testo e immagini di Valentina Cottini
a cura di Silvia Penso e mariel
Una domenica di inizio maggio io e Gloria decidiamo di uscire dalla città per un trekking. Scegliamo la Valle de las animas, un ex ghiacciaio appena fuori La Paz trasformatosi in deserto roccioso. Un luogo mistico i cui speroni superano i 4000 metri, e il cui nome proviene da come fischia il vento la notte tra le colonne di pietra rossa.

Notiamo i primi problemi di trasporto appena superata la zona sud della città. All’uscita, la mobilidad pubblica – privata, in realtà, nella forma di piccoli van scassati – si interrompe prima del previsto all’altezza di Chasquipampa. Affacciandoci su una tienda improvvisata in un garage, chiediamo a una caserita come possiamo raggiungere Ovejuyo, nostra effettiva meta per avvicinarci alla vallata. Ci segnala che il passo è probabilmente serrato.
«Dudo que haya mobilidad», dice. «Pero pueden intentar y esperar».
Proviamo ad aspettare. Ci mettiamo all’angolo. Sporadici minibus arrivano, scaricano passeggeri e tornano indietro. Proviami a fermare qualche taxi per avvicinarci il più possibile. I tassisti abbassano il finestrino e ci fanno un gesto con la mano che assomiglia all’equivalente italiano del “più o meno”, sollevando il palmo verso l’alto e abbassandolo varie volte. All’inizio non capiamo, né io, né Gloria, che è boliviana ma di Santa Cruz, nell’oriente del paese, abituata a un paesaggio umano e urbano diversissimo. Insistiamo che un tassista si fermi e ci spieghi: «No hay paso».
I blocchi, dice. Io ancora non ne so molto. Si è verificato qualche disordine in città, isolato, nulla di preoccupante. Circola qualche voce sul fatto che non lascino passare i camion. In centro, però, c’è ancora tutto. Chiediamo di avvicinarci quanto più possibile alla valle. Ormai siamo fuori dalla città, è una domenica di metà autunno limpida e assolata, non avrebbe senso rientrare. Ci propone un passaggio a 15 bolivianos fino a dove la strada è libera.
«Da lì» ci dice, «salite a piedi».
All’arrivo troviamo una vera e propria barricata di massi e pietre aguzze. Esiste, in realtà, un passo laterale, in cui le pietre vengono spostate per fare spazio alle auto. All’inizio non capiamo perché il nostro taxi ci lasci lì e ci irritiamo anche un po’; perché, se il passo c’è, allora non si passa? Tra le pietre della barricata, fumi di ofrendas rituali. Gli abitanti della località siedono ai lati della barricata su panche di legno, sedie dei bar, muretti, marciapiedi. Stupite dall’organizzazione del blocco, scattiamo foto alla strada di nascosto. Un uomo ci grida nervoso: «Para que estan tomando fotos!?».
Gloria, prontissima, spiega che siamo turiste e ci hanno incuriosito le pietre. Non dice che è una giornalista. Sfrutta i tratti misti e l’accento ripulito da vent’anni in Cile per sembrare di passaggio. Ci riesce. L’uomo annuisce e si volta altrove.
Secondo il navigatore, l’entrata alla Valle de las animas si trova a quaranta minuti salendo. Camminare in salita a 4000 metri sul livello del mare, col sole a picco, non è esattamente piacevole. Senza fiato, dopo un quarto d’ora chiediamo informazioni a un uomo che sale con un sacco di plastica arrotolato sulle spalle.
«No falta nada, unos veinte minutos. Maximo un par de kilometros».
Continuiamo a salire. Bolear le foglie di coca ci aiuta a mantenere la pressione sanguigna a un livello accettabile. Gloria ha pensato a portarne un sacchetto. Ogni tanto, però, sentiamo la stanchezza della salita a picco. Lungo la strada troviamo altre barricate, quasi tutte vuote. Qualche taxi passa. Proviamo a fermarli; nel migliore dei casi, ci dicono che sono già prenotati, che hanno già un accordo, fanno il gesto che no hay paso con la mano. Comprendiamo presto la situazione. La mobilidad funziona, ma è per gli interni. Le comunità montane si sono barricate entro una linea di 5 km, da Ovejuyo attraverso Apaña, Ventilla, Chicani e Kelani, una per chilometro. La attraversiamo tutta, superando l’entrata principale al parco, che è chiusa e non vediamo neppure, intontite dal sole e dalle vibrazioni del silenzio che si allunga nella vallata. Il paesaggio è una lunga strada discontinua, a tratti di cemento, a tratti sterrata, a tratti in pietra, che scava un fiume stretto tra le punte rocciose circostanti. Le comunità sembrano abbandonate. Pochi pañuelos dei colori dell’unità amministrativa sventolano legati sui pali della corrente. Sui muri, scritte agguerrite contro il governo.

Gloria tratteggia per me i particolari storico-sociali che mi mancano: che queste comunità indigene, che si sentono oggi così invisibilizzate dal nuovo governo di Paz Pereira, hanno creduto per oltre un decennio nelle politiche pluriculturali di Evo Morales, a loro discapito.
