Softball umpire

di Antonella Garofalo
Copertina: Natura mossa – Antimonio

Introduzione
Carlo Martello

Quando è nata Malgrado le mosche, nemmeno si chiamava così, l’idea principale era quella di provare a rendere narrativi dei testi concepiti per non essere dei racconti. L’idea è naufragata, Malgrado le mosche ha preso altre direzioni, ma il desiderio di far circolare dei testi liberi dagli orpelli e dalle abitudini di chi scrive racconti oggi in Italia – con le numerose eccezioni che pure ci sono -, quel desiderio mi è rimasto. Finalmente, grazie al lavoro di Antonella Garofalo, questo desiderio prende forma. Non è volutamente una forma perfetta, come perfette non sono le nostre esperienze, né i nostri ricordi. Non si tratta, evidentemente, di avere dei testi autobiografici; la letteratura è piena di testi autobiografici, in un certo senso è una delle mode letterarie del momento, detto senza alcuno snobismo. Il tentativo, riuscito o meno non possiamo stabilirlo noi, è invece quello di sperimentare una forma diversa, mi spingo a dire diversamente letteraria e allo stesso tempo consapevole del mondo che ci circonda; una forma, in questo specifico caso, più centrata sul discorso e sul rapporto con le lettrici e i lettori e meno invece sulla riflessione meta-testuale. Trovo che questa attenzione rivolta a chi legge sia fondamentale in questo periodo storico e la potenza del testo di Antonella sta anche nella sua utilità, nel suo essere un testo disponibile a essere reso pratica, non solo racconto. L’idea, in altri termini, è provare a stare nello spazio tra la letteratura e la politica, senza rinunciare né all’una, né all’altra. L’esperienza e i ricordi, le riflessioni, financo le note, il lavoro di Antonella come arbitra di softball, dagli inizi di carriera fino alle Olimpiadi, è quindi, oltre che un racconto appassionante da leggere, un regalo politico e in ultima istanza umano che Antonella ha fatto a Malgrado le mosche e a chi vorrà leggere questa avventura. Potevamo farlo meglio? Sicuramente. Ci proveremo le prossime volte.


Parte 1

Tutti gli arbitri hanno un ego enorme da gestire. Tutti e tutte, e io non facevo eccezione, in qualche modo contorto.
I più scarsi pensano che scendere in campo a dirigere una gara sia dunque una faccenda di potere. Non importa quanto certi arbitri siano incapaci: penseranno a sé stessi come a una benedizione per lo sport e per le atlete che avranno a che fare con loro. E non c’è valutazione, rapporto, lista di appartenenza, bocciatura che possa far credere loro il contrario.
I migliori imparano a mettere quell’ego al servizio del gioco. L’esaltazione di sé stessi passa attraverso l’approvazione degli altri. I migliori imparano osservando, sempre, anche quando le partite contano zero, imparano dagli altri colleghi più esperti, imparano da chi gioca, da chi allena, imparano e non smettono mai di imparare. Nella ricerca dell’eccellenza tecnica quel che conta è stare una spanna sopra a tutto e a tutti. Per questo tipo di arbitro l’anonimato di una gara ben diretta che tuttavia non abbia situazioni difficili da sbrogliare o fasi di gioco drammatiche da dominare è una prospettiva poco desiderabile. Ai migliori non basta arbitrare bene. I migliori vogliono un palcoscenico su cui brillare, seppure nel rispetto dei ruoli.

Parte 2

Nel 1997 fui ammessa a partecipare al corso per ricevere la qualifica ESF [1] solo perché un arbitro di Bologna rinunciò. Non era la prima volta che accadeva, che una opportunità mi venisse data solo dopo un rifiuto di qualcun altro.
Arbitravo dal 1982. Nel 1984 avevo passato con un buon punteggio il Corso Passaggio ad Arbitro Effettivo.
Nel 1986 ero ancora un arbitro di softball di Serie B, arbitravo molto a livello regionale e le gare che mi venivano assegnate a livello nazionale non erano neanche particolarmente prestigiose. Fu allora che un collega nettunese rinunciò a partecipare a uno stage in Canada. Dunque trascorsi una settimana a Toronto, con gli istruttori del Softball Ontario che ci trattavano come alieni pieni di buona volontà (quello eravamo, in definitiva).
Non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima, nemmeno durante quel corso del 1997: la mia “carriera” avrebbe preso ancora direzioni inaspettate a causa di una crepa, di un varco, di uno spazio lasciato libero in cui mi sarei infilata cercando di dare il massimo.
A Toronto avevo 20 anni appena compiuti.
Al corso del 1997 arrivai prima davanti ad altri ottimi colleghi. Ero stata “raccomandata” dai colleghi nettunesi, fu detto (ma invece proprio la presenza di già tre arbitri internazionali del mio paese aveva sconsigliato la mia partecipazione in prima battuta). Avevo ricevuto particolari attenzioni dall’istruttore, fu detto anche. E poco importava fossi abbastanza palesemente NON interessata al genere maschile (convivevo già con la mia compagna di allora, anche se non ero per niente affatto out&proud): il mio essere femmina mi aveva dato un vantaggio, si disse.
Ammesso fosse vero (non lo era): io non lo avevo mai chiesto.

