Codice bianco

di Francesco Spiedo
Copertina: Ottavia Marchiori – Ad Astra

La prima volta che vidi la bambina eravamo, ne sono certo, nei corridoi del pronto soccorso. Era la mattina del nove di luglio, faceva caldo, il tessuto degli indumenti, intimo compreso, si incollava alla pelle come una calamita al frigorifero. Di quelle bruttissime e inutili calamite che negli anni a venire ci avrebbero ricordato di vacanze dimenticabili. Se ne stava seduta al suo posto, caviglie nude e incrociate, sguardo fisso sulle mani. E mangiava, mangiava sempre. Me la ricordo, perché quella mattina nonostante il caldo le persone non erano ancora impazzite e si stava larghi nel corridoio del pronto soccorso. Eravamo in pochi. Tra questi pochi c’era un signore sui quaranta, leggermente stempiato, la pancia rotonda e dura, non che l’abbia toccata, ma dava proprio l’impressione di essere dura come una noce di cocco, e la faccia sudata che diceva ho caldo e sono il padre della bambina. Qualcuno mi può aiutare? Sembrava disperato e non ne capivo il motivo. Lui stava bene, forse in sovrappeso, forse con una calvizia incipiente, ma stava bene. La bambina forse, ma mangiava con fame e ingordigia una merendina dopo l’altra, quindi stava bene. Quando qualcosa non va, la prima cosa che si perde è l’appetito – lo diceva sempre mio padre e gli credo, anche se mio padre non è medico ma meccanico. Gli credo perché è vero, quando non sto bene, mi si chiude lo stomaco e non mangio niente più. Invece quello della bambina pareva essere senza fine, uno stomaco espandibile, uno stomaco componibile, uno stomaco a sette posti. Quella bambina non poteva stare male perché aveva troppa fame, avrei potuto scommettere che si fosse appena ripresa da una brutta febbre, magari un digiuno forzato, settimane di brodo e intrugli senza consistenza. Forse tutti quei dolci erano un premio meritato per non essersi fatta ammazzare, forse il male stava nascosto da qualche parte e non si vedeva, neanche i medici dovevano averlo visto, perché il padre implorava un’altra visita, una seconda visita, un’altra visita ancora. Ma dei miei pensieri non importava né all’uomo, alla disperata ricerca d’attenzione da parte di un camice bianco, né alla bambina, troppo distratta dalla fame e dalle briciole che le si accumulavano ai lati della bocca. Scartava una merendina dopo l’altra e non diceva una parola, mangiava soltanto, fino alla fine, poi si leccava le dita e scartava un’altra merendina: doveva averne una confezione intera in quella busta di plastica poggiata sui sedili di fianco. Il padre sembrava disperato e la bambina mangiava. Venne il mio turno, mi ero lussato una spalla cadendo dalla moto e, varcando le porte a specchio, la persi di vista. Le luci bianche del pronto soccorso mi avevano fatto venire un leggero mal di testa, e io non soffro mai di mal di testa.

