Hong Kong Immortal

di Maria Sole Cusumano
copertina di Chiara Casetta


Liezi ha detto: «Ciò che lo spirito incontra diviene sogno; cioè che il corpo incontra diviene azione.»

Ora del Cane

Juno si passa due dita sotto l’elastico delle mutande. Un paio di slip dai bordi sfilacciati, con un cuoricino sbiadito in corrispondenza del monte di venere. Rosa chiarissimo, tipo carne di salmone e rosa appena appena più scuro, tipo riccio di mare. Sbatte le palpebre prima una, poi due volte, il caldo è una mano appiccicosa sulla fronte. Le pale del ventilatore sono immobili, crocifisse contro il soffitto, e lei è bagnata pure in mezzo alle cosce, dove la pelle chiara di luna incontra la stoffa delle mutande del mercato paghi uno prendi due. Il sudore l’ha incollata a letto e il letto è fatto di melassa, le lenzuola si sono sciolte nell’afosa immobilità di agosto. È scivolata in un barattolo di miele.

Attraverso le tende di bambù si allungano le dita di un sole violento. Il sole lì è sempre violento, anche quando tramonta, anche adesso, mentre cuoce fra i palazzi. Juno si schiaffa una mano sugli occhi, avverte sotto i polpastrelli una patina, il cellofan con cui sua madre impacchettava il maiale da congelare per le grandi occasioni. È proprio come un maiale impellicolato, le pare che il respiro le si condensi attorno alle labbra, che il torace sia chiuso in un pugno. Si volta dall’altra parte, la schiena nuda si strappa dalle lenzuola come un cerotto. I capelli bruciacchiati dalla deco e rimpinguati con la tinta rosa Candy Floss, le si incollano sulla faccia, li mastica un poco e il sapore chimico le si deposita sul fondo della lingua.

Tian, steso accanto a lei, pare fatto di carta. Ha la pelle chiarissima e le ossa sporgenti, con la luce s’intravedono le vene, lo scheletro e anche il cuore. Sul torace riposa un grosso dragone, di tanto in tanto sfiata fumo e cenere, e i capelli neri del ragazzo danzano sulla sua fronte.

Quando si erano addormentati c’era ancora la corrente e la città parlava la sua lingua elettrica. Juno aveva sentito vibrare sotto il culo tutte le energie organiche, Yin e Yang: non a livello superficiale ma in profondità, nelle tubature che corrono sotto e dentro i palazzi e raschiano via liquami e catrame; nell’energia sotterranea, che come un serpente striscia attraverso le strade e di tanto in tanto s’increspa e la corrente salta, una lampadina si fulmina, un intero palazzo si spegne.

Sveglia Tian infilandogli il gomito in mezzo alle costole, e il dragone sobbalza, torce la coda, fa vibrare i lunghi baffi. Con i pugni pigiati sui bulbi oculari, Juno trasforma il buio in una serie infinita di macchie e forme concentriche, intanto che il ragazzo mugola e si torce. Gli è spuntata una brutta eruzione cutanea sul collo, una chiazza rossastra che già ieri sera, con l’umidità feroce della notte, aveva incominciato a ribollirgli sull’epidermide; ora, dopo aver dormito incollato a un lenzuolo bagnato, il colore s’è intensificato e pare più un’ustione. Juno spera solo non sia uno di quegli herpes del cazzo.

Tian si mette seduto e tutto il materasso si piega verso di lui. Guarda l’orologio da polso appoggiato sul comodino, uno di quei modelli con cui puoi farti la doccia, fare le immersioni in profondità e contare i battiti correndo su Victoria Peak. Tian però se lo toglie ogni volta che deve dormire, è convinto che altrimenti gli inquinerebbe il sogno.

«Abbiamo dormito dodici ore,» dice masticando un residuo di saliva nella bocca essiccata dall’afa «È un sacco di tempo.»

