In via Betulle

di Federica di Gloria
Copertina di Veronica la Greca – L’estate accanto

Sono passati venti minuti e Nino suda. Salvo non c’è ancora. Alle tre precise, s’era detto, Via Betulle 6, scala B. Ma ancora niente. In bilico sul marciapiede di fronte guarda il casermone che svetta nel blu soffocante. Il cancello è chiuso, il numero civico sbiadito nel grigio periferia.

Nino si asciuga la fronte col braccio, Che caldo di merda, poi torna a fissare l’alveare di cemento riparandosi all’ombra di una Jeep parcheggiata. Per un momento pensa di non avere capito bene, poi gli tornano in mente le parole degli altri, al bar, e gli sale una specie di nausea mentre si fruga l’ultima sigaretta in tasca, Ma dove minchia è finito, quello stronzo?, che è sabato e poi la gente esce, Cazzo. Capace che mi pianta, proprio oggi.

Strizza il filtro tra i denti, ne strappa metà e lo sputa via, lo zippo scatta a vuoto due volte e poi finalmente s’infiamma. Allora Nino aspira forte, si appoggia coi gomiti al tetto della Jeep e torna a guardare l’alveare. Conta i piani con gli occhi, sette, otto, nove. L’alluminio delle finestre sfrigola al sole, fosse per lui potrebbero bruciare tutti, là dentro, ‘Sto posto di merda. Solo a una scema come sua sorella Stella può piacere, questo covo di pervertiti e giuda, e ci sta dalla mattina alla sera.

Infami sono, aveva sibilato suo padre quando li avevano visti lasciare le baracche del Carmine, e del Santo Spirito, e del Papireto. Affacciati ai bassi, li avevano visti uscire a frotte con i bambini in braccio, caricare valigie e cartoni sui pulmini del Comune e partire, e gli sbirri dietro. Pure la scorta della polizia, gli hanno dato, ruggiva suo padre, i gomiti sul davanzale, Capace che gli facciamo paura noi adesso, e pensano che le Betulle gliele facciamo trovare occupate.

Ma infami sono e infami restano, pensa ora Nino, e della peggio specie pure, che gli è bastato vendersi le pezze del culo per dimenticarsi da quale fogna veniamo, tutti. Ora invece hanno le parabole sui balconi, come se non lo sapessero tutti che le case alle Betulle se le sono giocate al Bingo di Zu’ Sciacchitano, altro che graduatorie, e adesso si vestono e si travestono come alla tivvù, per fare scena, e fanno i signori, e sull’Istagram si cambiano pure il nome. Ma oggi gliela fa vedere lui, a Stella, che con quell’amica sua delle Betulle sta passando il segno e gliel’hanno detto tutti. Oggi se la riprende e basta.

Un rumore alle sue spalle lo fa scattare, ma è solo un vecchio che passa tirandosi dietro il carrello dell’Ard Discount fra le buche e le erbacce. Nino trattiene il fiato finché non lo vede sparire all’angolo. Poi rimane per un po’ a fissare quel punto esatto, come se fosse in un film di Spàidermen e al posto del vecchio spuntasse il motorino smarmittato di Salvo. Che invece ancora non arriva, ‘Sto cornuto.

L’asfalto ormai gli squaglia i piedi. A un tratto il lampeggiante del cancello prende a pulsare. Nino caccia fuori il fumo a labbra strette, strizza gli occhi al sole e fissa le grandi ante elettriche che si spalancano rivelando aiuole curate e cespugli fioriti. Entrano ed escono, ma topi di fogna restano, pure se gli hanno dato casa e giardino. Lui gliel’ha detto cento volte, a sua sorella, che alle Betulle non ci deve andare e che quella mezzafemmina non la deve vedere più, manco da lontano. Che non è gente buona, quella, e suo padre è stato chiaro: se la trova ancora lì l’ammazza.

Ma Stella è una povera scema, chissà che s’è messa in testa. E infatti guardala adesso, guardala che esce dal cancello delle Betulle, come se ne va in giro. Pure le treccine dei negri le ha fatto fare, quella scappata di casa dell’amica sua. Il cancello si richiude alle spalle delle due ragazze, Stella ride forte e l’altra se l’abbraccia come un maschio. Lo dicevano anche ieri, al bar. Che quelle due sono strane, e stanno sempre ‘mpiccicate, e che lo sanno tutti, Merda.

Nino si strappa il mozzicone dalla bocca così forte che il labbro gli brucia, lo stringe un attimo tra pollice e medio e lo schizza via in una parabola attraverso la strada. In quell’istante le vede. Vede Stella che scuote la testa ridendo, e le sue treccine rasta tra le dita dell’altra, e di colpo vede le trecce che le faceva lui d’estate, seduti sui gradini nel cortile del Carmine, quando papà e mamma dormivano e c’era lo stesso blu di adesso, Nino vede le trecce di Stella bambina, di quando aveva la canottiera smerlata e gli elastici con le palline azzurre, vede il sorriso sgangherato di Stella e l’incisivo da latte ancora nella sua mano, nella luce aspra del cortile, vede il collo di Stella mentre giocano a rincorrersi e lui l’acciuffa per le trecce e la stringe e la bacia e la morde, vede le trecce di Stella e i bottoncini scuri del suo petto sporgente sullo sterno magro, vede le sue mani sul petto di Stella, sui fianchi di Stella e vede Stella che ride e non è più la sua.

Allora stacca il primo passo con uno stupore rabbioso, e mentre si muove nella luce accecante gli pare di sentire la moto di Salvo sgommargli dietro, ma ormai è tardi e lui è troppo vicino, e da così vicino vede gli anelli sulla mano di sua sorella, la carezza assurda della bastarda sulla nuca di Stella, e la bocca della bastarda che si apre sulla sua e l’intonaco delle Betulle che si squaglia sul marciapiede, su Stella, su di lui. E poi non ci vede più.

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