Iris

di Micol Cerato
Copertina di Veronica la Greca – Autoritratto senza titolo

Quando succede, Jacopo ha le mani affondate nella terra e la testa a mille chilometri di distanza; in cielo c’è un vento alto che sembra sul punto di spaccare il mondo come un guscio di ghiaccio, di vetro, trasparente e sottile e fragilissimo. Il cellulare in tasca pesa, minaccioso com’è da un mese almeno. Questa mattina si è svegliato aspettando che suonasse e il fatto che finora sia rimasto silenzioso – a parte i WhatsApp di Davide nelle pause dal lavoro, a parte i messaggi di sua madre e le notifiche e le e-mail che sta evitando di guardare, a parte tutto quello che non è la telefonata che attende – non conta nulla. Qualcosa sta per cambiare, lo sa, lo sente. Non sa solo quando. Come.

«Jacopo» dice Silvia alle sue spalle, vicino ai gigli e narcisi già alti nell’aiuola. Lui solleva la testa senza guardarla, con il pollice preme nella terra il bulbo di uno degli iris che le ha preso ieri quasi per scherzo mentre faceva la spesa. «Jacopo, credo ci sia qualcosa che non va».

Si volta e Silvia ha le mani sul ventre, una sotto l’altra, le dita allargate per sostegno o protezione. Sotto il cotone chiaro del vestito la sua pancia è una sfera a cui lui ancora non ha fatto l’abitudine, una metamorfosi che credeva di aver assimilato da lontano, nelle foto che lei e Davide gli mandavano di continuo, e che invece gli è esplosa in faccia appena sceso all’aeroporto, spudorata, innegabile, gonfia e tesa come il bocciolo di un fiore. Sul momento gli era parso di non sapere più abbracciarla. Aveva scacciato il dubbio con un bacio più schioccante del solito, nascosto dietro gli occhiali scuri inforcati per dissimulare tutto il resto, e mentre sentiva la curva nuova del suo corpo premuta contro il fianco aveva pensato al corpo di Manuel che non aveva visto, le concavità che gli aveva scolpito addosso nell’immaginazione, spietato, ed era stato come se avesse eroso lui per inspessire lei, come se la vita stillasse da una sponda all’altra degli affetti. Poi Silvia si era tirata indietro e Davide aveva preso il suo posto, identico all’ultima volta che Jacopo l’aveva visto, non troppo diverso dalla prima, nemmeno, e se possibile era stato peggio ancora. Si era ritratto in fretta.

«Cosa significa che qualcosa non va?» domanda.

Sta guardando il rivolo di sangue colarle lungo l’interno della coscia, però, e c’è una parte di lui ancora inginocchiata a terra con un bulbo in una mano e la paletta nell’altra, una parte che sente la pressione del vento e il guscio incrinarsi e pensa Non era questa la crepa, non doveva andare così. Il resto di lui è già schizzato in piedi e vorrebbe sorreggerla ma non si azzarda a provarci – i bulbi sono velenosi, ha terra sotto le unghie, dovrebbe prima lavarsi.

«Cazzo» dice Silvia. «Jacopo, cazzo, credo sia ora».

«Non è ora» ribatte lui, assurdamente, «manca quasi un mese, non avete ancora neanche dato la tinta alla cameretta.»

La cameretta non è ancora cameretta per nulla, c’è il suo borsone ai piedi del letto, la culla ancora impacchettata nell’angolo. C’è ancora lui, provvisorio.

«Puoi farmi il favore di non andare nel panico?» Silvia ha la schiena poggiata al muro, gli occhi chiusi, il viso segnato da cosa sta accadendo. «Ho bisogno che mi porti in ospedale».

«In ospedale» ripete Jacopo, preso in quel gorgo assurdo, e poi il tempo riprende slancio di colpo, l’urgenza sale in gola con un fiotto di nausea, un tremito gli scuote le mani, le dita ancora strette intorno alla paletta. Lui si costringe a rilasciare la presa, sente il tonfo del metallo per terra, la mente che si svuota. «Certo».

Pochi secondi dopo, nel lavandino della cucina, si sfrega via la terra dalle mani con tanta forza da sbucciare la pelle ed è grato che non ci siano specchi in cui guardarsi quando alza la testa, ma soltanto i piatti messi ad asciugare sulla rastrelliera, la finestra che incornicia Silvia ancora in cortile, appoggiata al muro con le gambe larghe per l’equilibrio, le mani premute sul ventre, salde nonostante tutto.

«Vuoi che chiami Davide?» le chiede con lo sguardo fisso sulla strada, e lei scuote la testa al suo fianco – la vede con la coda dell’occhio – si morde il labbro come se ogni fitta di dolore fosse una sorpresa invece della conferma di qualcosa che è già in atto.

