OMG

di Carolina Gervasi
Copertina: Ottavia Marchiori – To the beach (Take me back)

23.43

-Mi sembra di averti già vista da qualche parte.

-Appena ti rivelerò chi sono, sempre che tu decida di credermi, ti renderai conto della comicità del tuo esordio.

23.59

-No, no, avete completamente frainteso il senso di quell’episodio, il peccato originale e la mela. Ah, e il serpente, ho delle cose piuttosto importanti da dirti su di lui. Non volevo frustrarvi, o tantomeno punirvi. Era solo un modo per rendervi partecipi di una riflessione elaborata a caro prezzo. Sulla mia pelle.

-Ma tu non hai pelle.

-In che senso?

-Non dovresti avere pelle.

-Ce l’ho ora la pelle. In questo preciso istante ho la pelle, lo vedi pure tu. Non scordarti che il mio presente è impregnato fino al midollo di eternità, che vi ho fatto un gran regalo nel concedervi un presente di natura puntuale, specie ingrata che non siete altro. Quindi, a rigor di termini, non solo io ho la pelle in questo momento, ma ce l’ho sempre avuta e sempre l’avrò.

– …

– Dicevo, con tutta quella storia dell’albero volevo darvi un consiglio, volevo dirvi: non avvelenatevi l’esistenza nella ricerca ossessiva di solo il diavolo sa cosa. La mia teoria è che esiste una soglia che separa la ricerca che vivifica da quella che avversa la vita. Non era un “non fatelo”, non volevo proibirvi proprio nulla. Era più un “chi ve lo fa fare?”. Nella mia versione doveva essere la mela stessa a esporvi questo punto di vista, una mela parlante. Devono averlo ritenuto un escamotage ridicolo. Come se il serpente non lo fosse.

00.02

– Diciamo che ho le mie idee. Per fare in modo che fossero mie e soltanto mie ho dovuto fare uno sforzo davvero titanico, sconfinato. Sei libera di non credermi, ma non dispongo di parole per descriverti l’enormità dell’impresa. Pensa se avessi il potere di investire con la sola emersione del tuo pensiero ogni singola molecola dell’universo tutto, pensa se l’universo avesse la forma del tuo pensiero.

– Sembra deprimente.

– Quando cade il discrimine tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori è facile che la situazione sfugga di mano. È facile essere presi da quella che chiamo euforia da proiezione perpetua. Tu che avresti fatto?

– Nulla, proprio nulla.

00.11

-Credi nelle coincidenze?

-E tu?

-Io credo nelle coincidenze più di chiunque altro al mondo. Non troverai nessuno che crede nelle coincidenze quanto me. Per crederci, devo dimenticarmi di me stessa. Cristo, se è difficile.

-Non posso dire di credere nelle coincidenze. No.

-Io e te ci siamo già incontrate. Non te ne sei accorta, ma ci siamo già incontrate. Eri in vacanza studio, anno del signore 2007, Dublino. Vi avevano dato un paio di ore d’autonomia per andare in giro. Mi ricordo proprio bene di quel pomeriggio. Ti sei fermata in Grafton Street ad ascoltare un musicista di strada che cantava una versione acustica di Little by little degli Oasis. Gli Oasis non ti piacciono, non sopporti la posa lennoniana del cantante, con quegli occhialetti tondi. L’unica canzone che ti piace è Little by little, ed è per questo che ti sei fermata ad ascoltare il ragazzo per strada. Non ti sei accorta di aver deciso di fermarti, ti sei solo trovata a pochi metri da lui, in ascolto. La canzone ti ha evocato una sensazione di apertura e struggimento tipicamente adolescenziali. Hai avuto la netta sensazione di averla ascoltata in qualche momento felice, quella canzone, anche se non sei riuscita ad identificare il ricordo. Permettimi di fare luce su questo enigma. Il 23 settembre 2005, in fila alle macchinette del caffè del tuo liceo, hai sentito Barbara, due persone avanti a te, canticchiare  “dream perfection has to be perfect” a bassa voce. Poche ore dopo, a casa, hai digitato il testo sul computer, ed ecco gli Oasis.