Parte 3

Però raccomandata lo sono stata eccome. Nel 1986, quando il mio collega di Nettuno rinunciò al corso in Canada, fu un altro nettunese, parte del Consiglio Direttivo del Comitato Nazionale Arbitri, a imporre il mio nome, battendo i pugni sul tavolo senza voler sentire ragioni: a Toronto dovevo andare io. Poco importava fossi giovane, poco importava fossi ancora un arbitro di Serie B.
Franco, si chiamava quel signore. Rispettato e temuto. Burbero. Ex arbitro di baseball di una famiglia che a Nettuno rappresentava allora e ancora oggi una vera e propria istituzione: suo fratello allenatore della squadra cittadina pluricampione d’Italia e anche della Nazionale, un altro suo fratello decano degli Scorer[2] italiani, un altro suo fratello ancora (collega di ufficio e caro amico di mio padre) il mio padrino di battesimo che poco o nulla aveva a che fare col baseball ma insomma la stirpe era la stessa. A quest’ultimo, peraltro, devo il nome, la cui scelta i miei – va’ a capire perché – affidarono a lui.
Franco due anni prima aveva accolto con piacere il mio buon risultato al corso Passaggio Effettivo, Centro Coni di Tirrenia, febbraio 1984. Proprio in quella settimana la mia quinta liceo scientifico organizzò la cena dei cento giorni. Io fui irremovibile: prima l’arbitraggio. E sì che avevo un legame di profonda amicizia e complicità con i miei compagni di scuola, che proprio non capirono la scelta. Non so se me la perdonarono. Ma lo racconto solo per dire che c’è questo dietro ai risultati. Rinunce. Direzioni diverse. Roba invisibile sotto i riflettori.
Quando guardo gareggiare atlete ed atleti ad alto livello, so per certo che tutte loro hanno lasciato indietro qualcosa, amicizie, domeniche al mare, fidanzate, tutto. Tutto viene dopo, quando c’hai dentro una cosa che manco tu lo sai cos’è. Sacrifici che scompaiono quando poi esci dal campo e sai di avere dato il massimo. È così anche per chi arbitra.
Franco decise che io sarei stata un arbitro di softball. Non di baseball. Di softball. Perché ero una femmina. Ed era fuori discussione che io potessi arbitrare il baseball. Una femmina arbitrerà uno sport di femmine.
La mia amica Eretica molti anni più tardi mi disse “Il paternalismo non è mai gratis”. A me sarebbe servita allora, quella parola, perché non ne avevo idea. Non mi sembrava giusto. Ma non avevo scelta. Tutto sommato ero convinta che si fosse deciso così per il mio bene. Non mi opposi, dunque. E il softball, poi e grazie alla vicinanza di colleghi/amici, fu una gran cosa. Una gran bella cosa della mia vita.

