaaaaauuuuu”. Quindi si alza e mi cinge le braccia attorno al collo. Siamo felici e assaporiamo con piacere la cena. Lei è bellissima, io pure.
È passata circa mezz’ora quando finalmente intuisco la sua figura. Tiro su il binocolo. Che tempesta emotiva rivederla. Sembra assonnata, forse ha dormito poco, forse da qualche parte nel suo inconscio ci sono io che l’ho stuzzicata e non l’ho fatta dormire abbastanza. Dolce amore mio, recupereremo il sonno insieme. Sparisce dietro uno scaffale. Che miracolo, che eccitazione. Sono soddisfatto. Riguardo il messaggio che le ho inviato e mi giova il fatto che la foto del gatto sia perfetta e la frase che le ho scritto è l’approccio ideale. Metto in moto e torno a casa.
Elena ha visualizzato il mio messaggio ed è online in questo momento. Il telefono pesa nelle mie mani come un macigno. Sono seduto sul divano, chinato in avanti con gli occhi puntati sullo schermo del cellulare. Il gatto è sul tappeto, davanti a me, che si lecca le zampe.
abbiamo quello che hai visto a negozio
La sua risposta. Tutto quello che mi ha risposto è questo. Le parole che ha scelto per rispondermi sono queste. Non so se sono proprio quelle che voleva scrivere, ma sono quelle che ha scritto e che mi ha inviato. Sono queste le parole che adesso io sto subendo. Un ceffone ghiacciato. Mi si piantano i piedi per terra, che fino ad ora si erano librati in aria, legati alle fantasie d’amore che mi hanno pervaso. La sua risposta si può interpretare in soli due modi:
- è timida e teme che io sia semplicemente intenzionato a fare il simpatico senza fini, quindi si preserva, e allora dovrei insistere con più chiarezza;
- non le interesso.
La seconda opzione mi fa un male cane. La prima non è così surreale. Dovrei essere più diretto, ridurre ogni margine di interpretazione e farle capire che non mi frega nulla delle crocchette, ma ciò che voglio è uscire con lei. Mi tremano le mani. Che cosa le dico? Una volta mio fratello mi ha detto che l’unico modo per ottenere qualcosa è prendersela. Mi sento davvero stupido a ricordami di questo, ora. Riapro la chat con Elena. È ancora online.
TI VA DI USCIRE STASERA? TI TROVO MERAVIGLIOSA
Invio.
Tremo tutto.
Ha già visualizzato e sta scrivendo. Si interrompe.
Rileggo il mio messaggio. Che scelta di parole da perdente. ‘TI TROVO MERAVIGLIOSA’. Le ho riassunto con efficacia tutta la mia disperazione, ho messo nero su bianco l’enorme distanza che c’è tra me e una persona vincente.
Arriva la sua risposta:
spiace, ho il ragazzo
Questo non lo incasso, finisco al tappeto, KO. Era da prendere in considerazione che fosse impegnata, ma fa male lo stesso.
Coraggio.
Il tutto e per tutto.
Non si sa mai, la vita è degli audaci. Rifletto pochissimo prima di risponderle. Mio fratello dice sempre che l’istinto deve prevalere nelle difficoltà e pensare troppo è sintomo di debolezza. Vado.
E CON QUESTO? 😉
Invio.
Se accetta è la mia vita che finalmente frizza, si scuote.
guarda, sono fidanzata
La mia vita è acqua liscia.
Bestemmio e lancio il telefono sul tappeto, che in quell’istante squilla. È mio fratello.
«Pronto?» dico, nervosamente.
«Che hai? Che c’è? È successo qualcosa al gatto?», chiede.
«No no. Dimmi».
«Ascolta, qua è troppo bello. Restiamo altri due giorni».
«E il gatto?».
«Indovina. Lo butti? No, lo terrai altri due giorni, tanto che hai da fare?»
«Ma se devo andare da qualche part…»
«Dove devi andare di tanto urgente? Aspetterai che torniamo, mica ti farai una gita proprio adesso. Cazzo, stai sempre sul divano mentre porto avanti io l’azienda. Su, lasciami rilassare un po’. Martedì sera torno a prendere il gatto e sei libero».
