Il maestro

di Giulio Iovine
Copertina di Sante Cutecchia

Il quadro mi fu presentato con il titolo improbabile di Ritratto di Satana.
– Nel senso che lo ha fatto Satana, o semplicemente che lo ritrae?
E il commesso, curvo per l’ossequio:
– No, il Maestro non ha mai dipinto nulla. Il quadro qui presente ritrae il Maestro. È l’unico in circolazione.
Volevo provocarlo.
– Roba del genere non dovrebbe essere maledetta?
E lui:
– Di solito sì, signora, ma questo quadro no, non lo è. Che ritragga il Principe dell’Inferno è un fatto e su questo siamo tranquilli. Ma nei millenni da che esiste è passato di proprietario in proprietario senza che mai ci morisse nessuno. Anzi, i compratori finivano spesso per dimenticare di averlo, se lo ritrovavano tra i piedi i figli quando andavano a fare il sopralluogo delle case.
– Dunque niente maledizione.
– No. Se fosse un oggetto assassino lei non lo avrebbe trovato in una galleria d’arte in centro. E io non glielo venderei.
Touché.

Avevo davanti a me un paesaggio stellare dipinto a olio, di prezioso e incredibile dettaglio. Lo sfondo mi ricordava le immagini del campo profondo di Hubble: contai a occhio un centinaio di galassie di forme e colori diverse. Grossomodo in primo piano avevo davanti a me una galassia di forma incerta, simile alle due Nubi di Magellano, piena di luce in alcune sue pieghe e oscura in altre, in un pastone di colori che non avrei saputo distinguere l’uno dall’altro. Stavo per chiedere al commesso dove esattamente fosse Satana – la vera forma del diavolo è una galassia…? – quando notai al centro del quadro un’ombra a forma di testa umana, con due corna sul capo, leggermente concave e proiettate verso l’alto.
Mi toccai la fronte. Non avevo le corna e quindi non era la mia ombra. Mi voltai. Dietro di me non c’era nessuno. Tornai a guardare il quadro. La testa e le corna (o meglio, la loro ombra) erano sempre lì.

– Non capisco, dissi.
– Nessuno ha mai visto il Principe dell’Inferno in faccia, mi rispose il commesso. – Nessuno potrebbe. Si sa, il suo sguardo è maledetto da quel tempo remoto in cui si è scornato con la sua famiglia, ed è andato per il mondo. Non c’è vivente che potrebbe reggere quegli occhi. L’unico modo di vedere il Maestro in faccia è vedere la sua ombra proiettata su una parete.
Incrociai le braccia sbuffando.
– Lei mi sta dicendo che coso, lì, Satana ha forma umana.
– No. Ce l’ha quando si manifesta a noi, per rispetto delle nostre facoltà mentali che umanizzano tutto. Probabilmente quando è scappato di casa somigliava di più alla galassia che lei vede nel ritratto. Chissà, forse il pittore lo sapeva e ha dipinto una scena stellare per alludere all’origine del Maestro nel seno dell’universo.
Nauseata, me ne andai a casa col quadro (che comunque costava poco) e lo appesi nel corridoio che portava al bagno e alla mia camera da letto. A poco a poco finii per abituarmi alla sua presenza. Se non che un giorno, guardandolo per caso da sdraiata sul mio letto, mi parve di vedere che l’ombra del diavolo non c’era più; c’era solo il paesaggio galattico. Mi alzai, corsi davanti al quadro: l’ombra con le corna era sempre lì. Tornai a letto, guardai di nuovo: niente ombra. Ritornai davanti al quadro: e nuovamente l’ombra era lì.
– Ma che cazzo succede? – dissi non so perché ad alta voce.
– L’ombra non è dipinta sul quadro, – rispose una voce dietro di me. – Sono io che ogni volta la devo proiettare, mettendomi dietro di te.
Mi voltai. Nessuno. Tornai a guardare il quadro.
– Chi ha parlato?
– Io.
La voce sembrava venire da pochi centimetri dietro di me. Ma quando mi voltavo non vedevo nessuno, non sentivo nessuna presenza, nessun odore. Pensai subito a una lesione di qualche porzione del cervello.
– Ma de che. Sono io. Col cervello stai bene, almeno per ora.
– Ma dove sei, che non ti vedo?
– A casa mia, all’Inferno.
– Non capisco. Sei dietro di me che proietti un’ombra e sei anche all’Inferno?
– Esatto. È tutto studiato perché tu non mi guardi mai in faccia.
– Ah, per la storia di…
– Eccerto.
– Aspetta, provo a…
Sempre guardando il quadro allungai le mani dietro di me, provando a vedere se effettivamente c’era qualcosa di fisico. Niente, solo aria.
– Se ci tieni posso darti la mano, come si usa tra voi. Così ci presentiamo.
– Ok.
Mentre la mia mano destra si muoveva nell’aria dietro la mia schiena, fu delicatamente fermata da un’altra mano, calda porosa e dura come pietra vulcanica, e che lasciava sulla mia pelle uno strano pizzicore. Mi parve di sentire anche unghie lunghissime che partivano dalle falangi. Come che fosse, ci stringemmo la mano.
– Gabriella.
– Satana.
– Piacere.
– Oh no. Piacere mio.
– Non capisco esattamente perché tu sia costretto a questo noioso gioco che ogni volta che passo davanti al quadro devi metterti dietro di me e proiettare la tua ombra.
– È un ritratto, – mi spiegò lui. – Bisogna che mi raffiguri. Solo che non si può veramente, ci sono leggi per cui io non posso danneggiare nessun vivente che non me lo abbia chiesto. Con questo stratagemma salviamo capra e cavoli: questo resta un ritratto, perché alla fine la linea della mia testa e le corna le vedi, ma non muori sbottando sangue per avermi visto in faccia.
– Continuo a non capire perché sia partito questo meccanismo.
– Chiedilo a chi ha dipinto questo quadro. Mi ha fregato lui.
– E chi è stato?
– Lunga storia.
Me la raccontò. Mi resi conto ad un certo punto che erano passate tre ore e avevo saltato la cena. Quando ci si metteva, il tizio sapeva raccontare molto bene. Lo ringraziai e andai a farmi una carbonara in cucina.