– Potevo evitarmi quel disturbo. Barbara se ne fotteva. Se n’è sempre fottuta, di me.

-Aspetta aspetta, fammi continuare. Hai ascoltato la canzone compulsivamente, per mesi. Quel pomeriggio a Dublino le ragioni che ti avevano spinto ad amarla erano state completamente rimosse. Era esattamente quello che intendevo quando, in quanto Freud, ho scritto quelle cose sulla rimozione, cose che ormai tutti conosciamo e blablabla. Colgo l’occasione, quando ci ricapita?, per confidarti che la sconforto che ti ha accompagnato per anni, motivato dalla convinzione che Barbara non ti abbia mai amata, si sia edificato su basi del tutto infondate. Il 16 maggio del 2011 Barbara ha sognato il tuo seno sinistro nudo.

-Come fa ad averlo sognato se non l’ha mai visto?

-Tralasciando il fatto che i sogni sarebbero poca cosa se si sognasse solo ciò che si è visto, ti sbagli proprio. L’ha visto. Ti ricordi quel giorno a luglio, dopo la maturità? La festa in piscina?

-No.

-Ti è scivolato il pezzo di sopra del costume, per pochi secondi, e l’ha visto. Una seconda volta in biblioteca, mentre ti piegavi a raccogliere il tappo di una penna, diciamo che l’ha intravisto, e ha ricostruito quello che non riusciva a vedere col ricordo di quella volta in piscina. Ad ogni modo, dopo aver sognato il suddetto seno si è svegliata in un bagno di sudore e turbamento.

– Capirai…

– Aspetta. Il 23 giugno del 2015, parliamo di un bel po’ di anni dopo, seduta su un treno che la portava a Milano, si è ritrovata a scrivere e riscrivere il tuo nome sulla trentasettima pagina della sua edizione di un romanzo di cui non ricordo il titolo al momento, pensa tu.

-E se quella volta l’avessi baciata? Hai presente a quale volta mi riferisco?

– Direi proprio di si.

-Come fai a ricordare tutto?

-Ah. Come potrei non ricordare? Anche se non si tratta di veri e propri ricordi, non devo impegnarmi in nessun atto di rimemorazione, anche involontario, nessuna distanza mi separa da quelli che tu chiameresti contenuti di memoria. È tutto qui. Sono io. Quando ho letto Funes, hai presente il racconto?, ho provato un moto di profonda gratitudine per Borges, che è riuscito a tratteggiare con gran leggiadria una condizione così simile alla mia. Il sollievo è durato poco, sostituito dalla consapevolezza non c’era nessuna distanza nemmeno fra me e Borges, e che l’apprezzamento che gli dispensavo non era che l’ennesimo sterile esercizio di narcisismo. In ultima analisi, Borges ero io, e non è una constatazione a cui si possa sfuggire. Sono sicura che il vecchio cieco avrebbe sorriso di questa situazione così, come dire, borgesiana. Se fosse esistito nel senso pieno che voi miscredenti date al termine, ovviamente.

– E il racconto come va a finire?

– Funes crepa di asfissia.

– E l’idea ti fa paura?

– Nessuno dura per sempre…

– Tranne te.

– Vedremo.

– Io di certo non vedrò proprio un cazzo.

00.24

-Scusa se ti interrompo, ma ho dimenticato di dirti che quel pomeriggio a Dublino, mentre ascoltavi il musicista di strada, io ero la sesta corda della chitarra del ragazzo che suonava.

00.41

-Vabbè, pensa un po’ quello che ti pare. Comunque non hai risposto alla mia domanda di prima. Se quella volta l’avessi baciata? Se avessi insistito un pochino di più e l’avessi fatto?

– Non mi sarebbe affatto dispiaciuto. Andava anche a me. Andava a tutte e due, lo sai.

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