La seconda volta che vidi la bambina eravamo, potrei confermarlo di fronte a un giudice, fuori la scuola elementare. Era la mattina del tre di settembre, il primo giorno di scuola e mia nipote aveva voluto la famiglia al completo per il suo ingresso nella società dei bambini adulti. C’eravamo davvero tutti mentre lei aspettava, stretta tra il padre e la madre, di venir accolta da una maestra con la permanente e i capelli rossi. C’erano un sacco di bambini. Aspettavano il proprio turno, c’era una sorta di ciambellano di corte che recitava i nomi uno ad uno, e poi si facevano avanti, un poco tremanti oppure sfacciatamente allegri per andare incontro al proprio destino. I genitori piangevano quasi tutti, tranne un uomo piuttosto stempiato, sui quaranta che mi pareva di aver già visto. Se ne stava in disparte, spalle al muro e teneva un braccio largo come a tenere qualcuno alle sue spalle. Non ero sicuro che fosse lui, il padre preoccupato del pronto soccorso, in fondo l’avevo visto per pochi minuti, quanti?, tre mesi prima? Sulla bambina però non potevo avere nessun dubbio. Stava schiacciata tra il padre e il muro bianco, intravedevo a stento le mani, le ginocchia che sbucavano tra le gambe, e le merendine. Attorno ai suoi piedi stavano almeno tre piccole bustine di plastica sporche di cioccolato e, proprio quando arrivai a pochi metri dalla strana coppia, sfilando accanto a Maria Ansaldi classe 1C e rispettivi genitori, mi resi conto che le bustine erano appena diventate quattro. E sentii netto e chiaro il rumore di una quinta che si apriva, veniva scartata, il suono netto e inconfondibile della plastica che si accartoccia. Il ciambellano chiamò un nome, che era il nome della bambina, ma ero così preso dal rumore della bocca ruminante, dalla tensione del padre, da quella situazione al limite dell’assurdo, che non lo ascoltai. Mi accorsi che avevano chiamato qualcuno perché il padre sollevò la mano, fece avanzare la bambina e senza dirle niente le indicò una maestra bassina e dall’aspetto innocuo. Lei camminò in silenzio, continuando a masticare, la bocca sporca e le mani lerce, ma non mi sembrava né grassa né ingrassata, le gambe sottili come spilli, forse anche troppo, e le guance sgonfie, di sicuro più sgonfie di quelle del padre. Sembrava che quella fame non avesse nessuna conseguenza, ma mi chiedevo se fosse possibile per un bambino mangiare così tanto. Il padre sembrava pensare le stesse cose e me ne accorsi quando incrociò il mio sguardo. Se avesse potuto mi avrebbe chiesto aiuto, ma mia nipote venne chiamata subito dopo e dovetti abbandonare il pensiero e la posizione. Tornai sui miei passi, sorrisi e mi dimenticai degli occhi spaventati del padre e della fame impossibile di quella bambina. Quando guardai alle mie spalle l’uomo non c’era già più.

La terza volta che vidi la bambina eravamo, potrei metterci la mano sul fuoco, al compleanno di mia nipote. Era la mattina del sei di ottobre, una domenica per la precisione, e avrebbe dovuto sommergerci un’acquazzone di quelli biblici. Invece non era scesa neanche una goccia di pioggia che fosse una e l’aria era pesante, minacciosa. Si sarebbe detto che da un momento all’altro il cielo potesse essere squartato gettandoci tutti nella disperazione. La festa sarebbe stata rovinata, ma così non fu. Diciassette bambini e qualche madre, due cani e un gatto, senza considerare i padroni di casa, i parenti stretti e quelli più larghi, tra cui me che, sebbene fossi lo zio, mi sentivo meno zio di altri. La bambina la vidi subito, dal primo momento, dall’esatto momento in cui entrò in casa filando poi in giardino, sempre con una merendina tra le mani. Le chiacchiere iniziarono quando il padre, mi parve più magro, ma lo incrociai solo per un breve momento, lasciò la casa assicurandosi che la bambina avesse avuto abbastanza da mangiare. Disse è questione di vita o di morte e mia sorella, con una faccia che nascondeva appena l’offesa, gli assicurò che avrebbe avuto tutto il mangiare di questo mondo: non era mica tirchia, lei. E in effetti di mangiare ce n’era più che sufficienza, ma gli ospiti non fecero scivolare la cosa in silenzio, soprattutto gli altri genitori che forse iniziarono a pentirsi di non aver con sé delle buste per portar via la stessa quantità di cibo che la bambina avrebbe ingerito. Non le staccai gli occhi di dosso, con il rischio di passare per un qualche maniaco a cui piacciono i bambini, e nell’arco di due ore mangiò dodici pizzette, due buste di patine, sette panini formato mignon, una quantità incalcolabile di pop corn, un piatto intero di rustici ripieni, due fette di torta e una candelina. La cera le macchiava ancora le labbra quando varcò di nuovo la soglia di casa in compagnia del padre, giunto appena dopo il tanti auguri, come se non aspettasse altro per portarla via, forse addirittura ci stava spiando visto il tempismo incredibile. Tornarono i commenti e furono pioggia torrenziale perché non c’era neppure più la povera creatura a fare da argine alla malevolenza ironica. Ci si chiedeva se avesse potuto mangiare anche le sedie e il tavolo, i giochi, le animatrici e perché no, anche noi tutti presenti. Si rideva pensando a quanto dovesse costare al giorno una figlia del genere, se più o meno di un pastore tedesco, un leone o un elefante. Tutti erano rasserenati dal fatto che i propri figli al confronto parevano dei veri piccoli santi, normalissimi nelle loro manie, ma non io, che di figli non ne avevo e non ne avrei mai voluti avere. A me, lo sguardo affamato della bambina e la paura, quasi mistica, del padre avevano soltanto restituito un vuoto senso di pietà. Mia nipote arrivò di corsa, ricoperta dalla testa ai piedi di coriandoli, le mani piene di regali, la faccia felice e i denti sporchi di torta. Il cioccolato sulle sue dita finì dritto sul mio naso, era un gioco che facevamo sempre e lasciai andare ogni malinconia rincorrendola tra i presenti che non sembrava avessero voglia di andare via.