Cominciò così un periodo della mia vita in cui il povero Satana mi doveva intrattenere ogni volta che avevo la luna storta.
– Non hai idea oggi in studio – urlavo entrando in casa, e mi piazzavo davanti al quadro, dove subito compariva l’ombra con le corna.
E la voce dietro di me, pastosa e discreta:
– Cosa è successo?
– Borgonzoni ha deciso che alla ricostruzione della villa dei Guerini ci lavorano Pacci e Galassi, e non io – io che ho procurato il cliente.
– Brutta storia questa. Mi raccontavi che Guerini si fidava anzitutto di te.
– Eh! Infatti! Rischiamo di perderlo, se mi estromettono.
– Lo hai spiegato a Borgonzoni?
– Avoja, ma quello non capisce un cazzo. Tutto perché sono una donna, cosa credi.
– Dici?
– Ma è ovvio, Satana. Guerini è della vecchia scuola. Le donne non possono fare gli architetti. È come quello che ti dice che gli architetti non servono perché ci sono gli ingegneri edili. Quanta rabbia che mi fa venire.
– Mi dicevi la settimana scorsa che avevi pensato a metterti in proprio.
– Oh, se solo potessi! Ma hai idea oggi, con una partita IVA che fine fai…?
E ancora:
– Ti pare che lo invito a salire da me e dice che non se la sente…?
– Di chi parli, Gabriella?
– Di Giacomo, quel verme.
– Perché verme?
– Perché non si dice di no ad una donna quando ti vuole, cristoddio. Ventimila anni a comportarsi da pompette ambulanti e poi quando mi farebbe comodo la pompetta, ti inventi una scusa…?
– Vi vedete da poche settimane, e lui sta comunque attraversando un momento difficile, tra il divorzio e la perdita di suo padre.
– Appunto. Sali da me che scopiamo e stai meglio. Niente, doveva avere la crisi esistenziale, questo. Avrei dovuto castrarlo con un calcio.
– I maschi non sono macchine, Gabriella. Hanno diritto anche loro a insicurezze e ripensamenti.
Mi mettevo la faccia tra le mani.
– Hai ragione. Che cosa maschilista che ho detto. Merda. Ho interiorizzato proprio.
– Eh, purtroppo è un problema di tanti.
– Mi sento un’idiota.
– Ma no, ma no. Succede. Vatti a fare un bagno caldo che ti rilassi.
– Adesso apro la Nutella.
– No. Ricorda cosa ti ha detto il medico.
A volte era persino aspro. Un pomeriggio esordii con:
– Possibile che nessuno dei miei amici mi voglia veramente bene?
– …ma che stai dicendo.
– Guarda come mi ha risposto Laura al messaggio.
Alzavo il cellulare, tenendo lo schermo rivolto all’indietro, per permettergli di leggere la conversazione su whatsapp.
– Non capisco. Ti ha semplicemente detto che non riesce a venire all’aperitivo.
– A parte che è già la terza volta, non senti con che livore me lo scrive…?
– Nessun livore. Laura è molto sintetica quando scrive.
– Ma è la terza volta.
– Non mi dicevi appena ieri che il nuovo lavoro la stanca moltissimo?
– Macché lavoro. È che mi odia. Anche lei, come tutti. Io non capisco perché tutti mi odino.
Passò un breve silenzio irritato, e poi:
– Gabriella, a me mi odiano tutti da quando è nato l’universo. E nel mio caso, a differenza del tuo, è odio vero – non è una mia fantasia. Se oggi hai voglia di fare la vittima io non ho tempo per ascoltarti.
Mi scusai, tornai razionale, e siccome l’aperitivo era sfumato attaccammo a parlare delle nuove tende del salotto.