E mentre se ne sta lì coi capelli sulla faccia a guardare il quadrante dell’orologio, Juno salta giù del letto con un movimento niente affatto agile, e per poco non si ritrova col culo per aria e le mani in avanti, premute sul lucido linoleum. Quello schiaffo gravitazionale le dà un leggero senso di vertigine, e muove brevi e incerti passi attorno al perimetro della stanza. Con la punta dell’alluce spinge via il proprio reggiseno e le mutande di Tian; con la mano raccoglie una maglia bianca con la stampa di Sailor Mercury. Se la riguarda per un verso e per l’altro, scova una macchia di salsa agrodolce e la tocca con la punta della lingua, siccome è ormai iniettata nel tessuto lavarla è inutile. S’infila la maglietta e Tian, dietro di lei, guida le sue gambe tutte ossa e bozzi dentro un paio di jeans stretti. È piuttosto lento appena sveglio, dice che è colpa dei sogni, perché nei suoi sogni corre come un matto, tipo Forrest Gump. Tian attraversa tutta la città correndo, e una volta Juno gli ha chiesto se c’è qualcuno che lo insegue, e lui a quella domanda s’è rifiutato di rispondere.

«Vuoi uscire?»

Juno apre bocca per rispondere ma le fanno male tutti i denti e con due dita se li tocca uno per uno, scava nelle gengive con le unghie e spinge i molari per assicurarsi che non le stiano cascando.

«Non c’è corrente,» dice abbottonandosi gli shorts, «Voglio un gelato di fagioli rossi.»

Se Tian fosse nel suo sogno, ora starebbe correndo per prenderle un ice red bean. La sua energia Yang vibra contro di lei quando le porge una mano per aiutarla a scendere lungo le scale antincendio, e Juno sente sotto i polpastrelli il pacifico scorrere del suo sangue, la naturale compensazione alla propria natura ostile. Tian non ha misteri, a parte i suoi sogni, e una fronte larga e aperta che non maschera neppure i pensieri. Sorride nonostante il canino sporgente, non è intimorito dal leggero strabismo, né dalle gambe storte, che in quei jeans striminziti lo fanno assomigliare a un trabiccolo.

Arrivati al quarto piano si fermano un momento a guardare la luna deporre il sole. Da un lato si leva, appuntito e oscuro, il profilo Yin del cosmo, e dall’altro si piega, cedevole, il sorriso Yang. Tian dice che è l’alba della notte, poi riacchiappa la mano di Juno e riprende la discesa.

Con la sera lei si sente rinvigorita. Tutti i suoi organi si rimpolpano quando la luce s’affievolisce, e il cuore, che di giorno riposa come un uccellino in gabbia, riprende a battere forte le ali contro le costole. Tian, invece, ha un ritmo energetico alterato: non riposa di notte, a causa dei suoi sogni, e di giorno è costretto a letto, di fianco a lei, in un sonno estraneo che non lo sana. Ma Tian è anche buono, e quindi se lo fa andar bene. Gli ultimi gradini li scende con un salto, e dallo scollo della camicia di lino che ha indossato s’intravedono le corna acuminate del dragone, la minaccia d’una sbuffata di fumo. Ci sono volte che Juno ha paura a toccarlo.

Ora del Topo

Il sudore si è già depositato a mo’ di corona attorno alla folta capigliatura di Tian, e c’è qualcosa in lui che ricorda Cristo.

Juno lo osserva mentre succhia il residuo di crema dal cucchiaio, dopo aver scavato il fondo dell’ice red bean: mastica i pezzettini di ghiaccio e strizza gli occhi quando una frustata di gelo gli scuote le meningi, e le goccioline di sudore tremano, qualcuna scivola lungo la tempia, pasciuta, come sangue. Nella memoria di Juno c’è un solo Cristo, quello sulla croce nella piccola chiesa in cui s’è fatto il funerale di suo fratello. Di questo crocifisso ricorda ogni dettaglio: l’espressione sofferente, quella innaturale torsione del labbro, la tempia incisa da una spina e il sangue che sgorga dalla ferita di un rosso così vivo da sembrare vero. Ricorda bene anche i chiodi, grossi, che sporgevano dai piedi e dai palmi, e l’occhio sinistro appena più chiuso del destro, la pupilla rivolta verso il basso. Aveva distolto così l’attenzione dalla bara, dalla foto sorridente, dalla consapevolezza d’essere all’improvviso sola al mondo.

Tian si gratta la guancia. Porta le unghie lunghe, e spesso sotto quelle dell’indice e del pollice c’è incastrato un poco di sporco che si toglie via con i denti e con la lingua «Andiamo al Mowl?»