Mi addentro nei temi della rivolta nelle settimane, con i blocchi che si intensificano, mentre la carne sparisce dai mercati e i prezzi delle uova e del pane triplicano. La prima miccia a incendiare le strade è stata una norma promulgata il 10 aprile: la Legge N° 1720, che intacca le piccole proprietà delle comunità contadine. Un passo indietro, per capire qualcosa in più di queste comunità. Forse per la nostra geografia nazionale, siamo abituati a immaginare il mondo come costantemente teso tra un nord e un sud. La Bolivia rompe questo schema verticale, spostando l’asse principale tra Oriente e Occidente. Le terre dell’Oriente sono piane, rese docili dal clima umido subtropicale, invase dall’avidità delle imprese internazionali che sfruttano le ricchezze del terreno attraverso le logiche neocoloniali dell’agro-business. Il concetto della terra, nell’Oriente cruceño, rappresenta puro capitale da far fruttare sul mercato globale. L’Occidente, invece, è brullo, è l’altopiano andino; la terra è dura, rocciosa, il clima secco. È la terra del minifondo. Questo perché la conformazione delle montagne e secoli di lotta per la proprietà hanno ridotto la terra in piccolissimi appezzamenti individuali o familiari, spesso inferiori all’ettaro. Molte proprietà sono disposte su terrazzamenti artificiali a gradoni, ereditati da tecniche aymara e in generale pre-incaiche, per strappare spazio coltivabile ai pendii ripidi e contrastare l’erosione. Questa è la ragione per cui le proteste si intensificano specificamente a La Paz.
La legge n.1720 autorizza infatti l’INRA (Instituto Nacional de Reforma Agraria) a convertire, in soli dieci giorni e su richiesta volontaria, lo statuto giuridico di una “piccola proprietà” in “mediana proprietà”. La questione snodale è che questo implica lo sblocco del credito. La Costituzione boliviana protegge infatti la piccola proprietà contadina dichiarandola indivisibile e soprattutto inembargable, cioè impignorabile. La piccola proprietà, a uso di sussistenza familiare, non potrebbe quindi essere sequestrata, in caso che il contadino si indebiti, per esempio. Tuttavia, c’è un rovescio della medaglia a cui la 1720 si appiglia: la piccola proprietà esclude il contadino dalla possibilità di usare la propria terra come garanzia. Il piccolo produttore resterebbe così tagliato fuori dai finanziamenti formali per modernizzarsi. La Legge n.1720 permette quindi al contadino di rinunciare volontariamente allo scudo protettivo, passare al regime della mediana proprietà e poter ipotecare la terra per ottenere un prestito, in parole povere. Il rischio è ovviamente la vulnerabilità finanziaria. In un paese politicamente fragile e con una profonda disparità nei livelli di scolarizzazione tra chi risiede nelle aree urbane e in quelle rurali1, spingere piccoli produttori privi di tutele tecniche a rinunciare all’impignorabilità significa esporli al rischio concreto di perdere la terra, che coltivano, nella maggior parte dei casi, per pura sussistenza familiare.
L’altro asso su cui si divide la Bolivia è quello città-campo. È una semplificazione, naturalmente: non credo esista qualcosa di stratificato quanto le città in Bolivia. La divisione principale riguarda però l’organizzazione umana, sociale, linguistica. Lo spagnolo è lingua ufficiale insieme ad altre 36 lingue originarie, le principali: il quetchua, il guaranì e l’aymara, la lingua del territorio paceño, precedente alla conquista incaica. Nello spazio rurale delle comunidades, l’apparato burocratico statale si scontra con una realtà dominata dall’oralità e dall’uso prevalente delle lingue indigene. Ma soprattutto, si scontra con la coesione interna di una comunità reale, in cui la resistenza è stretta, compatta, unitaria.

Le persone che incontriamo per strada sono pochissime e camminano dritte verso la stessa direzione. Portano tessuti aguayo e sacchi sulle spalle contententi gelati, bibite, acqua, verdure. Le osservo, curiosa di conoscere la destinazione. Finché dietro a una curva, su un pendio, una fila di donne in pollera siede in cima a un colle con lo sguardo verso il basso. Superato un altro tornante, una serie di minibus vuoti; poi, in cerchi concentrici, un presidio di donne e uomini delle comunità, trincerati per decine di metri a tenere chiuso il passo. Centinaia di persone di tutte le età, i volti duri ed esausti di chi aspetta da tempo. Qualcuno vende fiori, verdure, versa mate di coca nelle tazze. Si chiamano tra loro compañeros, compañeras. Passiamo tra i banchetti titubanti, con la sensazione di star infrangendo un divieto terribile e la paura di sollevare malcontento.
Un uomo in piedi al lato della strada, di fronte a un’auto aperta, spezza la tensione ridendo: «Estas son hermanas de Rodrigo Paz! Que muestren sus carnets!»
Vedo Gloria ridere, faccio lo stesso. Mi spiega che è una battuta per i nostri tratti evidentemente non autoctoni, come quelli del nuovo presidente, a differenza di Morales, l’ex premier socialista di origini indigene. Persone ai lati del presidio sorridono e ci salutano con cenni del capo. Secondo Gloria, notano forse che, casualmente, indossiamo simboli di supporto: spille con la chakana, la croce andina; un marsupio in aguayo.
