Il mio dono per voi

di Stefano Ficagna
copertina di Chiara Casetta


Ormai la velocità conta più della sicurezza. È una cosa che ti entra dentro, ti porta a fracassarti un braccio su una pressa meccanica perché lì il braccio non avrebbe dovuto esserci e non è colpa di nessuno perché la sicurezza l’hai tolta tu. Fra colleghi ci si passa il trucchetto, ma se qualcuno di sopra se ne accorge son guai. Però come si fa a stare dietro ai tempi? Ma lo hai fatto tu, non ti ho costretto io.

L’ho visto succedere. O meglio, un amico mi ha raccontato che è successo, un sacco di tempo fa, perciò immaginate come può essere la situazione oggi. Ha detto che nessuno se lo aspettava, voglio dire, l’avremo fatto… Quanto? Un milione di volte? Ma ce lo eravamo ripromessi di smettere, ce lo eravamo detto, ma poi c’hai fretta e dici vabbé la prossima volta. Ha detto che avrebbe voluto dire mai più, non succederà mai più, ma non era sicuro che lo avrebbe fatto, neanche dopo quel casino. È una cosa che ti entra dentro, mi ha detto. Vista la situazione, quando ho potuto ho preferito i soldi alla sicurezza.

Mi piace vedermi come un esploratore, creo mappe attraverso cui il team medico potrà orientarsi. Qui c’è Cranducan, lì Plessoro, e giù in fondo alla lista Glimozin, che può causare diarrea se ne prendete più di due pastiglie. Con tre hanno valutato che il rischio era molto alto, meglio non tirare la corda. Con quattro non ve lo sto a dire. Ora sto esplorando Averest, prototipo contro il diabete. La sperimentazione durerà otto settimane, durante le quali devo chiamare un numero d’emergenza se sento che c’è qualcosa di strano. Qualsiasi cosa. Non si arrabbia nessuno per un falso allarme, perché il sintomo potrebbe essere minimo in alcuni e massimo in altri, magari con caratteristiche fisiche non coperte dal team di volontari. Una volta ho provato a chiamare dopo che mi si era addormentata una gamba sul cesso, durante il periodo di assunzione dell’Omologast, sono arrivati in trenta minuti. Mi è scappato da ridere, poi ho smesso quando mi hanno detto che uno era andato a letto tranquillo dopo un sintomo del genere ed era morto nel sonno. Gli si era tappata una vena, o un’arteria, sembra strano ma continuo a confonderle. Hai fatto benissimo a chiamare, mi hanno detto.

Per le prime quattro settimane l’Averest non ha dato problemi. Sono stato fortunato, in due anni mi è venuto solo un eczema sulla schiena con un farmaco di cui non ricordo il nome, perché erano i primi tempi e non mi segnavo ancora tutto, come mi avevano consigliato di fare fin dall’inizio. Non fidarti della tua memoria, mi hanno consigliato i paramedici una volta, perché quella può andare via come la pelle dalla tua schiena. Succede di rado, ma succede. C’è stato anche il Glimozin, ma meglio evitare di parlarne ulteriormente.

Non so perché scrivo questa roba. Dovrei limitarmi al resoconto, invece m’è presa sta vena artistoide. E so che leggendo tutto questo vi verrà voglia di strozzarmi come invece nessuno ha fatto quella volta della gamba addormentata, perché loro sono pagati per essere veloci mentre voi dovete essere veloci e concentrati, ed è difficile trovare le cose importanti se io continuo a nasconderle all’interno della narrazione. Sto quasi pensando di farne due versioni, una da inviare a voi nettata da tutte le cose che non c’entrano niente e una che è sta specie di diario qua, e se la state leggendo mi sa che sono stato troppo pigro. O troppo poco incline a limitare il mio estro artistico. Davvero, non riesco a farne a meno. Esiste un effetto collaterale che ti fa venire voglia di fare lo scrittore? Mi potreste dire come trovate la mia prosa? Quali erano i sintomi da intossicazione da Perpatolin?

Ho conosciuto una ragazza all’ambulatorio in periferia, a una delle visite programmate del martedì. Non l’avevo mai vista, perciò o era nuova o le avevano sfalsato i giorni del turno. Ma non sembrava una nuova, perché appena mi sono seduto mi ha chiesto se ero lì perché mi si erano addormentate le chiappe e io ho risposto eh? Mi ha detto che ero seduto sul suo cellulare, ho lasciato che lo prendesse e le ho chiesto scusa. Ma và, mi ha detto lei, è che io sono una stronza. Ci avevano consigliato di non socializzare, ma era un consiglio mica un’imposizione e quando la ritrovavo una così spontanea? Non è che sia uscito con molte ragazze negli ultimi due anni. Non è che sia uscito molto in generale. Così siamo andati a berci una birra, perché per fortuna eravamo sia io che lei in periodo di sospensione per nettarci i parametri vitali.