Juno, che ha ancora le gambe aperte e il bicchierone gocciolante fra le mani, muove un poco la testa. Il caldo le sta mangiando la schiena, sta divorando strati di pelle uno dopo l’altro, e quando si toglierà quella maglietta con Sailor Mercury sembrerà la sindone.

«Io non ho più tanto sonno,» continua Tian spingendo il labbro inferiore in avanti «E poi ho corso, quindi ci possiamo sedere e fumare un po’.»

Tian parla dei suoi sogni come fossero reali. Le persone che incontra, i chilometri che macina, il dolore ai piedi e la durezza dei calli quando, poco prima di svegliarsi, si massaggia le piante, e a volte Juno ci crede, sospetta che abbia una vita quando dorme, e che cerchi soltanto di farsi ritrovare accanto a lei quando apre gli occhi. Sarebbe possibile?

«Come vuoi.»

Juno si alza per prima, anche se la sua mente non impartisce grandi ordini. Al contrario, è da quando è arrivata che si lascia accompagnare, in un continuo processo di accoglimento e trasformazione. Ed è un bene che abbia incontrato Tian – proprio al Mowl, fra l’altro – che la guida con dolcezza, senza darle mai la sensazione di subire i suoi comandi.

Ora lo segue, docile, attraverso strade che dovrebbe conoscere ma che non s’è mai presa la briga di memorizzare. Sono di passaggio, s’è detta, e questo passaggio sta diventando una purga, si sta moltiplicando; gli anni in cui ha peccato le stanno venendo restituiti in soffocanti morse al petto e alla pancia. Rimarrà lì molto più di quanto aveva immaginato, almeno finché si esauriscono i soldi, o finché Tian ha voglia di prendersi cura di lei.

Camminano a un paio di metri di distanza, di tanto in tanto lui ruota un poco il mento, tiene lo sguardo fisso sulla strada, e se rallenta anche Juno ammorbidisce il passo. Al Mowl lei c’è stata diverse volte, è un posto nero nero con il pavimento appiccicoso e un odore dolciastro, che le ricorda i biscotti alle mandorle. La prima cosa che ha mangiato, lì al Mowl, sono state proprio mandorle tostate, direttamente dalle dita di Tian.

Tian non deve essere di questo mondo. C’è qualcosa nel suo muoversi nello spazio che le fa certamente supporre che non sia di questa terra, che sia uno spirito venuto a curiosare fra i mortali. Juno cerca la sua ombra fra il riflesso delle luci a neon: lungo l’asfalto lucido di pioggia subito dopo un temporale, nel viola annacquato dell’insegna lampeggiante del Fairy; oppure sulle pareti rosse dove oscillano pigre le lanterne, e tutte le volte è più simile a un lampo, si rifiuta di lasciarsi fissare dai suoi occhi, ingoiato in fretta dalla feroce illuminazione artificiale.

Lei non sogna niente, mai. Nel suo corpo s’è aperta una voragine, e tutto l’organismo soffre per questo, è un buco nero spirituale, entro i suoi confini la materia si scompone, si rompe, e alla fine sparisce.

Juno si strofina forte le palpebre con i pugni, quasi manca il primo gradino della lunga scala che devono scendere. Tian senza guardarla, s’appoggia col corrimano, lo stringe nella mano destra, e s’incammina tranquillo, con i sandali molli ai piedi. Lei gli viene dietro, l’umidità mista al ferro sudato del corrimano le dà l’impressione di star scivolando attraverso l’intestino della città, dove tutte le rimanenze e gli scarti dei piani superiori si accumulano sotto forma di odori spiacevoli.

Nonostante l’ora, un improvviso flusso di gente compare all’altro capo della scala. Juno li vede subito disporsi ordinatamente in fila indiana e inerpicarsi con grazia lungo la salita. La prima è una donna che le ricorda il dragone tatuato sul petto di Tian: ha lo stesso portamento regale, e i capelli neri attorno alle tempie s’agitano, mossi da un vento invisibile, proprio come i lunghi baffi del drago. Quando s’incrociano, una da una parte e una dall’altra, Jia Li le sorride e Juno si sorprende di conoscere il suo nome: le sboccia dentro il cervello come un fiore, e sulla lingua avverte la morbidezza dei petali, nel naso il profumo intenso delle peonie.

Ecco le energie organiche, vibrano contro la sua mano aggrappata non più al corrimano ma al braccio di Jia Li. Questa è la consistenza degli spiriti, pensa Juno.