Superata la laguna Uni, all’altezza del concentramento, compare finalmente dietro a un tornante l’Illimani innevato. Svetta contro il cielo limpido, in tutta la sua imponenza. Da qui, è vicinissimo. Ci fermiamo in cima alla strada asfaltata per osservarlo. La vallata è vuota e silenziosa. Non passa un’auto. Se per errore arriva al presidio, torna indietro. Torniamo indietro anche noi, stanchissime, avendo costeggiato per 5 chilometri la Valle de las animas solo dall’esterno. È la serendipità, ci diciamo con Gloria. Aver trovato qualcosa mentre se ne cercava un’altra.

A quelle facce stanche del presidio ho ripensato spesso nelle settimane successive, quando il conflitto si è acuito danneggiando sempre più intensamente la città. È stato graduale. I blocchi sono saliti dalla zona Sur verso il centro, e giù da El Alto. La strada verso l’aeroporto è stata lastricata di barricate: impossibile salire, se non alle 4 del mattino.
Ad oggi, 14 giugno, è oltre un mese che a La Paz ci troviamo in una situazione di quasi totale isolamento. Le proteste, coordinate dalla Cob (Central Obrera Boliviana), dai Ponchos Rojos e dalle cooperative minerarie contano quasi cento blocchi stradali attivi nei vari dipartimenti del paese, principalmente nella regione occidentale e nella zona di La Paz. L’impatto dei blocchi si fa sentire pesantemente sulla vita quotidiana e sulle strutture assistenziali. Il 29 maggio gli operatori sanitari sono scesi in piazza per denunciare la carenza di ossigeno e sacche di sangue negli ospedali, segnalando il rischio di un imminente collasso. Secondo i dati diffusi dalla Defensoría del Pueblo dall’inizio delle mobilitazioni si registrano decine di vittime e feriti e oltre 300 arresti. La risposta del governo si è concretizzata nella decisione di far intervenire le forze di polizia, con l’uso di gas lacrimogeni e sgombri armati.
Ma la protesta non si ferma.
Cresce, cambia forma, si dirama, disegna nuove traiettorie attraverso il malcontento del variegato tessuto sociale. La pressione alle periferie delle comunità indigene dissangua il centro, lo esaspera; esaspera, cioè, la cittadinanza che meno tollera le differenze sociali con le popolazioni originarie per gettare lo sguardo verso gli Stati Uniti, il liberismo economico, il capitalismo di sistema, in opposizione agli ultimi vent’anni di socialismo MASista.
Le mobilitazioni poggiano su forti rivendicazioni economiche e sociali. Benché il 9 maggio Paz Pereira abbia optato per l’abrogazione della legge n.1720, le proteste si sono riorientate su nuove richieste, che riguardano l’inflazione altissima, il rincaro triplo dei beni di prima necessità in pochi mesi, la crisi dei carburanti, costosissimi e di pessima qualità, una politica di attenzione ecologista, contro il sovrasfruttamento dei pozzi minerari nei terreni originari, infine le dimissioni del neoeletto presidente.
La Paz vive una situazione di tensione costante. Non è raro vedere camion dell’esercito trasportare a decine manifestanti arrestati ai blocchi. La città è militarizzata e in forte agitazione.
Negli ambienti di alta e media borghesia in cui lavoro, si nutre verso i manifestanti una forte mal sopportazione. Piensan en la inmortalidad del cangrejo, dicono, un’espressione locale per disegnare l’inutilità di fantasie e vagheggiamenti senza scopo. Dalla medesima insofferenza emergono talvolta persino posizioni estreme, che caldeggiano l’intervento violento dell’esercito e che inneggiano alle politiche di pulizia etnica verso i popoli originari, com’è avvenuto in Cile e in Argentina.
Senza dubbio, Paz eredita una situazione economica e antropologica oltremodo complessa, data da anni di controverse politiche sociali. D’altra parte, in precedenza ho tentato di tratteggiare la diversità socioculturali ed economiche della Bolivia attraverso due assi, occidente-oriente e campo-città, per rendere conto delle anime diversissime, tese tra necessità opposte e fortemente polarizzate. Decido dunque di mantenere il distacco critico di chi può osservare da un punto di vista privilegiato.
Tuttavia, non riesco a non subire la fascinazione della convergenza delle lotte ai margini. In un territorio strutturalmente e socialmente asimmetrico, la periferia rurale e sub-urbana cessa di essere un subalterno passivizzato e si organizza in segmenti solidali, una catena di piccolissime comunità che, nell’unione, acquisiscono la capacità di recidere le arterie vitali dello Stato.
Bloccare dalla periferia significa dunque asfissiare il centro amministrativo e finanziario, invertendo i rapporti di forza del potere. E in questo assedio instancabile e soprattutto comunitario, si palesa la vulnerabilità della città contemporanea: nell’individualismo, il centro si atomizza, si consuma, implode.
Periplo è una rubrica curata da Silvia Penso e mariel.
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- dati IISEC ↩︎