L’ultima volta che vidi la bambina eravamo, come potrei dimenticarlo, negli stessi corridoi infestati del pronto soccorso. Era la mattina del diciotto di novembre, era arrivato il primo freddo e nessuno aveva voglia di sfilarsi il cappotto anche se questo significava starsene incollati gli uni agli altri, ognuno con il suo malanno s’intende. Ero di nuovo al pronto soccorso perché da giorni mi svegliavo con un mal di testa inspiegabile, non era cervicale, non era la postura, non era lo stress, il medico sembrava non prendermi sul serio e allora, poiché avevo un sacco di tempo da perdere, decisi di farmi visitare. Codice bianco perché probabilmente non era niente e sicuramente avrei dovuto attendere ora prima che un altro medico svogliato mi dicesse cos’è che non andava con la mia testa. O forse m’avrebbe detto soltanto di riposare un po’, le stesse cose che mi aveva detto il mio dottore, ma almeno non era il mio dottore e potevo star tranquillo d’aver fatto il mio dovere di paziente diligente. Aspettavo, non facevo altro. Di gente ce n’era, ma nessuno che avesse qualcosa di grave, di abbastanza grave da rendere l’attesa meno snervante, ma non troppo grave da toccarmi lo stomaco. Non successe niente finché dalle porte a specchio del pronto soccorso non uscì, o meglio venne accompagnato fuori, il padre seguito a ruota dalla bambina che, neanche a dirlo, stava mangiando, anzi rosicchiava, qualcosa che non riuscivo ben a identificare. Mi sembrava un pennarello, ma forse sbagliavo, doveva essere uno di quegli stecchi di zucchero che di solito regalano i dentisti prima della visita e magari un dottore compiacente le aveva regalato. Vi prego, c’è qualcosa che potete fare fu l’unica frase che sentii uscire dalla bocca dell’uomo, ma dall’altra parte della porta nessuno rispose e questa si chiuse in un istante. La bambina aveva rallentato il ritmo, ma oramai non restavano che poche briciole del pennarello di zucchero. Aveva ancora fame, lo potevo leggere negli occhi. Aveva ancora fame, sembrava stesse per diventare cieca dalla fame. L’uomo mi pareva smagrito, visibilmente smagrito, vestito anche fin troppo leggero per l’inverno alle porte. Si sfilò dalla tasca due fazzoletti consunti e la bambina li addentò, poi prese una scarpa e mangiò anche quella, la camicia, il pantalone, la sciarpa e persino i calzini. Il padre era in lacrime, fermo, in mezzo al corridoio, ma come invisibile, trasparente, inconsistente. Il corpo era gracile, incredibilmente più gracile delle ultime volte, la pancia dura era scomparsa, anche gli ultimi capelli non c’erano più. La stempiatura era avanzata fino a raggiungere il collo. Pareva che avesse smesso di mangiare pur di soddisfare l’appetito eterno della figlia che, manco a dirlo, non era ingrassata di un dito. Niente. Mi pareva la solita bambina, piccola, un po’ curva, dalle gambe sottili come spilli e la bocca sempre sporca. E gli occhi sempre affamati. Prima ancora che l’uomo potesse anche solo pensare di offrirsi in sacrificio, la bambina diede un morso alla sua mano, strappandola via come fosse una manciata di zucchero filato, senza sforzo e senza sangue, inghiottendola e facendola sparire sotto la lingua. Lo mangiò per intero nel silenzio del corridoio, i medici continuavano a correre e i pazienti a disperarsi in un’attesa sospesa, mentre la bambina si leccava le dita ancora affamata. Mi guardò con occhi fin troppo intelligenti e capii senza bisogno di parlare: sarei stato presto deglutito in quel pozzo senza fine che per pura e semplice comodità chiamerò ancora lo stomaco della bambina. L’avrei fatto senza un lamento, senza sporcare, senza farmi notare. E la bambina non sarebbe ingrassata di un grammo nemmeno questa volta. Il mal di testa sparì all’istante.

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