Tian grida qualcosa in cantonese. L’ha sentito parlare poche volte la lingua, e tutte quante è rimasta intontita, come avesse scoperto una persona diversa, un altro, con un proprio mistero ancora da svelare. Tian diceva che avrebbe dovuto imparare, e lei diceva sempre che non aveva tempo, che era solo di passaggio. Tian aveva risposto che siamo tutti di passaggio, e non per questo non impariamo niente.

Ora della Tigre

Nel momento in cui era morto, Juno aveva deciso che non avrebbe più pronunciato il suo nome. Se l’era ficcato giù in fondo alla gola e l’aveva sepolto sotto strati di acido gastrico e bile. All’inizio le era parso d’avere la pancia gonfia come un pallone, ne aveva percorso la circonferenza con la punta del dito, aveva arricciato il labbro alla sporgenza dell’ombelico, aveva pensato che forse stava per partorire un grumo di dolore.

Poi il tempo era passato, le giornate s’erano adagiate l’una sull’altra come fogli di carta sottilissima, e lei ancora non riusciva ad andare al di là di quel giorno, della sensazione di freddo fra le mani. È una brutta cosa il freddo dei morti. Prima di lui, l’aveva sentito stringendo nella sua piccola mano di bambina il corpo minimo di un rondinino. L’aveva raccolto dalla strada un’estate che il sole scioglieva l’asfalto, se l’era infilato in tasca e gli aveva fatto ombra con tre dita, tanto era piccolo che bastavano. Per quattro giorni gli aveva dato da bere con la siringa, aveva tirato il collo alle esche del nonno, e l’aveva imboccato infilandogli i polpastrelli nel becco. Un giorno era stata via, ora non ricorda neanche più il motivo, ma durante tutto il tempo della sua assenza aveva pensato al rondinino con il cuore stretto in un pugno d’angoscia. Alla sera, l’aveva preso in mano, tirato fuori dalla sua scatola, e subito s’era accorta ch’era morto. A descrivere la sensazione sulla pelle, però, non riusciva. Sapeva avvicinarla, per somiglianza, a quella avvertita sulle labbra quando aveva salutato lui nella bara. Sulla bocca aveva sentito il sapore dell’eterno e del nulla.

Tian le tiene la mano sulla fronte. Ha la pelle assolutamente gelata. All’orecchio continua a dire poche parole in cantonese di cui Juno sa di conoscere il significato. Non per un meccanico processo di traduzione, la decodifica avviene nel sangue, e la lingua sconosciuta di Tian s’aggancia alle cellule del suo corpo come una proteina, il senso si manifesta a livello organico, non cerebrale.

«È vero che non sei di questo mondo,» dice Juno al suo volto chiaro, quasi trasparente, attraversato da una luna immensa cresciuta tutta all’improvviso. Questa luna ha fra le dita migliaia di spiriti che attraversano la strada senza lasciare traccia del loro passaggio. Sono sparsi attorno a loro come piccole galassie, uguali nell’aspetto ma senza la pesantezza dell’abito carnale. Nemmeno Tian, a guardare bene, pare carnalmente ancorato alla terra, forse ha corso troppo nei suoi sogni e ha lasciato lì tutto il suo peso di uomo.

Juno scruta l’ombra che si mescola alla sua, due sagome che assomigliano a una, e con le mani si afferra la mandibola per fermare il battito dei denti. Tian la stringe al petto e il dragone sfiata sulle sue guance il suo respiro infuocato, sente microscopiche particelle di cenere depositarsi sulle ciglia, fiamma viva ardere dietro i bulbi oculari. Le fa così male da piangere, e il pianto colma tutto, anche la voragine. È acqua nuova che sgorga da un punto segreto della sua anima, s’è aperta una sorgente nel momento stesso in cui ha varcato la soglia tra la dimensione mortale e quella immortale, mai avrebbe pensato d’attraversarla.

Guarda gli occhi neri di Tian, la luce Yang che li riscalda, e vede i suoi stessi occhi, non come un vuoto duplicato ma come un embrione che replica le sembianze del progenitore. Ora il dolore è un piccolo lago che ribolle nel suo ventre, non il Cocito infernale ma un laghetto di montagna scaldato dal sole buono, l’unico lago sulla terra attorno a cui sono nati i primi fiori dopo la fine dell’umanità.


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