Parte 4

La mia prima designazione europea arriva subito dopo la qualifica ottenuta (cosa non scontata) ed è per un torneo di livello: a Praga andrò ad arbitrare gli Europei Juniores. Si gioca su tre campi in un quartiere senza vocali: Krč.
È l’estate del 1998. Non c’è internet, spendo un piccolo capitale per telefonare in Italia, usando il telefono fisso dell’hotel.
La prima sera nella hall c’è Jacques, il belga della Commissione Tecnica. Mi squadra da capo a piedi e decide seduta stante che l’esemplare di arbitro donna che ha davanti è di suo gradimento. Rivolgendosi al suo collega italiano, Enrico, parla direttamente con lui, di me, come se non fossi là, come se fossi un pezzo dell’arredamento. Dice una cosa tipo “E questa dove l’hai pescata?”. Lo dice ammiccando. Lo dice in inglese, sotto i baffi da tricheco. Enrico è in imbarazzo, così rispondo con un largo sorriso, in inglese, presentandomi, dicendogli che sono di Nettuno, come altri miei colleghi che sicuramente conosce. Rimane interdetto. Forte del suo pregiudizio aveva deciso che non ero in grado di capire e che non sarei stata in grado di replicare. Ma io fui gentile con lui, perché mi sentivo l’ultima arrivata. E lo ero. Era il mio torneo di esordio. L’atteggiamento di questo influente personaggio nei miei confronti cambierà solo dopo avermi vista in campo. Gli uomini sono competenti e mai fuori posto fino a prova contraria. Le rare “arbitresse”, invece, dovevano dimostrare di non essere solo le simpatie particolari di qualcuno in posizione di potere.
Fui designata arbitro capo (plate umpire) sia nella finale femminile che in quella maschile.
Dopo la fine del torneo l’Umpire in Chief stilò un report e accadde una cosa abbastanza fuori dall’ordinario: venni “promossa sul campo”. Mi assegnarono la qualifica ISF[3] direttamente dopo il torneo. L’Umpire in Chief, Pavel, era un ceco di poche parole, competente, baffi e occhi chiari. Oltre alla segnalazione alla International Softball Federation, Pavel fece altre due cose importanti, per me, in quel torneo. Mi prese da parte dopo che i due arbitri olandesi, per due giorni filati erano venuti da me dopo le gare a dirmi come avrei dovuto fare questo e non quello, di come sarebbe stato meglio fare quest’altro e quest’altro, eccetera (in inglese c’è un verbo per tutto questo: patronising), mi prese da parte: “They think they can teach the world” mi disse. E disse anche che però c’era nulla che io dovessi imparare da loro, semmai il contrario, e mi chiese di smettere di ascoltarli. L’altra cosa fu chiedermi una sera, davanti alla solita Pilsner Urquell di fine giornata “dove eri stata tutto questo tempo?”. Intendeva dirmi perché ci avevo messo tanto per fare il mio esordio internazionale. Oggi come allora la risposta mi pare complicata.
Praga nel ’98 non era ancora la capitale gentrificata e iper-turistica che sarebbe diventata di lì a poco. Maria, praghese ex giocatrice e anche lei nella commissione tecnica del torneo, mi raccontava di quando era ragazza, di quando anche solo per parlare di letteratura o di musica con amici, davanti a un caffè si bisbigliava, perché non sapevi mai quali orecchie erano in ascolto e quali cose sgradite al regime sarebbero potute essere notate e riferite. Di come tutto questo, per fortuna, fosse passato; sua figlia non avrebbe dovuto sopportare nulla del genere.
Con Enrico visitai il Castello e Piazza San Venceslao, col memoriale di Jan Palach Mi ricordo di avergli detto, nelle nostre lunghe chiacchierate, di credere che solo le rivoluzioni cambiano la storia. In questo non sono cambiata (lo credo ancora), in tutto il resto, probabilmente e per fortuna, sì.


Note

[1] European Softball Federation. Quando un arbitro ha ottenuto buoni risultati per un periodo consistente di stagioni, viene invitato esclusivamente su segnalazione della Federazione Nazionale a partecipare a corsi di durata variabile, con test in aula e sul campo che se superati gli garantiscono la qualifica internazionale d primo livello.

[2] Scorer o Classificatore è l’ufficiale di gara che trascrive ogni singola azione, battuta, errore, punto, prestazione del lanciatore: tutto ma proprio tutto della gara passa attraverso il lavoro dello scorer. Il baseball e il softball sono sport di statistiche e questo ufficiale di gara, seduto in una apposita postazione con buona visuale del gioco, è una presenza imprescindibile di ogni gara giocata, che si tratti di categorie giovanili o Serie A.

[3] International Softball Federation, all’epoca il Massimo organismo del softball mondiale.

4 Comments

  1. Da vecchio ragazzino giocatore di baseball (edipem Roma, Reale Schlitz), e da frequentatore di Toronto, mi ha coinvolto molto. Mi ha però lasciato con la classica domanda “e poi?”
    Ricordo che quando smisi di giocare a baseball conobbi e cominciai a frequentare Sabina Guzzanti e lei durante un viaggio insieme mi raccontò che aveva giocato per un po’ a softball. Era il 1979.

  2. Vabbè, ti amo. Sei stata fonte di alcuni litigi pazzeschi con io che insultavo chi ti sminuiva e insultava. Ma questo lo sai. Continua a scrivere Antonella, perché lo scritto resta mentre le nostre parole volano, scompaiono “come lacrime nella pioggia”. Con stima assoluta, Anghi.

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