«Si preoccuperebbe e basta» risponde, «voglio prima sapere cosa sta davvero succedendo».

Jacopo preme sull’acceleratore senza dire nulla perché è un’eco distorta ma troppo vicina, Manuel asserragliato in casa, lui espulso dalla sua vita. Non voglio la tua pietà, aveva detto al telefono, e anche il tono era più stanco dell’ultima volta che si erano parlati, quanto era passato, tre mesi, di più? Si sentivano già così poco. Non sarebbe pietà, aveva detto Jacopo, e per quasi un minuto – l’aveva contato – non aveva sentito altro che il suo respiro, si era sigillato in quel silenzio. Non voglio lo stesso, aveva detto Manuel, alla fine, Non più, non adesso.

E quando, allora? aveva ribattuto Jacopo. Quando starai meglio?

Abbiamo avuto dei begli anni. Il tono di Manuel era roco, tenero. Non bastano?

Vaffanculo, aveva detto Jacopo, prima di chiudere la chiamata e prenotare un treno per Madrid per l’indomani stesso. Arrivato a casa sua non era riuscito a vederlo, però, nonostante si fosse attaccato al campanello: gli aveva aperto la figlia, che era più giovane di lui ma quel giorno sembrava dieci anni più vecchia. Le parole di Manuel, sciacquate nella sua bocca, bruciavano come acido. Alla fine aveva detto, senza guardarlo: Può darsi che abbia ragione, sai. Forse è meglio così, per te.

In ospedale, Silvia gli stringe la mano e quando chiedono se è lui il padre Jacopo è tentato di dire di sì solo per non lasciarla andare. «Un parente?» domanda l’infermiera in tono quasi supplichevole, e lui ha il flash improvviso di una conversazione lontana con Manuel, a letto, lui poco più che ventenne, ancora tutto da fare, l’altro schiacciato dal doppio degli anni e delle esperienze. La sua mano sullo sterno, pesante, la piega delle sue labbra mentre raccontava di amici malati, amanti consumati in solitudine. L’inflessibilità della legge. Parlavano dell’AIDS, allora, di un mondo che respingeva e ti si rivoltava contro, che poteva impedirti di stare accanto a chi amavi nel momento in cui più avresti avuto bisogno di farlo, così, per miopia o crudeltà o capriccio. Jacopo si era sforzato di immaginarlo come si immagina una cosa lontana, che ti ferisce di riflesso. Non aveva neanche pensato al cancro, a quel tempo. Non l’aveva neanche sfiorato il pensiero che a tenerlo lontano, se mai fosse venuto il momento – e non immaginava neanche quello, ovvio –, sarebbe stata una decisione precisa, autonoma, invece di un incidente o una discriminazione esterna.

«Chiama Davide» gli dice Silvia con un’ultima strizzata di mano prima di lasciare la presa. È pallida, forse dal dolore, forse dall’ansia o tutte e due le cose insieme. «E digli di stare tranquillo».

Lui stringe i denti, annuisce, si chiede se gli abbia appena chiesto o appena fatto un favore. La guarda sparire dietro le porte, seduta in sedia a rotelle, e ha un attimo di vertigine al pensiero che non è sola sul serio, c’è sua figlia con lei: la figlia di Davide. È come se diventasse vero solo adesso, dopo mesi che se lo ripete in continuazione.

Non prenderla male scrive su WhatsApp, le spalle premute alla parete del corridoio che ha appena inghiottito Silvia. Ma potresti essere sul punto di diventare papà. Poi oscura lo schermo e si lascia crollare su una sedia di plastica, piega la schiena in avanti, punta i gomiti sulle ginocchia. Il cellulare dondola tra le sue gambe, lui guarda il reticolo delle piastrelle sul pavimento finché lo sguardo non si sfoca e solo a quel punto chiude gli occhi.

Resta immobile così finché non sente il telefono vibrare, dopo chissà quanti minuti, e per una volta non sta proprio pensando a Manuel quando controlla i messaggi: Madrid è lontana anni luce, la sua vita coincide in tutto e per tutto con il presente.

E poi il presente si rompe.

In quella frattura, fissa l’anteprima del messaggio fino a farsi bruciare gli occhi e impiega una quantità di tempo allarmante prima di accorgersi che la ragione per cui il suo cervello arranca è che sta leggendo il cognome di Manuel preceduto dal nome di una donna, che è sua figlia a scrivergli, non lui, cosa praticamente mai successa, che se sta succedendo adesso, in quel giorno di vento, con quella crepa nell’aria, può esserci un solo motivo, e non ha bisogno di leggere il messaggio per saperlo, non davvero, dovrebbe leggerlo lo stesso, per essere sicuro, ma non trova il modo, l’aggancio, il cervello delinea il concetto ma non trasmette l’ordine, non elabora neppure il pensiero fino in fondo. Stretto nella sua mano, il cellulare diventa nero. Lui sbatte le palpebre, e quando torna a vedere lo schermo è di nuovo illuminato, Davide lo sta chiamando.

