Il potere taumaturgico di Mike Bongiorno

di Gianluigi Bodi
Copertina di Sante Cutecchia

Mio nonno pendeva dalle labbra di Mike Bongiorno. Tornava dai campi per pranzo, il tempo di darsi una lavata sotto il getto della fontana in giardino e subito era pronto con le gambe sotto al tavolo. Il suo amore per il presentatore però non era nato, come sarebbe stato prevedibile, quando i programmi erano in bianco e nero e Mike chiedeva ai concorrenti se volessero lasciare o raddoppiare. Il culto è iniziato con Bis.
Il nonno non aveva la minima idea di come funzionassero i rebus e non ne ha mai risolto uno. Gli piaceva solo fare le accoppiate prima dei concorrenti al di là dello schermo per poter poi dire che erano degli idioti. Per il mio compleanno mi regalò il gioco in scatola ispirato alla trasmissione e giocò con me. Fu l’unica volta che rubò del tempo alla terra e a Mike.
Lo chiamava Mike perché lo sentiva amico, era di qualche anno più vecchio di lui e si sentiva quindi in dovere di dargli dei consigli, anche se non erano richiesti, anche se non sarebbero mai stati ascoltati. A volte mia madre gli portava il piatto di spaghetti a tavola e mentre noi mangiavamo lui non staccava gli occhi dalla TV fino a che la pasta non era completamente fredda.
“Come sono gli spaghetti, Nino?” chiedeva mia nonna.
“Buoni buoni” rispondeva lui senza averli nemmeno toccati.

Ma la cosa che più gli piaceva di Mike Bongiorno era il modo in cui parlava degli sponsor. In quei momenti sembrava che fosse proprio lui a cucire a mano le pellicce, che fosse lui a imbottigliare l’acqua o a pescare i pesci del mar artico che poi, con ogni probabilità, era sempre lui a surgelare con infinito amore. Quando parlava rivolto verso di noi sembrava che non ci fosse nulla di irrealizzabile.
Mike era impeccabile, lo capivo anche io. Le sue giacche avevano dei colori che mettevano tranquillità, gli spessi occhiali facevano venir voglia di essere miope e quando parlava di uno sponsor nasceva l’impulso di entrare in un negozio e fare incetta di qualsiasi fosse il prodotto di cui si stava occupando in quel periodo.
Il giovedì sera toccava a Superflash, toccava alle pellicce “Annabella” di Pavia. Pensavo che “Dipavìa” fosse un cognome bizzarro da portare, poi mentre i miei ne parlavano tra loro, scoprii che c’era una città, in Italia, che aveva quel nome. Sullo schermo volteggiavano le modelle accolte dal caldo abbraccio della pelle di animali morti, ma io non ne avevo idea, io credevo che quello che si vedeva in TV fosse tutto buono, costruito in un mondo migliore in cui i sogni potevano essere realtà e la realizzazione di questi sogni non creava problemi a nessuno. Il rat-musquè si appoggiava leggiadro sulle spalle di Anita, il visone bianco lambiva con delicatezza il collo di Katiuscia, il cincillà illuminava il viso di Desirée. Era in quei momenti che gli occhi di mio nonno si accendevano come i fari dei trattori, parevano essersi consegnati a un’estasi febbrile, erano il segnale di una necessità profonda.
“Ti starebbe bene una pelliccia” diceva rivolto a mia nonna.
“Va in mona!” rispondeva lei.
“Una bella stuola di visone?” chiedeva a mia madre.
“Stola” diceva mio padre che non apprezzava certi errori.
“Finiamo di pagare la macchina” sibilava mia madre per riportare la conversazione alla normalità. Lei sapeva che mio nonno sarebbe stato capace di farlo, di salire sulla Simca e di guidare fino a Pavia per fare due chiacchiere con Annabella e comprare una pelliccia per mia madre e io sapevo anche che se lui lo avesse fatto lei non sarebbe mai riuscita a restituirla perché vedevo la stessa luce furiosa nei suoi occhi.

