Sparati in testa

di Pietro Nunziata
Copertina: Cristiano Baricelli

Avevo ventisette anni la prima volta che ho provato ad uccidermi.

Sono in auto. C’è qualcosa o qualcuno nel torace che mi avvelena. Inspiro, ma l’aria non entra nei polmoni. Sono pazzo? O forse è organico? Un tumore. Sì, è un tumore ai polmoni con metastasi al cervello. Le voci. Le immagini. I pensieri. La sensazione di soffocare. Il freddo. No, non sono pazzo. Il tumore. È colpa del tumore! Ogni tanto sento puzza di bruciato. Pensavo fossero i roghi di immondizia… Basta. Non voglio più pensare. Sterzo e sfondo un muro. Distruggo l’auto. Io sono ancora vivo. Spalla sinistra lussata. Tre denti rotti. Labbro inferiore spaccato. Ingoio il mio stesso sangue. È caldo. Mi riscalda. E il freddo che ho dentro non c’è più.  

Dico ai miei che un pezzo di merda mi ha tagliato la strada. Paura, pianti, abbracci; finisce lì.

La seconda volta ci sono andato vicino. Mi scoppia la testa, non ce la faccio più. Non si fermano. Io che ammazzo qualcuno. Io che violento una donna. Poi un bambino. Io che ammazzo tutti gli esseri umani. Forni. Camere a gas. Bombe nucleari. L’umanità sparisce. Resto solo. Non respiro, il freddo m’invade. Sento una voce. Paolo! È una donna. Mi fermo. Non posso esitare. Sono sul balcone, scavalco la ringhiera. Salto. Per un istante tutto si ferma. Galleggio in aria. I colori spariscono. Il cielo, il prato, l’asfalto, le automobili, il sole: sfumature di grigio. Fallisco anche stavolta… Coma di due settimane. Trentaquattro fratture, escoriazioni, milza spappolata, costole rotte che lacerano il polmone destro. Mi sveglio pieno di tubi. Davanti a me c’è mia madre, sola. “Papà non ce la fa a vederti così”. I miei fingono che non sia mai successo. Mio padre non mi guarda più negli occhi e mi parla a monosillabi. Mia madre non riesce ad affrontare la cosa. A volte mi fissa, ma nei suoi occhi non ci sono. Forse c’è il figlio che avrebbe voluto. Vaffanculo mamma!

Quando posso, li evito. Ci vediamo solo durante i pasti. Ogni tanto esco, giro senza meta. Sto fuori qualche ora, il tempo necessario per avere un alibi. Passo il resto del tempo chiuso in camera. Dico che devo studiare, che fra poco inizio la tesi. Non è vero. Non sostengo esami da tre anni, non sento più nessuno dei miei vecchi amici e fingo di avere una fidanzata. Ho detto ai miei che vogliamo fare le cose con calma, senza stress.

«Ma come si chiama questa ragazza, almeno il nome, Dio santo!» ha chiesto mia madre, stanca dei miei silenzi.

«Angelica, si chiama Angelica» le ho risposto. Studia biologia, suona il pianoforte, ha i capelli rossi, e vuole diventare preside. Ho detto questo, più o meno. Mia madre ha sorriso. Chissà cosa avrà pensato. A me con l’abito da sposo. Ad Angelica. A lei che fa la nonna. La vita è strana! Se solo fossi stato più forte; se, se, se… ho perso il conto dei se. Mi stendo sul letto e mi alzo dopo tre o quattro ore. Penso. Penso a tutto. Si chiama rimuginare. Lo so perché Angelica mi ha convinto ad andare da una psicologa. Angelica è buona. Mi abbraccia. Mi accarezza il viso e mi bacia la fronte. Sento il profumo dei suoi capelli. Sanno di camomilla. La psicologa si chiama Liliana. È brava. Una donna bellissima, dolce. Chissà se avessi avuto lei come mamma…

Liliana mi ha indirizzato da un neuropsichiatra, il dottor Masi. Diagnosi: disturbo ossessivo-compulsivo, depressione. I farmaci aiutano. Fluoxeren al mattino. Anafranil la sera. Prime due settimane: zombie. Sonnolenza, vomito, voglia di far niente. Dopo cinque settimane: miglioramento, le ossessioni sembrano diminuire, e all’improvviso il buco nero.

«Pronto, studio medico Masi?»

«Buongiorno, sono la segretaria. Dica pure» Rumore di fogli, gente che parla in sottofondo.

