Il nostro disastro

di Mattia Grigolo
copertina di Fernando Pennaforte

Conosco il vecchio a una festa di compleanno di trentenni. Nonostante tutto sembra a proprio agio. Sicuramente più di me.

Indossa una camicia allacciata fino all’ultimo bottone, le pieghe molli del doppio mento si appoggiano al papillon rosa antico. Pantaloni a sigaretta, calze di seta beige, scarpe classiche alla francesina.

«Chi è il vecchio dandy?», chiedo ad Albert, l’unico tra gli invitati di cui possa dirmi amica.

«Il vicino», risponde lui.

Uno scrittore forse, penso.

Sono sul terrazzo, si avvicina. Dice qualcosa che il rumore dei pensieri nasconde alle percezioni.

«Come scusi?»

«Niente, farneticavo».

Regge tra i denti un sigaro, le rughe come dune.

«Puoi darmi del tu, se ti va», dice poi.

«Va bene»

«Quanti anni mi dai?» allarga le braccia e assume una posa di comica attesa.

«Non saprei»

«Più o meno di trent’anni?»

Sorrido.

«Ho settantasei anni»

Aspetta da me una reazione che non riesco a dargli.

«Li dimostro tutti, è chiaro. Forse qualcuno in più. Però devi ammettere che il mio abbigliamento aiuta»

«Aiuta cosa?» domando.

«Ringiovanisce»

«Perché hai bisogno di ringiovanire?»

«Mi piaci», risponde lui e mi butta addosso un indice e un sorriso.

Resto fino a tarda notte. Mi ubriaco, vago per le stanze con il bicchiere tra le dita senza interagire con nessuno.

Il vecchio chiacchiera con chiunque gli capiti a tiro. Batte pacche sulle spalle e sul petto di Albert, ridono rovesciandosi sulle mani il contenuto dei loro calici e si scusano a vicenda.

Recupero la borsa e raggiungo il mio accompagnatore. Gli comunico che me ne vado.

Mi chiede se ho bisogno di un taxi, rispondo che vado a piedi.

Il vecchio mi raggiunge sul pianerottolo.

«Stai già andando via?»

Non rispondo.

«Non ti sei trovata bene alla festa»

«È una domanda?»

«Non l’hai mascherato bene»

«In generale non mi piacciono le feste di compleanno»

«E cosa ti piace?»

Guardo verso la tromba delle scale, desidero percepisca la mia ricerca di una via di fuga. Mi mette a disagio trovarmi davanti quel tipo di sconosciuti sfacciatamente intraprendenti. Ci penso un po’.

«Mi piacerebbe andare a casa» dico.

Il vecchio si apre in un fragore di denti e onomatopee, una risata che rimbalza sulle pareti, sparpagliandosi lungo la tromba delle scale e spruzzandosi attraverso gli spifferi a violare l’intimità degli altri appartamenti. Mi tranquillizzo un poco.

«Piacere, io mi chiamo Holden, il giovane», dice lui. Allunga la mano, cinque rametti rivestiti di pellicola ocra.

«Questa non fa ridere»

«Tu come ti chiami?»

«Matilde»

Il cellulare vibra, sullo schermo appare il suo nome.

Mio padre prova a telefonarmi. Non rispondo. Se provassi a calcolare quante telefonate gli ho rifiutato negli ultimi dieci anni, probabilmente entrerei nell’ordine del centinaio. Non ne ho accettata nemmeno una.

Smette di vibrare.

Torna a vibrare con mittente sconosciuto. Ormai ho capito l’antifona.

Smette di vibrare.

Vibra di nuovo, sullo schermo visualizzo Mamma.

Rispondo.

«Mamma, se sei con papà, lo sai, non ci voglio parlare»

«Matilde, abbiamo bisogno di vederti»

«Abbiamo? Chi, voi o lui?»

«Matilde…»

«Non voglio sentirlo, mamma. Non ci voglio parlare»

«È caduto e si è rotto l’anca»

«Classico»

«Matilde, ti prego»

«Non vengo a Lecce per fare visita a un uomo che non voglio più vedere, nemmeno se si è rotto l’anca»

«Non è un uomo qualsiasi, è tuo padre. È vecchio»

«Mamma»

«Un anziano che si rompe l’anca è una cosa seria e tu lo sai meglio di me»

«Mamma»

«Va bene»

«Ciao, mamma»

«Ciao, ti saluta»

Schianto il telefono sulla scrivania, scivola abbattendosi contro una cornice. Tra il vetro e il passe-partout ci siamo io ed Eva, mia sorella. Siamo abbracciate, le teste una vicina all’altra, a cercarsi. I sorrisi identici.

