La falce della luna

di Savina Tamborini
Copertina di Sante Cutecchia

Corro giù dalle scale, spingo con forza il portone che sbatte contro il muro, allaccio la giacca. Che freddo in questa cazzo di Svezia!
Halima ricaccia sotto il velo un ciuffo ribelle di capelli. Prende per mano la sorellina e l’aiuta con la cartella.
Il vento trascina nuvole bianche verso quelle grigie all’orizzonte. Il cielo le raggruppa minacciose. Che piova pure, chissenefrega, tanto è vacanza!
Santa, santa, santissima vacanza! L’Islam si genuflette e tocca il suolo con la fronte, il Cristianesimo si inginocchia. La vacanza è il mio dio e bacerei il cemento e queste linee bianche scrostate. Fanculo scuola! Sono libera.
Prendo il telefono. “Ciao, amore mio, è finita! Sto tornando”. Aggiungo gli emoji più radiosi. Ana non risponde. Starà ancora dormendo.

Il passo è accelerato, saltello, ondeggio, vorrei fare piroette sulle punte. La metro emette un fischio, mi precipito e sguiscio tra le porte che si stanno chiudendo. Gli occhiali si appannano, sbottono la giacca e cerco un posto distanziato da altri fiati, batteri, virus.
Una signora avanza con la testa avvolta in un foulard a fiori, allunga la mano e scuote il bicchiere di carta di Mcdonald’s. Qualche monetina risuona. Lascia un biglietto sul sedile, leggo delle sue tre figlie malate, del marito morto, chiede un lavoro che io non posso darle, mi oltrepassa. Frugo nella borsa. Accidenti, ho solo la carta di credito. Lei torna, mi guarda, attende, scuoto il capo, le sorrido, prende il foglietto seria e se ne va.
Salgo le scale mobili, gradino dopo gradino, la rampa è lunga, le gambe si piegano come molle, il fiato resiste e gli occhi sorridono. È vacanza! Il mio amore è a casa che mi aspetta. Cosa voglio di più dalla vita?
Esco nel grigiume, il cielo è sparito e la pioggerellina è vaporosa, alzo il cappuccio, mi metto in fila e prendo il bus blu.
Mi aggiusto la mascherina, la gente è tanta, resto in piedi vicino alle porte. Una barca a vela passa sotto il ponte, il lago si increspa. Mi piacerebbe salpare. Peccato che soffra il mal di mare.
Qualcosa mi tocca il tallone, è un vecchio col rollator, mi scanso e lo lascio passare. Rimane in bilico tra il bus e il marciapiede, spinge, borbotta. Lo aiuto a scendere.

Arrivo a casa e lei è sul letto. Ha la piastra in mano e abboccola i suoi capelli di seta corvina che profumano di Hammam Tesori d’oriente. La bacio, l’abbraccio.
Quanto mi sei mancata oggi, piccola mia. La tengo, lei arrotola, la stringo e la dondolo. Caccia un urlo, si mette il pollice in bocca. «Ma che fai, mollami!». Mi guarda corrucciata, vuole che la lasci stare, vuole l’Aloe sulla bruciatura.
Le spalmo la pomata. «Non è colpa mia». Ti amo e non volevo farti male.

Mi stendo sul divano, il gancio sul soffitto aspetta il lampadario. Sono mesi che lo devo comprare. I tacchi picchiettano sul parquet, Ana mette una mano sul fianco e inclina la testa. È affusolata, boccolosa, il make-up perfetto. La nebulosa del profumo Good girl mi avvolge e inebria. Si siede sulla mia pancia, le accarezzo le gambe magre, i tacchi come spilli si infilzano nella stoffa. Fa il broncio, mi mostra il dito con le pieghette, glielo bacio, le bacio la mano, l’avvicino, le bacio le labbra, gli occhi no perché dice che porta male. «Sei così bella».
I suoi baci sanno di ciliegia, le nostre mani si intrecciano, il rossetto scarlatto si sbava, le sfioro le labbra, le sorrido. Sono la donna più fortunata al mondo!
La mia mano penetra sotto la gonna, la sua dentro la cerniera slacciata. Facciamo l’amore vestite, veniamo insieme e ci abbracciamo.
Le accarezzo i capelli, seguo le sue onde. Lei si acciambella tra le mie braccia. «Ti amo». Mi tocca il viso. «Voglio stare sempre con te. Non voglio tornare a Lisbona».
I suoi occhi si chiudono e una lacrima cade. Non piangere amore mio, avremo le nostre stagioni. La stringo forte, le tengo la testa, lei mi guarda e il tempo si ferma.