«Salve, sono Paolo Nappi, dovrei parlare col dottor Masi»

«La metto in attesa, un momento…» musichetta. Cosa sarà? Beethoven? Chopin? Volevo imparare a suonare il pianoforte, mio padre non era d’accordo. “E che devi fare? Il fallito? Nella vita bisogna essere concreti!” Grazie papà, e vaffanculo pure a te.

«Sì, pronto, chi parla?» sento un sospiro.

«Dottore sono Paolo, Paolo Nappi. Si ricorda?»

«Sì, sì, dica!» altro sospiro, dice qualcosa sottovoce. Forse alla segretaria. Forse a un altro paziente. Me lo immagino lì, dietro quella grande scrivania di ciliegio a gesticolare, come a dire “eccone un altro… un altro rompi coglioni”.

«Dottore ho avuto nausea, vomito, sonnolenza, poi sono passati, però…» Mi interrompe, ha fretta di chiudere la telefonata e passare ai centocinquanta euro che aspettano dall’altro lato della scrivania.

«Ottimo! I farmaci fanno effetto e non dobbiamo aumentare le dosi. Continui così, abbia pazienza, vedrà presto dei miglioramenti»

E ‘sti cazzi, penso. Urinare fa male, della roba densa e biancastra mi cola dal pene e ho una palla che si sta gonfiando nel culo. Glielo dico.

«Ah!» esclama, e me lo immagino lì, tutto serio, portarsi l’indice alla bocca. Fa così quando deve riflettere e dire qualcosa di importante. Si dà arie. Poi schiarisce la voce e parte il simposio. Il “professor Masi”, signore e signori, per servirvi, a botte di centocinquanta euro.

«Sospenda subito l’Anafranil! Mannaggia, è un effetto collaterale raro… Sospenda e vedrà che andrà tutto bene»

Le ossessioni sono ricominciate. Io che ammazzo i miei. Io che incendio una chiesa, piena di fedeli morti, sgozzati, da me. Io che impazzisco. Devo controllare i miei pensieri. Devo controllare i miei pensieri. Devo controllare i miei pensieri.

La dottoressa Liliana è contenta. Le ho raccontato che corro tre volte a settimana, che ho iniziato un corso di chitarra, e che ho trovato un lavoro: aiuto in cucina e lavapiatti. Novecento euro al mese, in nero, così è più credibile la cosa. Le ho parlato di Angelica, di come mi sta vicino, di come facciamo l’amore. Ho conosciuto Luigi, lavora in cucina con me. Me lo sono immaginato basso, con la barba, grassotto. La dottoressa mi ha chiesto come va con lui. Ho risposto che mi piace, che scherziamo e che siamo anche usciti in quattro. Io, Angelica, lui e Sara, la sua fidanzata. È un bel tipetto. Ha i capelli verdi, il piercing al naso, ascolta musica rock e le piacciono le patatine con fonduta e maionese al pepe rosa. Studia architettura ma sogna di diventare una scrittrice.

La terza volta sarà quella giusta. Avevo pensato di impiccarmi. Se non ti lanci dalla giusta altezza, il collo non si spezza e muori soffocato, lentamente, pisciandoti e cagandoti addosso. Tagliarsi le vene non fa per me. Pare che la morte sopraggiunga dolcemente, ma non penso di riuscire ad affondare il coltello quanto basta. Curiosità: il taglio si fa in longitudinale, dal polso verso il gomito.

Ho scelto la beretta 9 mm di mio padre. Un colpo alla tempia. Facile, veloce, sicuro. Ho preparato un bel completo: vestito blu notte, camicia bianca, cravatta azzurro cielo, scarpe lucide. Ho tagliato i capelli e la barba. Ho ripulito la stanza. Ho dato una sistemata ai libri, alle foto, ai vecchi regali. Ho trovato una foto di noi tre. Avrò avuto sei, forse sette anni. Siamo in spiaggia, sullo sfondo si intravede un piccolo bar, con una bambina senza mutandina, mezza ricoperta di sabbia. Chissà che fine ha fatto. Chissà se è viva, se è felice, se ha mai fatto l’amore.

I pensieri sono qui con me.

Il freddo è ritornato.

Una farfalla si è posata sul vetro della finestra, quella che guarda sul giardino. Sarebbe stato il mio giardino, tra qualche anno. Volevo metterci un forno per le pizze, e magari un cane, un beagle. Femmina. Le femmine sono più affettuose.

Ecco, la pistola è nella mano destra.

La punto alla tempia.

Sono pronto.

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