Due mesi dopo, incontro il vecchio per la seconda volta. Sono in corsia e mi si para davanti svoltando l’angolo. Quasi collidiamo.

«Matilde, che coincidenza»

«Il giovane Holden», dico.

«Lavori qui?» guarda il camice.

«Sono un medico»

«Io sono un paziente»

Lo sguardo, il linguaggio del corpo, appare meno intraprendente che durante la festa di compleanno, anche l’abbigliamento è diverso. È davvero un vecchio.

«Stai cercando qualcosa in particolare? Posso aiutarti?» chiedo.

«Grazie, sono andato a ritirare degli esami. Sto raggiungendo l’uscita, ma sono sicuro di poterla trovare da solo»

«Mi ha fatto piacere incontrarti»

«Ti posso offrire un caffè? Aspetto se ora sei occupata. Sono un pensionato, non ho grandi impegni»

«Va bene», dico e ci ripenso nel momento che lo pronuncio, ma ormai è fatta.

Mentre prendiamo l’ascensore, diretti alla zona bar dell’ospedale, mi domando perché ho accettato.

Mi piace l’odore dei bar, mi ricorda qualcosa che non riesco a mettere a fuoco. È una sensazione stratificata. Una battaglia tra la malinconia e il tipo di ricordi che non superano il muro dei pensieri. L’odore dell’area ristoro dell’ospedale però è sbagliato, perché si mischia a quello delle medicine e della malattia. Solo la morte resta ai margini, visibile ma esclusa. Padrona di tutto il resto, ma non di questo angolo. Siamo in un acquario.

«Insomma, qual è il tuo vero nome, giovane Holden?»

«Un nome da vecchio» dice.

«Ci sono nomi da vecchio?

«Immagino quelli passati di moda»

«È così difficile accettare l’anzianità?»

«Non lo è?»

Guardo la busta di carta dentro la quale sono racchiusi i risultati delle sue analisi, poggiata sul tavolo, tra la sua mano e la tazza di caffè. Lo nota, ma decide di non abboccare.

Mi dice il suo nome.

«Credo continuerò a chiamarti Holden. Spero non ti dispiaccia»

Sorride.

«Vediamo, cosa ti piace?»

«Mi piacciono tante cose» dico.

«Dimmene una»

«Chet Baker»

«Il sassofonista»

«Trombettista»

«Dimmene un’altra». Si lascia andare sullo schienale della sedia di alluminio. Lo imito.

«I fagiani» dico.

«I fagiani?»

«Li trovo bellissimi»

«Ok» sorride.

«È divertente?»

«È simpatico»

«Cosa facevi prima di andare in pensione?» Chiedo.

«Un sacco di cose»

«Lo dicono tutti quelli che non sanno quello che stanno facendo o che si vergognano di quello che hanno fatto»

Per un attimo butta l’occhio verso il fondo della tazzina vuota, come a cercare la soluzione tra i disegni lasciati dall’espresso.

«Scusami, a volte mi mancano i filtri» correggo il tiro.

«Bancario. Poco affascinante» dice.

«Tutto ha il suo fascino»

«Che fascino può avere un bancario dietro uno sportello?»

«Il fascino di un bancario vestito da dandy»

«Non male» risponde.

«Cosa ci facevi a una festa di compleanno di ragazzini, sei la babysitter del tuo vicino?»

«Tu non mi sembri una ragazzina»

«Trentasette anni, per te sono una ragazzina»

«Sei crudele»

«Non te la prendere, non si può dire io sia il ritratto della simpatia. È una cosa che ho accettato e ho obbligato il resto dell’umanità ad accettare»

«Quando finisci il turno?»

Sbircio l’orologio sulla parete alle sue spalle.

«Ancora un paio d’ore» dico

«La vuoi vedere una cosa che ti lascerà a bocca aperta?»

«Come si fa a dire di no a qualcosa di incredibile?»

«È a casa mia» dice.

Lo guardo come se fosse una truffa che ancora non si è scoperta, ma si è già rivelata.