La carica frustrante si abbatte sulle mie spalle come una pioggia abbondante. Mi immaginavo tanta dolcezza e un futuro pieno di amore con una completa sconosciuta. È colpa mia. Ho alimentato l’illusione fino a renderla enorme.
Non mi resta che il solito trattamento palliativo, il meno efficace tra gli antidepressivi: masturbarmi. Mi sfilo i calzini, distendo le gambe e slaccio i pantaloni. Accedo al sito e scorro l’elenco dei video con rabbia. Abbasso le mutande e me lo prendo in mano. Me lo stringo e me lo stimolo. Ci vuole un po’ a farlo venire su, sono di pessimo umore. Inizia a gonfiarsi, ma il gatto mi attacca il piede, mordendolo. Mi alzo in piedi e gli grido: “ma che vuoi?”. Mi fissa col terrore negli occhi, poi con un balzo mi attacca di nuovo il piede.
Vado in camera e chiudo la porta. Mi sdraio a letto dopo essermi denudato. Riprendo il video e mi tocco con foga. Il gatto raschia le unghie contro la porta della stanza e miagola con insistenza. Mi distrae troppo, nulla da fare, sono troppo agitato. Poggio il telefono affianco a me e fisso l’armadio.
Ripenso a quando eravamo bambini, io e mio fratello. Giocavamo molto insieme, ma avevamo una visione del tutto diversa. Io volevo sempre vincere, prevalere, ma il più delle volte perdevo. Lui invece giocava sempre per ammazzare la noia. Era sempre un po’ distante da quello che era il gioco, si distraeva. E vinceva. Metteva però un ammirevole impegno per le cose serie. Mi aiutava a fare i compiti a fine giornata, insistendo affinché facessi un paio di esercizi in più rispetto a quelli che mi erano stati consegnati. Riusciva poi a preoccuparsi più di nostra madre quando stavo male, provvedendo a imboccarmi le medicine e standomi addosso finché non guarivo.
Riprendo in mano il telefono. Il video nel frattempo è finito e il gatto non si sente più.
Mi metto una tuta ed esco in balcone. È quasi ora di pranzo e la città è silenziosa. Nonostante non abbia un lavoro, la domenica preserva per me la sua identità di riposo. Se si è soli può essere un giorno infernale. Il silenzio si interrompe solo per qualche macchina che passa ogni tanto, in direzione di un pranzo in famiglia, di un ristorante tra amici, di una festa in paese. L’aria è fresca e il sole è grosso e bianco. Rientro e torno in soggiorno. Il gatto si sta leccando la pancia, tenendo una zampa posteriore alzata. Accendo la TV e scorro i canali finché non mi imbatto in un classico programma domenicale: un salotto televisivo con i soliti opinionisti che sono ben vestiti e sorridenti, tutti in compagnia a parlare degli ultimi temi caldi del gossip nazionale. Non mi dispiacerebbe essere lì e dire la mia. C’è la conduttrice che ha i capelli più biondi che si siano mai visti e chiede agli ospiti se hanno fame, perché sta per arrivare una sorpresa. Entra un uomo grasso e vestito da cuoco che mostrerà una ricetta salva frigo ma domenicale. L’inquadratura passa in primo piano sulle dita dello chef che con mestiere maneggia carote avanzate, mezzi pomodori, pane duro. Chissà se un giorno anch’io cucinerò per qualcuno. Prendo il telefono e scorro i vari fast food che fanno consegna a domicilio. Ordino due hamburger e patatine. Consegna stimata tra circa mezz’ora. Apparecchio per due. Con cura sistemo due tovagliette a tavola, vicine. Stappo una bottiglia di vino rosso e vado a prendere la ciotola del gatto, ormai vuota, e la posiziono su una delle due tovagliette. Il gatto mi guarda e miagola. Appena mi arriva il pranzo gli verserò delle crocchette e mangeremo insieme.
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