L’ho vista un paio di volte, oltre a quella. Era divertente, aveva fatto un sacco di lavori per campare e ne aveva passate di ogni. Mi sentivo un po’ in inferiorità di fianco a lei, perché io al massimo mi ero fatto le cannette al parco, cosa che adesso non posso fare perché accidentalmente settimana scorsa ho “annusato” della marijuana e ho sentito male al rene sinistro per tre giorni. Sopportabile, come ho detto anche all’infermiere che mi ha assicurato che era tutto nella norma, ma mi sembrava giusto segnalarlo. Anche lavorativamente ero rimasto per vent’anni a schiacciare un bottone, mica niente che ti andrebbe di raccontare. Avevamo pure tutte le sicurezze attive, anche se erano delle sicurezze un po’ del cazzo. E non sapevamo come disattivarle. Comunque un po’ di aneddoti ce li avevo da spendere, e per quelle tre volte che abbiamo bevuto insieme non avevo ancora raschiato il fondo del barile ma c’ero quasi, mentre lei mi sa che ne avrebbe avute altre mille da raccontare. E pensavo che mi sarebbe piaciuto davvero tanto ascoltarle, anche se non riuscivo a darmi una mossa per non dico baciarla, ma farle capire almeno che mi sarebbe piaciuto tanto farlo. E invece niente.

Poi non l’ho vista per due settimane. Avevamo cominciato coi nostri nuovi test, mi ero segnato anche il nome del suo farmaco: Borrolind. Ci abbiamo scherzato sopra, sembrava il nome di un personaggio di Tolkien. Per me un personaggio buono, per lei un viscido pezzo di merda. Penso di aver capito quali potessero essere gli effetti collaterali il giorno che ci siamo rivisti, dopo quelle due settimane in cui non so se non si era fatta vedere o se le avevano ancora sfalsato i giorni. O forse c’era e non l’avevo vista neanche le altre volte, perché l’ho riconosciuta di schiena solo per delle spille che aveva su una tote bag che si portava sempre dietro, o almeno sempre quando l’avevo vista io. Era diventata calva come una palla da bowling, che è una similitudine piuttosto abusata ma non me ne vengono in mente altre. Penso che poi abbia cambiato centro, e a me non è più venuta così tanta voglia di attaccare bottone. Me l’aveva detto, un veterano, fra quelle quattro parole che gli avrò sentito dire in due anni, che mi sarebbe passata la voglia. A voi invece dico, e questo è un consiglio gratuito che non fa parte del vostro test: occhio al Borrolind, capelloni.

Alla quinta settimana di assunzione dell’Averest ho cominciato ad avere tremori alla mano destra. Il pc era spento e lo smartphone mi serviva per chiamare il numero d’emergenza, cosa che ho fatto dopo un minutino perché ho pensato magari smette subito e invece no, così ho pigliato un foglio lì vicino e mi sono messo a scrivere il sintomo a mano, con la sinistra anche se non sono mancino, che tanto bastava lo capissi io e poi avrei fatto la bella. Immaginate se vi mandassi tutti gli appunti così, sbilenchi e pure scritti con la mano sbagliata. La vita potrebbe andare peggio, no? Potrebbe andare peggio di dover disdire una serata al cinema con tuo nipote dopo tre mesi che non vi vedete, perché durante le quattro settimane in cui non è successo niente in realtà ho chiamato il numero d’emergenza perché non riuscivo a respirare bene e temevo fosse il cuore, a qualcuno è capitato di avere il respiro corto a causa di un accumulo di liquidi che poi causava scompensi al cuore, e invece era solo un attacco di panico. Non ne avevo mai avuti. Ed è accertato che l’Averest non causa attacchi di panico. Così quella volta avevamo dovuto annullare, così come questa. Ho mandato un messaggio a lui e ho chiamato mio fratello, perché sapevo che mi avrebbe dato della merda se lo avesse scoperto da suo figlio, ovviamente senza dirmelo in faccia. Quando ha risposto mi ha detto come stai, senza neanche il punto di domanda, con quel tono che sembra dire va che te la stai cercando e che mi ha fatto venir voglia di chiudergli subito il telefono in faccia, anche se avevo chiamato io, cosa che però poi non ho fatto.