Non fraintendetemi: non sono una sanguisuga, sarei stata ben contenta di sentire anche un po’ i fatti suoi, ma mi rendevo conto che non ne parlava volentieri, prima di tutto perché non sapeva come spiegarmeli. Detti così com’erano sarebbero stati al di là della mia comprensione, e così ricorreva ad allusioni, metafore, concetti – che comunque non capivo. Se gli chiedevi di parlarti di qualcos’altro che non fosse lui era invece sempre molto preciso, ma non essendo laureata in astrofisica, tutte le sue descrizioni della fase di re-ionizzazione della materia nell’universo giovane eccetera non le riuscivo a capire granché. Anche perché lui c’era, quindi me le raccontava da un punto di vista che per me era già perso in partenza.
Una volta – solo una volta – riuscii a comprendere qualcosa. Ero a letto dopo un’ora e mezza di nuotata in piscina, quando hai le membra che si sciolgono dolcemente sotto le coperte. Era gennaio, fuori dalla finestra mugghiavano il nevaio e la tenebra. Il quadro era appeso al suo solito posto nel corridoio, in una casa buia dove non c’erano ombre. Ma Satana era venuto lo stesso a trovarmi, sapeva che mi piaceva chiacchierare prima di dormire. Era sdraiato a pochi centimetri da me, alla mia sinistra. Se avesse respirato, avrei sentito il suo fiato sulla mia guancia.
– Com’è stare tutto il tempo sottoterra in mezzo al fuoco?
– Prego?
– L’Inferno. Com’è stare lì?
Sentii un sospiro nel buio alla mia sinistra.
– L’Inferno non è sottoterra, e non è sempre in mezzo al fuoco. È una questione complessa.
– Uh. Me la racconti?
Mentre me la raccontava scivolavo lentamente nel sonno, ma senza mai addormentarmi del tutto. In quello stato di allucinazione vigile, mi parve di vedere e capire tutto quello che mi diceva. Lui, la materia neonata, i suoi compagni cacciati di casa, pellegrini nell’età oscura del cosmo, un oggetto non previsto dove non c’erano destino né provvidenza, separato per sempre dal luogo dove erano nati e cresciuti. E poi l’accensione del Sole infernale, che era poi il corpo di Satana che bruciava idrogeno come una stella vera, e i seicentosessantasei pianeti di tutti i colori sul pantone, e le mille dimensioni e porte e giardini e rami e siepi e collinette e ville, le milioni di forme che poteva prendere un diavolo, e questo grande sistema-Inferno che viaggia per l’universo a velocità superluminale, curvando lo spazio per rendersi invisibile. E musica, musica ininterrotta, di ogni genere, perché il silenzio e il rumore li facevano impazzire. Satana solo nel suo palazzo al centro del sole, immerso nella tenebra senz’aria dove si muove dondolando tra i corridoi. Vedevo tutto, comprendevo tutto. Poi, al suono della sua voce gentile, mi addormentai.