Mia nonna si ammalò verso gennaio, non ricordo di preciso quando, sicuramente mi ci è voluto un po’ di tempo prima di rendermene conto. Aveva iniziato a farsi accompagnare da mio padre in ospedale, mi diceva che si doveva fare degli esami del sangue per controllare che tutto fosse nella norma.
“Son robe da vecchi,” diceva, “è come far la revisione per la macchina.”
Le prime visite passarono inosservate, poi vennero i ricoveri di un paio di giorni e poi quelli più lunghi a allora mia madre non poté più ignorare le mie domande sempre più insistenti.
“La nonna non sta bene, forse la devono operare.”
Piansi all’idea che mia nonna dovesse attraversare una dolorosa operazione, ma in quel momento non sapevo che non c’era una vera e propria alternativa.

Mike se ne stava bello pimpante, dall’altra parte dello schermo, scherzava con i concorrenti, li prendeva in giro, soprattutto prendeva in giro quelli che chiamavano per il gioco a premi dello sponsor, di solito erano vecchietti non del tutto lucidi. A me facevano tenerezza, pensavo che sarebbe potuto capitare anche ai miei nonni di prendere la linea, d’altra parte ci provavano senza successo da mesi.

Mike se ne uscì con una nuova linea di minestre e risotti in bustina, una cosa che non avevo mai visto prima e che mi sembrò da subito fantastica. Li produceva la Knorr e mia madre storse il naso, non le sembrava possibile che un risotto che era stato preparato e poi imbustato potesse venir fuori buono come quello che faceva lei.
Quello fu il momento in cui le buste fecero irruzione nella nostra famiglia. Mike iniziò a decantarne le lodi, disse che se uno non si sentiva tanto bene e magari non aveva voglia di cucinare, in cinque minuti sarebbe riuscito a preparare un risotto, una minestra, un minestrone da leccarsi le labbra. Lui stesso se li preparava ogni giorno dopo aver finito la trasmissione. La storia mi sembrava plausibile anche se ignoravo alcuni particolari, il primo dei quali era che la trasmissione era registrata, ciò che vedevo non stava succedendo in quel momento, forse non era successo nemmeno nello stesso mese. In ogni caso anche a mio nonno sembrò che le parole di Mike avessero senso, glielo leggevo negli occhi. Il pomeriggio stesso prese la macchina e sparì per un’ora, tornò a casa con uno scatolone pieno di buste Knorr e chiese a mia madre di farne qualcuna a pranzo del giorno dopo.

Mia nonna era stata operata, aveva un pessimo colorito, la pelle era di un bianco spento, sembrava che ci fosse una patina a coprirla, anche gli occhi viravano al giallo e lo sguardo era perso nel vuoto. Era dimagrita, non rideva più, non ne aveva voglia. Si alzava dal tavolo, quando aveva avuto abbastanza forza per alzarsi dal letto e tornava subito sotto le lenzuola, mi faceva andare ad accendere la coperta elettrica riscaldante, mi chiedeva di portarle il Gazzettino, ma lo teneva sul comodino, non lo apriva più.
Ogni giorno, a pranzo, mia madre preparava uno dei piatti pronti della Knorr. Al nonno sembrava di aver reso felice Mike e di aver fatto una cosa giusta.