«Nessun pericolo, sono un vecchio. Non dimentichiamolo»

Sorrido.

«Ok, allora aspetterò in una delle sale d’attesa» dice.

«Che tristezza»

«Credo sceglierò quella del Pronto Soccorso»

L’ultima volta che ho visto mio padre è stato dopo la morte di Eva. Non ho assistito a molti funerali nella mia vita, in verità, e nessuno è stato importante. A parte quello di mia sorella.

Eva è morta il giorno del suo ventesimo compleanno, che scherzo è mai questo?

Tutti dicono che il momento peggiore, durante la sepoltura, è la sepoltura stessa. La bara viene fatta scivolare nel loculo, incastrata come una chiave nella serratura di una porta affacciata nel niente. Oppure calata in una fossa, lentamente-cigolante.

Per me il momento peggiore è stato quando sono entrata in chiesa e ho visto la bara al centro della navata, sotto l’altare. L’istante in cui ho realizzato concretamente che non ci saremmo più parlate abbracciate divise e unite. Tutto il resto è stato uno scivolare silenzioso e ovattato. Il profumo dell’incenso, che ho sempre amato, le parole del parroco che non ho ascoltato, quelle dei parenti e degli amici e di chissà chi altro, che non ho sentito, le loro strette di mano calde, fredde, ruvide, sudate, molli, decise. La lenta processione per le vie del quartiere, con il carro funebre in testa e tutti gli altri accollati.

Mia madre distrutta, accasciata addosso a me come un sacco pieno di ossa e dolore. E mio padre, con la sua colpa stretta addosso e quegli occhi disgraziati, che non guardavano niente se non il vuoto e il peso che cadeva in questo vuoto.

Sono partita per Milano una settimana dopo e non sono più tornata.

Holden dice che facciamo una passeggiata, è una bella giornata.

Tagliamo dal Parco Sempione, dopo aver percorso Via Carducci fino al Castello. Superiamo il Bar Bianco, gli ombrelloni aperti sui tavoli di metallo laccato, il vociare dell’aperitivo. Presto imbrunirà.

«Sei nato qui, a Milano?» chiedo.

«Provincia. Mi sono trasferito quando mi hanno assunto in banca»

«Hai famiglia?»

«No. Mai sposato, mai avuto figli»

«Ti stupirai, ma me lo aspettavo»

Sorride ed è un sorriso amaro.

«Non puoi giudicare un vecchio dal giorno in cui lo hai conosciuto» dice poi.

«Hai ragione, infatti tu e quello della festa sembrate due persone diverse»

«Merito del mio abbigliamento»

«Oppure colpa»

Restiamo in silenzio a lungo, godiamo dei suoni della città, la frescura del tardo pomeriggio che fa eco contro le facciate dei palazzi, cadendo da una parte all’altra come un ubriaco in un corridoio.

Usciamo dal parco su Viale Elvezia e proseguiamo fino all’incrocio con Piazza Lega Lombarda. Imbocchiamo Via Bramante, poi svoltiamo in Via Giannone e allora realizzo che siamo arrivati, riconosco il palazzo della festa di compleanno. Abbiamo camminato mezz’ora, ma Holden non sembra patire stanchezza.

«Sei pugliese, vero?» chiede.

«Si sente molto?»

«Salento?»

«Lecce, ma è tanto che non ci torno»

«Che peccato, è una città magnifica»

«Non dispiacerti, non mi manca»

Holden infila una mano nella tasca della giacchetta scamosciata, fa tintinnare le chiavi, ma ancora non estrae il mazzo.

«Hai presente la cosa incredibile di cui ti ho parlato?» dice.

«Non dirmi che era solo una scusa per portarmi nel tuo appartamento, ti prego»

«No, assolutamente, ma quello che vedrai è un segreto, uno di quelli che non si possono dire»

«Va bene»

«Quindi devi affidarmi anche tu un segreto»

«Oddio»

«Un segreto vero, qualcosa che sai che devi tenere nascosto per sempre»

«Ok. Odio mio padre – dico spingendo fuori le parole. Sono stupita»

«Quello non è un segreto. È un senso di colpa»

«Cosa vuoi dire?»

«Rivelarlo. Provi a liberarti di un senso di colpa perché non riesci ad accettarlo»

«Non mi sento in colpa a detestare mio padre» dico.

«Come credi, ma resta il fatto che non è un segreto inconfessabile» dice lui.