Diventò insomma un fatto della mia vita. Senza volerlo sminuire, ma in fondo gli faccio un complimento, finì per diventare Hobbes, e io Calvin. (Sono una drogata di Bill Watterson.) Con tanta ricchezza a disposizione – perché quante volte nella vita ti capita di parlare con una creatura che è nata al di là del tempo, dello spazio e della materia, che ci sarà per sempre nel suo modo assoluto, e che non ti spoilera la serie su Netflix – avevo spesso la tentazione di fargli domande un po’ più pericolose. Tipo che senso ha l’umanità, perché siamo violenti, qual è la miglior forma di governo, ma quindi hai conosciuto altre specie viventi oltre che noi su questo pianeta, ma insomma in quanti modi si declina la vita nell’universo, ma quando parli della tua famiglia esattamente a cosa ti riferisci, eccetera. Mi scappavano in momenti insospettabili, tipo giocando con i pupazzetti di Topolino e Paperino pompieri mentre facevo il bagno – o alle tre del mattino quando mi alzavo per finire la Nutella di nascosto (da chi, non lo so) – o mentre versavo il riso mezzo cotto nel latte salato per fare la minestra.
– Ehi Satana, ma allora esattamente l’umanità che senso ha? È casuale o risponde ad un progetto?
Passò mezzo minuto, e tornai a sentire la sua voce nell’aria della cucina:
– Perché pensi che io possa rispondere?
– Non sei stato coinvolto, ai tempi?
– Parzialmente.
– È abbastanza. Sicché?
– Tutt’e due. Stai attenta che ti bruci col latte.
– Ma no, è tutto saldamente in mia maAAAAH CRISTO IDDIO.
Mi ero scottata con il manico della pentola, versando un po’ di latte sul fornello.
– Pulisci ora, che poi s’incrosta, commentò lui bonariamente.
– Cosa intendi per ‘tutte e due’?, insistetti io mentre giravo il mestolo nel riso e latte.
Cominciò a rispondere con della filosofia spinta.
– Frena. Non sto capendo.
Sospirò.
– Più semplice di così…? Va bene, ci provo. Potete essere qui per caso, questo sì. Molto probabilmente non eravate previsti. Niente di tutto questo era previsto. Ma ormai ci siete. E non è impossibile che in futuro riusciate a entrare in un disegno cosmico che ora non esiste, ma potrebbe esistere in futuro se le forze in campo, di cui voi siete solo una, fossero in grado di – o intenzionate ad – esplorare nuove dimensioni dell’esistenza.
– Non ho capito.
– Gabrie’: più semplice di così non ci riesco.
– Ma allora ci sono cose che non sai fare, oltre ai coperchi, gli dicevo prendendolo in giro.
– Faccio dei bellissimi coperchi decorati, se mi gira – protestava lui per scherzo. E passavamo a parlare di oreficeria uzbeka.
Con le altre domande pericolose di cui sopra non ottenevo risposte molto diverse da questa. Come i fatti della sua vita, erano al di là della mia comprensione. Finimmo per evitare quel grado di complessità, e passarono gli anni. Le nostre conversazioni si fanno sempre più rare. Forse mi sono abituata, forse lo do per scontato – forse l’unica differenza tra la realtà e la non-realtà è che ti abitui più velocemente alla prima, ma comunque ti abitui punto. Il quadro però resta al suo posto, lo tengo pulito e di tanto in tanto lo faccio restaurare. Non ho alcuna intenzione di disfarmene. Quando sarò sottoterra, saranno i miei eredi a decidere cosa farne.

Un’altra domanda pericolosa, che però non gli ho mai fatto, è se dopo morta lo incontrerò dal vivo. O in generale, se dopo la morte c’è qualcosa, anche una cosa qualunque. Mi sono ripromessa di farlo per anni, ma non lo faccio mai. Forse ho solo paura che qui una risposta ci sia, chiara e ovvia, e non ho voglia di sentirla.

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