Mi portò in cantina, un pomeriggio che si era già allungato verso la sera, in uno di quei periodi in cui il vino che produceva era ancora bevibile. Mi versò un dito di bianco, poi ci aggiunse l’acqua, mi chiese di non dire nulla alla mamma e me lo fece assaggiare. Non mi piacque, ma a quel tipo di sapori arrivai molto tardi. Mi fece sedere sopra una delle assi che accoglieva le damigiane, chiuse la porta che aveva costruito lui con delle vecchie tavole porose che il tempo aveva reso grigie e fragili. Il pavimento era di terra battuta e l’umidità che aleggiava in cantina aveva fatto crescere il muschio a chiazze su tutta la superficie. Forse oggi il vino del nonno non passerebbe i controlli sanitari.
“Vedrai che la nonna starà meglio” mi disse appoggiando la sua mano callosa sopra la mia testa.
“Io lo vedo che sei preoccupato per lei, e va bene, perché significa che le vuoi bene.”
Io annuii, cercavo di ricacciare dentro le lacrime perché nella mia famiglia piangere non era mai un’opzione.
“Vedrai che le minestre di Mike Bongiorno la faranno stare meglio.”
In quel momento non avevo alcun dubbio che lui avesse ragione, che la parola di Mike avrebbe salvato mia nonna.
“Si tratta solo di trovare il piatto giusto per lei, è una questione di fede. Sai cos’è la fede?” Gli dissi di sì, me l’avevano spiegato a catechismo.
“Bene, aspettiamo la minestra giusta.”
Ma non fu una minestra, fu un risotto a compiere il miracolo.
Un giorno mia madre si presentò a tavola con alcuni piatti di un risotto giallastro, dal profumo intenso e pungente. Ci disse che era risotto alla Milanese e che quel colore così intenso glielo dava una spezia molto particolare. Mi portò la busta vuota, oltre al classico piatto di riso che serviva a raffigurare un’ipotetica, molto ipotetica, riuscita del piatto, c’era raffigurato un mazzetto di questa spezia rossa come il sangue. Così conobbi lo zafferano.
Mangiai tutto il risotto nonostante mi facesse schifo, vidi che anche i miei genitori non erano del tutto convinti del gusto, ma mio nonno affrontò il suo piatto a grosse cucchiaiate, come il suo solito. Ciò che esulava dalla normalità era il comportamento di mia nonna, finì in fretta il suo piatto, chiese e ottenne mezzo bicchiere di vino e poi, invece che distendersi subito a letto si sedette in poltrona a leggere il giornale.
Nei giorni successivi fu lei a chiedere che mia madre le rifacesse lo stesso risotto alla Milanese. Il nonno organizzò un’altra spedizione al supermercato. Tornò con uno scatolone pieno di bustine di risotto alla Milanese, scese dalla macchina, strizzò l’occhio verso di me come a voler dire: hai visto, abbiamo trovato la strada giusta, bastava avere fede in Mike.

Quando Mike passò a decantare le lodi di un’acqua minerale a casa nostra non successe nulla di particolare. Stavamo scavallando la primavera e le prime avvisaglie estive si stavano già mostrando ai nostri occhi.

La nonna stava meglio, aveva smesso di mangiare risotto perché, le aveva detto il medico di base, l’insistente stitichezza poteva essere dovuta all’eccessivo consumo di amido. Passò quindi alle mele cotte, ma ormai il peggio era passato, gli ultimi esami avevano dato esiti positivi, qualsiasi cosa avesse avuto dentro di lei era sta scacciata da Mike e dallo zafferano.
Mio nonno continuò a portarmi in cantina, aumentò a poco a poco la dose di vino bianco per diminuire quella d’acqua fino a che un giorno mia madre si insospettì nel vedermi particolarmente loquace e gioviale e capì che le passeggiate che facevano avevano una meta e un fine ben preciso. Gli proibì di portami ancora in cantina e lui obbedì controvoglia.

Mike smise di presentare programmi e di parlare con il cuore di qualsiasi prodotto pagasse le sue trasmissioni perché morì un giorno di settembre. Dopo poco, uno dopo l’altro, anche mia nonna e, per ultimo, mio nonno se ne andarono. Era come se sentissero la necessità di seguire il loro profeta.

Qualche giorno dopo il funerale mio padre mi chiese di dare un’occhiata in cantina, di buttare tutto quello che c’era da buttare e tenere il minimo indispensabile. Erano passati anni dall’ultima volta che ci avevo messo piede e dovetti chinarmi per entrare attraverso la porta. Le assi di legno erano sempre le stesse, ma ora sembravano che fossero attaccate ai cardini quasi per caso e che uno starnuto avrebbe potuto sgretolarle. Aprii la finestra per fare entrare un po’ di luce, l’aria era densa e ammuffita, sugli angoli e tra le damigiane ormai vuote c’erano interminabili ragnatele e tra i mattoni si vedevano chiaramente le tane dei ragni. Iniziai a buttar fuori le damigiane che oramai non servivano più a nessuno, su una mensola trovai alcuni pacchi di zucchero che mio nonno buttava nel vino per alzare il grado. Appoggiate al muro c’erano due grandi ruote di un vecchio carro, le feci rotolare fuori e poi, quando rientrai, vidi una macchia di colore adagiata su una delle mensole che dovevo ancora svuotare. Mi avvicinai, era una vecchia busta di riso alla milanese della Knorr. La rigirai tra le mani, come fosse un santino. Era scaduta quasi cinque anni prima, ma non aveva importanza, la fede non ha scadenza.

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