Per un attimo i pensieri si scollano dal qui e adesso.

«Ok. Non ho segreti» dico tornando.

«Non farmi dire che tutti ne abbiamo»

«Manterrò il tuo anche senza rivelarne uno mio, ti puoi fidare»

«Perché pensi di odiare tuo padre?»

«Perché ha ucciso mia sorella»

Qualcosa lo trapassa da parte a parte. Uno stupore affilato e brutale.

«Non l’ha uccisa lui, intendo, con le sue mani» dico.

Sento tintinnare le chiavi dentro la tasca. Sta perdendo le sicurezze.

«È morta per colpa sua»

«Non parliamone più, siamo andati oltre»

«Adesso sta morendo anche mio padre»

«E ti senti in colpa»

«Perché lo odi»

«Sì»

Io ed Eva guardiamo la TV. I riflessi del sole schermano e le immagini si opacano. Vorrei chiudere le persiane per oscurare la stanza e poter vedere più nitido, ma Eva ha la testa poggiata sulle mie cosce e allora non mi alzo dal divano. Le punzecchio la fronte, lei mi scaccia, sfilo uno di quei fiori di stoffa che s’infila tra i capelli, poi le chiedo se andiamo in centro. Risponde che vuole restare a guardare la TV, che fa caldo e che se torna papà le deve trovare a casa altrimenti si arrabbia. Le dico che vado da sola e risponde che allora viene anche lei e io ne ero sicura, perché succede sempre così.

Prendiamo le biciclette. Da Santa Rosa ai Giardini Pubblici ci si mette cinque minuti, pedaliamo lei davanti io dietro. I suoi capelli lunghissimi si aprono a ventaglio, come un mantello di seta nera, i fiori azzurri e rosa e rossi e verde acqua si disperdono appesi ai fili, dividendo le ciocche. Sembrano la coda di un aquilone.

Leghiamo le biciclette a un palo accanto all’entrata del Convento dei Celestini, poi prendiamo Vicolo Saponea e corriamo fino a incrociare Via Matteoti.

Entriamo nella pucceria con il fiato corto, tenendoci per mano.

«Ciao picciridde» ci saluta Marinella, la proprietaria. Conosce mamma da una vita. Hanno fatto la scuola insieme fino dove sono riuscite ad arrivare.

Compriamo un rustico e ce lo mangiamo fuori dal negozio, dividendocelo un morso io e uno lei. Il pomodoro bollente gocciola ai nostri piedi esplodendo sull’asfalto a piastrelloni.

Poi arriva nostro padre.

Mia sorella mi dà di gomito guardando oltre le mie spalle, mi volto, lo vedo e faccio per scappare prima che si accorga. Eva però mi blocca.

Nostro padre barcolla curvo in un lato, la camicia fuori dai pantaloni, la cintura slacciata. Cammina a occhi chiusi e canta una canzone in dialetto, impastando insieme parole e saliva.

Ci passa accanto e mentre lo fa si volta e ci guarda. Ha occhi liquidi, rossi-rossi, della schiuma densa agli angoli delle labbra. Puzza di vino e fumo.

«Salve», biascica e alza una mano a salutarci.

Poi prosegue.

Aspettiamo che svolti l’angolo, immobili come scogli.

Poi scoppiamo a ridere.

«Non sembra l’appartamento di uno che ha lavorato dietro uno sportello in banca» dico ferma sulla soglia, oltre la porta chiusa alle mie spalle.

«Questo è un preconcetto»

«Indubbiamente» rispondo e sfilo la borsa poggiandola a terra, sotto l’appendiabiti.

L’appartamento è speculare a quello in cui sono stata per la festa di compleanno, solo sembra più ampio. Questo perché non è molto ammobiliato, però tutto ciò che c’è, è curato nei dettagli: un tavolo di vetro circolare, quattro sedie di ferro con le sedute imbottite sono disposte simmetricamente a cerchio. Una libreria nera con pochi libri disposti tra gli scaffali. Non vedo la televisione, c’è una stampa in bianco e nero incorniciata, una ragazza in un punto lontano rispetto l’obbiettivo, poggiata a un muro, le ombre e le luci creano una geometria seducente. Un divano di pelle nera e sulla parete sopra il divano l’unica nota stonata nell’arredamento: un’enorme farfalla di stoffa e plastica ad ali spiegate è stata appesa in un punto improprio. Non al centro, ma spostata verso la porta finestra del balcone e inspiegabilmente sbilanciata verso il soffitto. Sembra essere stata messa per nascondere una crepa oppure un difetto. È sproporzionata rispetto ogni cosa: la stanza, l’arredamento, noi due.