Intorno ai vent’anni ho conosciuto un tizio che aveva chiamato Cane il proprio cane. Non era troppo a posto, è uscito con la nostra compagnia per un mesetto al massimo e nessuno ha mai capito chi lo avesse invitato. Siamo arrivati alla conclusione che non lo aveva invitato nessuno, che si era imbucato fingendo di essere amico di quelli che non c’erano la prima volta che si è fatto vedere al parchetto dove ci trovavamo prima di andare altrove, in centro o da qualche altra parte. L’aveva chiamato Cane perché così era più facile ricordarsi il nome, e non aveva tutti i torti visto che del cane mi ricordo mentre la sua faccia proprio buio completo. Ma va detto che alla sesta settimana di Averest mi sono dimenticato di come si chiamasse Ana De Armas, vedevo i cartelloni per strada del suo ultimo film e morisse mia madre se mi veniva in mente il nome. Che poi mia madre è già morta, per la cronaca, nonostante le cento pastiglie che si prendeva ogni giorno. Ho passato una settimana a chiedermi come si chiamasse quell’attrice lì, che ha fatto quel film tal dei tali di cui ricordavo la trama ma non mi veniva in mente il nome neanche di quello, col timore di provare a ricordarne altri e non riuscire a ricordare nemmeno quelli, mentre al centralino mi dicevano che no, me lo assicuravano, non c’era bisogno di un intervento perché l’Averest non dà quel tipo di sintomi. Lo avevano stabilito con tre turni di test, come per la questione degli attacchi di panico, e in effetti avevano ragione perché poi due giorni fa all’improvviso mi sono ricordato che Ana De Armas si chiama Ana De Armas. Ma forse c’è qualcosa che non mi avete detto riguardo agli effetti a lungo termine del Perpatolin.

Ho lasciato apposta tutta questa digressione prima di tornare a parlare del cane e del padrone di Cane. Mi è sembrato un bel vezzo stilistico. Voi che ne pensate? Troppo postmoderno? Comunque, il tizio ha sloggiato dopo un mese perché ci ha messo così poco a stare sul cazzo a tutto il gruppo, compresa una mia amica che voleva bene a chiunque e buttava degli abbraccioni a gratis anche a chi aveva appena conosciuto. A me dava particolarmente fastidio come trattava il cane, perché al di là di avergli dato quel nome lì lo strattonava di continuo anche se non faceva cenno di correre da nessuna parte, diceva che lo avevano costretto a prendersene cura e che era stupido, stupido come un secchio. Strano come ti rimangano impresse certe frasi e invece poi ti dimentichi di Ana De Armas.

Ripensandoci oggi penso di aver capito perché lo aveva chiamato Cane: negandogli un nome poteva permettersi più facilmente di non empatizzare con lui. O forse lo sto facendo più intelligente di quello che era. Son cose che danno da pensare. Dovrebbe pensarci anche l’operatore che mi ha chiamato quattrocentododici quando ho chiamato per i problemi di memoria, perché lui aveva ragione ma io un cazzo di nome ce l’ho. Verrebbe voglia di incasinare tutto questo resoconto anche solo per una cosa del genere, che tanto lo so che non potete permettervi di mandarmi via visto che di volontari ne arrivano sempre meno dopo quella storia dell’Ermatnola. Non dico che lo sto facendo per quel motivo, può anche essere che lo stia facendo solo per mandarlo come racconto a un concorso o a qualche rivista. Può essere che l’essere identificato con un numero non c’entri niente. Dà da pensare quando ti trovi a cercare il numero di minuti per cui è durato il tremore alla mano destra, che per inciso è tre spaccati, in mezzo a tutta questa baraonda, vero?

Dopo un po’ che fai questo lavoro inizi a uscire di meno. Fosse solo il socializzare, come mi aveva detto il veterano: è che hai sempre paura che succeda qualcosa mentre stai in mezzo alla gente. Anche se non succede mai, anche se ti eri ripromesso che non ti saresti seppellito in casa. Capitano le eccezioni, come quando dovevo camminare per almeno tre chilometri al giorno durante una bordata di caldo anomalo in primavera per testare il Copromax, che c’ha un nome che non vi dico cosa mi fa venire in mente tra l’altro, ma anche in quelle camminate ho interagito più coi cani che con le persone. Mi piacerebbe prendere un cane, per avere un po’ di compagnia, ma poi penso che dovrei portarlo in giro e metti che non me la sento o non riesco che fa? Mi caga in casa? Gli insegno a farla nel cesso? In più se ci rimango secco potrebbe prenderlo solo mio fratello, che è come dire che finirà in canile perché lui abita con moglie e due figli in un bilocale di settanta metri quadri al quarto piano senza balcone in una zona che si è riempita di localini fighetti, e fa pure i turni sfalsati tre più due dicendo che non ha mai tempo di fare un cazzo. Poi sai mai che lascio qualche pastiglia in giro e quello se la mangia, che dopo il Perpatolin mi è capitato spessissimo di lasciarle in giro ma no, m’avete assicurato che non dà problemi di memoria.