Il mio telefono segnala a raffica nuovi messaggi. Ana si scosta e va in bagno. «Guarda cosa hai combinato. Ora devo rifare il trucco».
Le ragazze del gruppo Facebook sono al locale. Hanno in mano cocktails e sorridono. Metto like alla rinfusa. «Ci stanno aspettando, Ana, sbrigati».
Quanto ci vuole per farsi ancora più bella di quello che è? Allo specchio si ripassa il rimmel, le ciglia lunghe battono come ali. «Lo sai che più mi metti fretta, più vado piano».
Faccio pipì, mi lavo le mani con lei davanti a me, la sua schiena contro il mio petto, le bacio la nuca. «Allora scrivo che siamo in ritardo».
Mi asciugo e mi riattacco al telefono. Odio arrivare in ritardo. Ma oggi è il nostro giorno, la prima volta che usciamo insieme a Stoccolma, come una coppia, come un grande amore. E allora chissenefrega.

Arriviamo al Whippet Lab. Entriamo e tutte le girls si girano verso Ana. Chi saluto per prima? Vado dritta al banco, schiaccio il flacone dell’alcol e mi disinfetto. Ci sono Pernilla e Maria, le altre sono al tavolo. Hanno gli occhi puntati. Ana è al mio fianco, in silenzio, le metto il braccio dietro la schiena. «This is Ana».
Aspettano. Inspiro. «My girlfriend». La voce esce come un tatuaggio sul cuore, un cuore tatuato con Ana dentro. Tiro fuori il petto, allargo le spalle.
Ordino un Margarita per la mia girlfriend e una birra Ale al mango per me. Ana esce fuori a fumare con Mich. Rientrano, ridono, si siedono vicine. Non volevi uscire per paura del Covid e ora? Altra Ale, altro Margarita.
L’alcol scioglie la lingua e i toni si alzano. Ana è sul pizzo della sedia, tutta protesa che parla con Maria e Pernilla. Loro mi guardano, si guardano, Maria dà una gomitatina a Pernilla che scoppia a ridere. «Come vi siete conosciute?».
Apro la bocca, voglio raccontare del nostro incontro a Lisbona, del colpo di fulmine diventato interminabili videocall di amore e passione. Ana mi anticipa e io bevo. Alza la voce. «Capite, la mia». Fa il segno delle virgolette. «Girlfriend, cosa ha fatto? Mi ha tradita».
Una vampata di caldo si allarga nella pancia. Sarà la menopausa che inizia proprio ora? Il colletto mi stringe, slaccio il bottone, tiro fuori la camicia dai pantaloni. Le girls mi guardano. Scuoto il capo. Sorrido e nascondo la faccia dietro al boccale.
Mi alzo, ordino un’altra pinta e un altro Margarita. Lei parla con tutte, tocca braccia, spalle, ruota il busto a destra e a sinistra. Appoggio il cocktail sul tavolo. Fa un sorso e lascia l’impronta del rossetto sul bicchiere.
Devo andare in bagno, mi alzo; un piede dopo l’altro in linea retta. Vai dritto. Apro la porta, Ana mi è dietro ed entra con me. Chiude. Mi slaccia i pantaloni. Si accovaccia e mi lecca. Appoggio le mani alle mattonelle del muro. I secondi trascorrono come freccette sul bersaglio. Finisce, mi bacia in bocca. «Ti amo». Apre e torna dalle girls.
Chiudo, faccio pipì, mi guardo allo specchio. Non ci credo. Cosa cazzo sta succedendo? Mi sento un elastico nel cervello. Ho caldo. Mi asciugo sotto le ascelle. Un po’ d’acqua in faccia e passa. Andrà tutto bene mi dice lo specchio e io gli credo.