Holden mi porge un bicchiere d’acqua.

«Non ho nient’altro, mi spiace»

«Dopo mezz’ora di passeggiata è l’unica cosa che voglio» dico prendendomi il bicchiere. Ovviamente non è vero, avrei preferito togliermi le scarpe, sedermi sul divano, distendere le gambe e bere un bicchiere di vino ascoltando della musica. Farmi una doccia, essere a casa a mia.

Rimbalzo tra lo stupore dell’avere accettato ogni suo invito e il rammarico di averlo fatto davvero.

Bevo e lui resta a osservarmi. Sta sorridendo.

«Che c’è? Perché mi guardi così?» chiedo.

«Non l’hai ancora notato?»

«Che cosa devo notare?» mi guardo intorno.

«La cosa incredibile»

Faccio una panoramica del soggiorno, questa volta con più attenzione.

«Quella» dice lui indicando la parete sopra il divano.

«La farfalla?» chiedo.

Lui la guarda, senza abbassare il braccio che ha usato per indicarmela. Il dito ancora proteso.

«È preziosa?» domando. So che lo sto deludendo, non sono rimasta sorpresa come si aspettava. Non trovo, in verità, una ragione per cui dovrei impressionarmi per una gigantesca farfalla di stoffa puntata in modo illogico alla parete.

«Io credo proprio di sì» dice ora voltandosi verso di me. È raggiante, eccitatissimo.

Poi intuisce qualcosa dal mio sguardo imbarazzato e allora realizza e i suoi tratti somatici trasfigurano in stupore.

«Oh, davvero non hai capito! Ecco perché»

Si avvicina alla parete, al divano, poi torna indietro, rimettendosi al mio fianco.

«Aspetta», dice «Guarda»

Batte forte le mani, una volta sola.

E la farfalla chiude le ali senza rumore. Solo un soffio.

L’ultima volta che ho visto mia sorella viva è stata la sera del suo compleanno, prima che andasse alla festa. Siamo in camera nostra, io sdraiata sul mio letto accanto alla finestra aperta, lei in piedi davanti allo specchio. Si sta truccando, il reggiseno a stringersi sulla schiena e a disegnare, con il tratteggio della colonna vertebrale, una croce di pizzo e ossa e pelle.

«Dovremmo riverniciare la camera» le dico.

«Non ti piace più rosa?»

«Non so, forse siamo cresciute abbastanza per dormire ancora in una stanza da bambine»

«Siamo cresciute, ma non abbiamo ancora una stanza tutta per noi. Siamo cresciute per vivere ancora con mamma e papà» dice.

«Io ci sto bene qui, non voglio andare in affitto in qualche appartamento condiviso perché non ho abbastanza soldi per pagarmi un appartamento da sola»

Eva si guarda allo specchio, schiocca le labbra rosse-rosse, appoggia il rossetto alla scrivania.

«Posso venire con te stasera?»

«Non stasera»

Incrocio le braccia dietro la nuca.

«Buon compleanno» si dice sorridendo.

«Tanti auguri» le faccio eco.

Qualcosa cade nel giardino del palazzo.

Eva si sta allacciando gli stivaletti, io mi arriccio i capelli tra le dita, mezza sdraiata sul divano. – «Che succede?» dice mamma.

Ci affacciamo tutte e tre dal balcone e guardiamo di sotto.

Quello che è caduto è nostro padre.

«Ruggero!» Sibila mamma e lui risponde con un grugnito. Si rialza e parte verso il portoncino d’ingresso. Ci mette un po’ a citofonare, probabilmente cerca di infilare le chiavi nella toppa e a mettere a fuoco i cognomi sul citofono senza riuscire. Alla fine, trova il suo e ci si attacca.

Gli apriamo.

Entra barcollando, mamma lo guarda appoggiata al piano cottura. Io ed Eva una accanto all’altra, le braccia incrociate al petto.

Mio padre si infila in bagno e noi tutte ci guardiamo, senza parlare, perché fin troppo abbiamo parlato di lui e dei suoi problemi.