Una parte di lui è ancora ferma, sospesa.

L’altra fa scorrere il pollice sul vetro per accettare la chiamata, si alza in piedi, accosta il cellulare all’orecchio. «Ehi» dice, e la sua voce è più leggera di quanto avrebbe pensato quando Silvia gli ha dato il permesso di contattarlo, abbastanza leggera da calmare il panico di Davide, da infondere fiducia nella surrealtà del momento. «Sei già in macchina, vero?».

Dopo, si fa scivolare il telefono in tasca e scende in strada ad aspettarlo.

Mentre esce, ha la sensazione che la sua ombra sia rimasta indietro, che voltandosi la vedrebbe ancora lì, silenziosa, scura come un ritaglio nel muro.

Fino a quando ti avremo qui? aveva chiesto Silvia la sera in cui era tornato in Italia. Era inizio maggio, potevi quasi vedere la luce che si allungava giorno dopo giorno. Si sentivano gli uccelli cantare, il cielo a ovest era pieno di nuvole gonfie. Lui le aveva guardate con il disorientamento leggero che gli causava sempre la geografia – il pensiero di Manuel lontano, oltre il tramonto, il pensiero dell’orologio sfasato che ogni volta in Spagna gli dava l’idea di guadagnare del tempo – e aveva sentito le sue dita scivolare tra i capelli, dall’alto.

Aveva rovesciato la testa all’indietro.

Silvia sedeva alle sue spalle, composta – più matrona che ragazzina -, aveva le braccia scoperte nonostante l’aria fresca. All’altro capo del tavolo, Davide beveva la prima birra che si fosse concesso da quando lei era rimasta incinta – diceva – e li sbirciava con la coda dell’occhio.

Fino a quando mi vorrete? aveva chiesto Jacopo, e voleva essere una battuta ma aveva Manuel ancora incastrato nella gola, il bisogno di parlarne e di tacerlo, la voce gli si era incrinata a tradimento. Le dita di Silvia erano scivolate a toccargli l’orecchio.

Non aveva messo in conto di dire la verità né all’una né all’altro – Davide soprattutto non apprezzava mai troppo quando parlava di Madrid e della vita che portava avanti in Spagna fin da ragazzo – ma si era trovato a raccontare tutto lo stesso, seduto in terra accanto al tavolo dove avevano cenato, mentre l’azzurro del cielo diventava così intenso da essere quasi doloroso e poi sfumava nel buio. Quando erano rientrati per la notte, Silvia l’aveva salutato con un bacio sulla guancia e Davide l’aveva seguito nella stanza provvisoria in cui dormiva, senza dire una parola, l’aveva guardato negli occhi – erano rossi anche i suoi – e se l’era stretto al petto fortissimo. Mi dispiace, gli aveva mormorato tra i capelli.

È la vita, aveva risposto Jacopo allora, ed è quello che continua a ripetersi adesso mentre aspetta, e cerca di trovare nel vuoto che gli dilaga nel petto un posto per l’ansia e uno per la paura, un posto per la gioia e il sollievo e il dolore e qualunque cosa non sia quella solitudine incomprensibile, quel suo essere forzatamente estromesso dalla vita che nasce e da quella che muore.

Davanti a lui, il fiume scorre tranquillo. Se alzasse la testa potrebbe quasi vedere le finestre del piano dove Silvia sta partorendo, sulla nuca sente ancora la pressione fantasma della stretta con cui Davide l’ha salutato prima di correre a raggiungerla. Ha il cellulare in mano, ma ancora non si è deciso a leggere la conferma che Manuel è morto.

Mentre fissa lo schermo nero, lo vede illuminarsi per un altro messaggio. El funeral será, legge nell’anteprima, e preme il tasto per oscurarlo di nuovo prima di rendersene conto.

L’aria intorno è immobile. Il vento è cessato del tutto.

C’è silenzio.

Jacopo preme i palmi per terra, mentre aspetta che il tempo passi e Silvia esca dalla sala parto, che Davide lo chiami ridendo e dica, Iris è nata, sta bene, vieni su a vederla, che il cognome di Manuel sia scalzato via dalla cronologia dei messaggi. L’erba gli solletica i palmi, tiepida. Lui ne strappa una manciata, la lascia cadere lentamente verso terra. Poi si stende supino, incrocia le braccia sotto la testa. Quando chiude gli occhi la luce stilla in macchie di colore sulle palpebre e lui si concede di sopportarla e basta, senza guardare, senza pensare a nulla.

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