Mio fratello mi ha consigliato di prendere un gatto, una delle poche volte che è venuto a bersi una birra qua e in cui non abbiamo scazzato in cinque minuti. Gli ho detto che ci avrei pensato, anche se i gatti sono approfittatori senz’anima e col cazzo che ci penso a mettermene uno in casa, ma ho evitato di dirgli quello che realmente pensavo perché stavamo andando d’accordo già da mezz’ora e volevo stabilire un nuovo record. Poi però dopo la storia del gatto è tornato a lamentarsi del lavoro, e io lo sapevo che era una tattica per arrivare a parlare del mio, di lavoro, che lui non vedeva e non vede di buon occhio, certo non quanto me quando ieri mi sono svegliato alla mattina e ho visto tutto nero per dieci secondi e certo, mi è stata fatta una TAC per scongiurare qualsiasi connessione col farmaco, ma avete solo ridotto la dose di Averest, mica avete interrotto il test. La velocità conta più della sicurezza, no? E contando che siete costretti a pagarmi anche nei periodi buchi, quanto vi fa perdere interrompere il test? Devo rivalutare la questione del numero di volontari?

Che poi è proprio quello che sta sul cazzo a mio fratello, che mi sono offerto volontario, come se dopo due anni che ero a casa e non riuscivo a trovare niente, manco un posto da rider ormai anche se ci avevo provato, all’inizio, ma mica ci pagavo l’affitto così, dopo tutte le domande mandate a vuoto e quei pochi colloqui al telefono, mai di persona, in cui mi dicevano purtroppo guardi lei risulta troppo poco qualificato, ottima idea schiacciare un bottone per vent’anni, dopo che non mi era rimasto che accettare un lavoro distante da casa esattamente la cifra in benzina che mi avrebbero dato come stipendio, come se dopo tutto questo accettare questo posto fosse stata una scelta.

Ho preferito i soldi alla sicurezza, ne ho guadagnato in produttività e dolore e nella soddisfazione di non dover dipendere da nessuno, anche se lui ha da ridire anche sullo stipendio e mi dice che dovrei farmi pagare di più. Un’altra volta che ero in buona, e forse era un po’ anche effetto dell’Ircheobalone, che sul bugiardino in corso d’opera c’era scritto che poteva far sentire euforici, alla stessa argomentazione gli ho detto come battuta ma come, tu non eri quello che diceva che la salute non è una merce di scambio? Lui mi ha detto non c’è niente da scherzare, sempre con quel tono lì da moralmente superiore, e allora non ci ho visto più, in modo figurato intendo non come ieri ma immaginatevi che bello svegliarsi la mattina con la caga di non vederci più, e contando che ero euforico ma anche incazzato gli ho detto senti, le conseguenze di quello che è successo alla società le devo pagare io, mica tu, perciò finisciti la tua birra senza rompere le palle oppure vai a insegnare il razzismo ai neri. Dopo quella volta non ci siamo visti per un mese, ma quella rara volta che sono riuscito ad andare al cinema con mio nipote mi ha detto ma và, non se l’è presa così tanto zio, lo sai che poi ritorna, e non so mai se prenderlo come una promessa o una minaccia.

Nei momenti migliori cerco di figurarmi come un giocatore di calcio, uno di quelli delle serie minori che prende il suo bello stipendio ma sa che non ci camperà a vita. Così tira la carretta finché può, bombandosi di antidolorifici se è il caso, per essere sempre a disposizione e sempre appetibile sul mercato, e i conti col proprio fisico li farà una volta tolte le scarpette per sempre. Per me la carriera è iniziata molto più tardi, e potenzialmente potrei andarci avanti fino alla pensione, ma le possibilità che il corpo si ribelli a questo stress sono molto più alte e aumentano ogni giorno che passa. Però c’è un bell’alone di eroismo intorno a quest’immagine: mica alla Cristiano Ronaldo, più tipo coso lì, Rigaqualcosa. Mi sa che è ancora l’Averest che fa brutti scherzi alla mia memoria, o gli effetti a lungo termine del Perpatolin su cui ancora non mi avete convinto, solo che stavolta mi fanno male anche gli occhi.

Sapete cos’ha un alone di eroismo ancora più grande? Andare avanti a scrivere questa roba anche adesso che mi ha ricominciato a vibrare la mano destra, solo che stavolta vibra fino al gomito. Ho il cellulare in viva voce che mi dà occupato e spero per voi, e anche per me è ovvio, che non sia perché non avete tenuto conto di qualche cazzata e siete tempestati di chiamate da altri come me che hanno un braccio che sembra voglia emanciparsi e andare a vivere da solo. Non è interessante come si riesce a fare dell’ironia anche in certi momenti? Scommetto che potrei vincerlo un concorso, con questa roba. Se qualcuno non risponde entro due minuti temo che vi mancherà tutto questo, perché nel frattempo il braccio ha preso a vibrare fino alla spalla e ormai faccio fatica anche a scrivere. E comincio anche a vederci meno. Spero che la mia carriera non finisca qui, ho ancora così tanto da darvi.


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