Poi esce dal bagno, sembra essersi ripreso un poco. Si lascia cadere sul divano.

«Io vado» dice Eva.

Mio padre si volta.

«Dove vai?»

«A festeggiare il mio compleanno papà»

«Auguri» dice lui.

«Sì, va bene» dice Eva e fa per andarsene.

«Aspetta» riprende e si mette a sedere con uno sforzo che sembra disumano.

«Dove vai?» ripete.

«Papà, te l’ho già detto, a festeggiare il mio compleanno»

«Sì, ma dove?»

«A Castromediano»

«E che ci vai a fare a Castromediano?»

«Ci vive un’amica. Festeggiamo insieme»

«Come ci vai?»

«In motorino»

«Ti porto in macchina»

Mamma fa due passi verso mia sorella.

«Ruggero, non mi sembri nelle condizioni di…»

«Ti porto in macchina», la interrompe lui e allora capiamo che ha aperto quella sua porticina interiore e se l’è già chiusa alle spalle. Ha sceso le scale al buio e si è seduto sul pavimento del suo inconscio malato, spossato, rassegnato. Ha abbracciato la sua sofferenza e l’ha trasformata in qualcosa che non può controllare. Se qualcuno scende quelle scale, violando quel luogo nascosto, allora papà diventa cattivo. Perché a lui sta bene tutto in quei suoi momenti: essere compatito, compiaciuto, assecondato, ignorato, persino deriso. Ma non criticato.

«Ci vado con il motorino papà, fa niente. Anzi, ci vado a piedi così non vi preoccupate»

«Ti porto in macchina» ripete come se avesse a disposizione solo quella manciata di parole. Si alza.

Io sto stretta come in una morsa, tra la porta d’entrata e il corridoio che conduce alle camere. Sento qualcosa di umido e freddo sulla nuca. Ci passo la mano. Sono bagnata.

Nostro padre si ferma sulla soglia, si volta a guardarci. Scruta come una bestia che studia un problema senza avere l’intelligenza per trovare una soluzione che non sia istintiva. Prima me, poi la mamma e infine Eva.

«Vi ho sempre portato dove dovevo», dice «guido piano…» e poi si interrompe, come se gli avessero tolto il bastone per arrivare alla fine del discorso.

«Voglio fare qualcosa per te» dice infine a mia sorella.

«Cos’è, uno scherzo?»

«Non direi»

«Come funziona? Ha qualcosa di meccanico che reagisce al suono?»

«È una farfalla. Una farfalla vera»

«È come in quegli appartamenti dove la luce e lo stereo si accendono battendo le mani?»

«Ti dico che è una farfalla, è viva»

Siamo entrambi in piedi, davanti a quella cosa. La contemplo come fosse un animale esotico: il corpo ha le dimensioni di un cane: un pitbull, un labrador. Gli occhi sono sfere enormi, due palle da bowling testurizzate – migliaia di lenti opache – incastonate nella testa nera e spumosa, rivestita da una sciarpa di peluria spessa che scende sulle spalle, in coincidenza dell’attaccatura del primo paio d’ali. Sono spalle quelle?Le zampe sono dei rami rivestiti di corteccia bruna, solo più omogenea. Una crosta. Aderiscono all’intonaco tramite dei perni molli, come ventose della consistenza del silicone.

E le antenne: nere e coniche. Aguzze.

Ha riaperto le ali e ho fatto un balzo indietro, terrorizzata. Holden mi ha preso delicatamente per un braccio e mi ha detto che va tutto bene.

«Odio gli insetti» dico.

«Anche le farfalle?»

«Questa non è una farfalla»

«Tecnicamente lo è», dice «hai visto che colori?»

Resto incantata. Mi accorgo solo ora che, quando Holden ha battuto le mani, la farfalla non ha chiuso le ali, come avevo creduto, le ha sollevate e unite, come una cresta frastagliata sopra il dorso. Forse è stato un meccanismo di difesa. Invece ora le doppie ali sono a riposo. Lo capisco perché il primo paio, quello con l’apertura più ampia, nasconde il secondo paio.

«Non può essere vero» dico.

Le ali sono tele membranose grigio scuro, una tonalità al nero. Un panno leggero e sfrangiato. Al centro sono tratteggiate geometrie gialle, blu e verdi, bordate di rosso acceso. I colori non seguono una logica precisa. Lungo i margini esterni di ognuna delle ali si delinea una linea rossa, come tracciata da un pennello da parete. Le ali nascoste riprendono lo stesso rosso delle bordature.