Torno, la musica è più alta, Ana si dimena sulla sedia. Ride. «Ah sì, volete vedere?». Si toglie un copricapezzolo rosa a ventosa e lo lancia addosso a Mich.
Sbatto gli occhi. No, non ci credo. Mi metto una mano sulla bocca. Qualche girls se ne va. Ana vuole ballare, io vorrei sprofondare. «Ok, andiamo al Trädgården».
A braccetto ci sosteniamo e camminiamo. Piove. Ana alza il bavero del cappottino beige, cammina come una modella e il fango, che inghiotte i tacchi, non la frena.
Ci fermiamo sotto il ponte del club. La fila è lunga. Ci sono ragazze e ragazzi giovani come lei e ci sono io. Ma sì, chissenefrega! È vacanza! Balliamo!
Arriva la guardia. “Per le nuove regole Covid, è vietato ballare. Andate a sedervi, ordinate da bere con l’app e aspettate di essere servitə”.
Ana parla con tre ragazzi. Alzo gli occhi al cielo. Voglio andare a casa, al caldo, a ballare con la mia girlfriend. Ana scherza, ride, abbassa la testa indietro, i lunghi capelli neri toccano la gonna sul sedere. La guardia fa passare i ragazzi. Lei mi trascina «Dai, stiamo con loro, così abbiamo il tavolo».
Siamo in una pandemia, piove e fa freddo. La gente è poca. Mi unisco a loro. «Guarda i tavoli, sono vuoti».
Lei si gira, li segue e io dietro. E chi la ferma stasera? 
Ci sediamo, arrivano le birre, facciamo un brindisi e beviamo. Quello più grosso mi mostra le foto della sua bimba di qualche mese che è a casa con la mamma. Prendo il telefono. «Anche io ne ho due».
Ana parla con il ragazzo con la barba. Si alzano e vanno a fumare. Quando finirà questa tortura? L’altro sorride e sta zitto.  
Tornano. Parlano come se si conoscessero da una vita. Ana gli dà delle gomitatine, ridacchia. Il neo papà ha esaurito le parole e fissa il telefonino. Finisco la birra e aspetto che Ana beva la sua. Ne manca poco poco, ma lei parla e parla.
Appoggia il bicchiere, è finita, mi alzo. «Bene, noi ora andiamo».
Ana allarga le braccia, saluta il suo grande nuovo amico, si scambiano i contatti social e si abbracciano. Il terrore che aveva del Covid è magicamente sparito. Lui mi si avvicina. «Ti ama così tanto!».
E meno male! Torniamo sulla strada asfaltata e ci mettiamo al riparo sotto la tettoia della fermata del bus. Ana batte le decolleté leopardate, si strofina le mani sulle braccia. «Sto morendo di freddo. Voglio un taxi!».
Le do la mia giacca. Lei prende il telefono, sbuffa. «Oh no, la batteria». Me lo mette sotto il naso. L’app di Uber scompare. Lo schermo è nero. «Se non chiami il taxi, mi ammalerò e sarà tutta colpa tua».
Il display indica che fra quattro minuti il bus è qui. Starnutisco. «Ana, sta arrivando, puoi benissimo resistere».
Mi stringo nelle braccia come un abbraccio. Non le è bastato che pagassi più di mille corone per questa seratina. E che seratina! Anche il taxi vuole?

Ci sediamo sui sedili in fondo. Ana si mette la mascherina. Tutta la sera a toccare tuttə e adesso la mascherina? Il bus è vuoto. Il tragitto è breve. Scendiamo, piove forte, la prendo per mano e ci avviamo di corsa verso l’altra fermata. Dieci minuti e arriverà. Ana ha le scarpine zuppe, si siede, trema. «Chiama un taxi, per favore, ho il telefono scarico altrimenti avrei pagato io l’Uber».
Mi soffio il naso. «Ma se hai detto che non hai soldi; ti ho pagato pure il volo! E poi il cazzo di bus sta arrivando». Porco dio!
Si alza. «Io non voglio più aspettare. Sono stanca e non sono abituata a questo freddo, sono brasiliana io!».
Neanche io mi sono abituata a questo cazzo di freddo e sono romana. Hai pure la mia giacca!
Inizia a stuzzicarmi la pancia. «Dai, chiamalo».
Colpetti di ditine appuntite contro i fianchi. Schivo i colpi. «Smettila!».
Inizia con i coppini che sa che li odio. Le tiro un pugno di riflesso che colpisce la sua fica. Vorrei dirle “scusa, non volevo”, ma mi giro, apro l’ombrello e me ne vado a passo svelto puntando casa. Lei mi segue, frigna. Ah, adesso piange pure! Che serata di merda, avremmo dovuto divertirci come matte, volevamo passare la nostra prima date svedese alla grande. Ma come si fa con questa ragazzina? Chi me l’ha fatto fare di mettermi con una di vent’anni meno di me. Sono un’imbecille.
Mi giro. Ana non c’è più. Raggiungo la fermata successiva. Arriva il bus. Ana è sicuramente su. Salgo, lo percorro fino alla fine. Dove cazzo è finita? Al capolinea aspetto per ultima a scendere. Un ragazzo, una ragazza, un signore, una signora. Eccola. Come ho fatto a non vederla? Apro l’ombrello. «Ana, dai, vieni sotto!».
Scoppia in un pianto isterico. Si accascia sul marciapiede. «Non mi toccare!». Mi allontana. Si contorce. Fa un rantolo ripetuto. «Non respiro». Si rannicchia in posizione fetale, l’acqua scroscia su di noi come una cascata.
L’ombrello vola via. La tiro su. «Ana, mi senti? Ana!».
È rigida come un cristallo, la raccolgo come se fosse un pachiderma e col suo peso triplicato sulle spalle, saliamo le scale.    
La distendo sul divano, il divano del nostro amore consumato. Ha gli occhi chiusi, dorme. Ne approfitto e vado a fare qualche tiro di veleno sul balcone. Ha smesso di piovere. Alzo gli occhi al cielo. La luna spunta con la sua falce e poi scompare tra i fumi delle nuvole. Rientro. Il divano è vuoto. La sala è vuota. C’è silenzio. Il cassetto in cucina si richiude. Faccio uno scatto, passo il corridoio. Ana ha la punta della lama del coltello che preme sul collo. Mi vede. Mi appoggio al frigo. «Ana, per favore». Lei scosta il coltello e appoggia la lama sul braccio. La carne si apre e il sangue esce. Le strappo il coltello, le afferro le mani. «Ana, amore, amore mio».

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