«Devi chiamare qualcuno», dico.

Holden si volta verso di me, io resto con lo sguardo inchiodato su quell’assurdità.

«No. Te l’ho detto, è un segreto»

«Non puoi tenerla qui. Qualcuno la deve vedere»

«No. La studieranno, le faranno del male, la tortureranno e poi la uccideranno»

«Non siamo in un film» dico.

«Lo so bene»

«Da quanto è qui?» chiedo.

«Qualche giorno, meno di una settimana, credo»

«Le farfalle vivono un giorno soltanto, no?» mi appoggio alle sicurezze, le leggende, le canzoni.

«Alcune vivono poche ore, altre mesi, altre ancora addirittura un anno»

«Questa non è una farfalla» dico, ma ormai quello che ho davanti non è più un dubbio.

«Chissà come è arrivata fino a qui. Chissà perché proprio qui» dice Holden.

«Ce l’hai un computer?» chiedo.

«Ho già guardato»

«E…?»

Non abbiamo bisogno di specificare, di completare.

«Non ne so molto di farfalle e nemmeno di internet. Dovrebbe chiamarsi Tyria jacobaeae, o qualcosa del genere, ma è anche diversa. La forma delle ali anteriori e come le richiude, appoggiandole su quelle posteriori, è identica alle foto. I colori anche, il nero e il rosso. Però quei disegni, quei cerchi gialli, verdi e blu, quelli non c’entrano niente»

«Grigia» dico.

«Come?»

«Non è nera. È grigia»

Per la prima volta da quando ha battuto le mani distolgo lo sguardo dalla farfalla. La stanza ha cambiato luce. Guardo fuori dalla finestra e vedo il buio.

«È tardi» dico.

«Devi andare?»

«Non voglio andare»

«Ok»

«Avrà fame?»

«Non sono nemmeno sicuro di cosa mangi»

«Internet cosa dice?»

«Alcune si nutrono di nettare, altre del polline di alcuni fiori. Altre ancora di escrementi, urina, carogne in decomposizione, oppure di liquido lacrimale»

«Liquido lacrimale?» chiedo.

«Lacrime di grossi mammiferi, ma la Tyria dovrebbe cibarsi di polline o nettare»

«Secondo il tuo computer» dico.

«Sì»

«E se si nutre di carogne?»

Nostro padre è in garage a smaltire la sbornia. Mia sorella ha passato la notte fuori, ma non ce ne preoccupiamo, lo fa spesso ultimamente. Il fatto che fosse il suo compleanno è una giustificazione più che valida.

Mia madre prende la telefonata e succede questo: alza la cornetta, risponde, ascolta, la cornetta le cade di mano, rimbalza sul tavolo spaventandomi, mi volto e la sua espressione è qualcosa che non si può spiegare.

Quando corro fuori di casa, scalza, la cornetta è ancora buttata sul tavolo, a fianco del ricevitore. Mia madre è ancora nella stessa posizione. Non ha emesso un suono, ha solo cominciato a piangere lentamente, composta. Prendo la bici e mi lancio giù dalla strada. Pedalo senza sentire nient’altro che il mio respiro. Lo sento solo dentro, all’interno del corpo. È come se indossassi un paio di quelle grosse cuffie da collegare allo stereo e alla televisione, ma con lo stereo spento e la televisione in muto. Corro, pedalo, corro. Non mi fermo agli Stop.

In dieci minuti sono a Castromediano, davanti a casa della sua migliore amica.

Citofono, aggrappandomi alla convinzione che le vedrò uscire una di fianco all’altra, entrambe avranno poche ore di sonno perché sono andate a ballare, in macchina con qualcuno dei loro amici tatuati, forse a Gallipoli. Mi vedranno e chiederanno se sono pazza. Eva si imbarazzerà e mi ordinerà di tornare a casa. Subito.

Invece succede questo: la madre si affaccia al balcone seguita dalla figlia. Chiedo e mi dicono che Eva non ha mai passato la notte lì. In verità non è mai arrivata. Eva sembra imbronciata. È arrabbiata perché la sua migliore amica le ha dato buca.

Prendono in custodia nostro padre, lo tengono lontano da noi per più di due mesi. Poi torna a casa perché è innocente. Ci sono le prove. Non ha quella colpa. Ha tutte le altre. È un uomo devastato, senza forma. Non è più nessuno.

Si siede davanti a noi come fossimo inquisitori e si giustifica, piange, butta i suoi pugni sul tavolo e contro la testa. Io e mamma siamo prosciugate dalla sofferenza. Ho bisogno di trovare qualcosa e trovo in quell’uomo la soluzione.

Dice che hanno litigato in macchina e l’ha lasciata all’angolo di una strada, perché era arrabbiato, era ubriaco. Poi è tornato a casa.

Dice che non immaginava quello che sarebbe successo. Non poteva sapere.

«Non sono stato io. Sono stati altri»

Non capisce che sta facendo a pezzetti l’anima di mia madre.

«Come potevo sapere? Come potevo» piange.

E io lo odio.

«Sei malato?»

«Come?» dice Holden.

«Le analisi che hai ritirato. Hai problemi di salute?»

«Sono solo delle analisi»

«E io sono un medico. Non esistono solo delle analisi»

«Le analisi mediche servono a controllare lo stato di salute» dice.

«Esatto, oppure a controllare i problemi. Il tuo potrebbe essere un problema grosso?»

«Lo è. Il più grosso di tutti» dice.

Lo guardo. Mi sforzo di dargli l’espressione di cui ha bisogno, quella giusta.

«Ho settantasei anni», dice «va bene così»

Forse non serve io risponda oppure non so che cosa rispondere. Non aggiungo, mi volto verso la farfalla e penso, sei tu ad avermi portato qui?

Dico che vado a comprare del vino.

Mi spingo a piedi nel cuore di Chinatown, in un bar chiedo se hanno del vino.

Ce l’hanno, rosso scadente che pago caro. Prendo due bottiglie e una me la faccio aprire. Incastro il tappo di sughero, ripongo quella chiusa nel sacchetto di plastica ed esco.

Cammino fino al Cimitero Monumentale e intanto bevo dalla bottiglia aperta.

Conto a mente quanti anni ho passato a Lecce e quanti invece a Milano; il mio tempo è ancora sbilanciato. Bevo. Penso alla farfalla, Holden ha detto che è una specie notturna. Vive nell’oscurità. Bevo. Lecce è il giorno e Milano la notte. Da cosa stai scappando, farfalla?

Un gruppo di adolescenti mi accerchia, mi sfiorano da entrambi i lati, proseguono superandomi. Uno di loro nota la bottiglia di vino e, camminando all’indietro, mi chiede un sorso, non rispondo. Si volta e raggiunge i suoi compagni con andatura barcollante, come a imitare l’ubriaco. Bevo.

Faccio velocemente un’analisi di ciò che è accaduto durante questa giornata: incontro il vecchio in ospedale, ci sbatto contro, il vecchio ha ritirato delle analisi, mi offre un caffè, beviamo un caffè, mi dice che vuole mostrarmi qualcosa di incredibile, andiamo. La cosa incredibile è una farfalla delle dimensioni di un tavolo da pranzo. Bevo. Il vecchio mi dice delle analisi. Sta morendo? Quanto vive una farfalla? Quanto polline o nettare deve assumere questa farfalla per sopravvivere? Carogne. Bevo. La farfalla non esiste, il vecchio mi ha preso per il culo. È qualcosa di meccanico, è un giochetto per farmi restare e io ci sono cascata. Furbo, il vecchio. Stai morendo davvero? Bevo. Ora torno a casa mia. Torno da Holden. Il Monumentale alle spalle mentre imbocco Via Bramante, a indicarmi la direzione.

Metto tutto il fiato che ho per fare le scale. Quello che rimane lo sento rimbalzare acido contro le pareti. Entro, Holden dice qualcosa, lo schivo e mi fermo al centro della sala. La farfalla è ancora lì come l’ho lasciata.

«È notte. Vattene!» urlo guardandola.

«Vai a cercare dei fiori!» urlo.

«Stai morendo?» dico ora puntando la bottiglia di vino vuota contro il petto di Holden.

Lui allarga le braccia, i palmi rivolti verso me, all’altezza delle spalle. Sbatto contro la sua fragilità, come contro un parabrezza. Non ho potuto vedere mia madre invecchiare per colpa di mio padre e non ho visto invecchiare mio padre per colpa mia e ora sta morendo anche lui. Stanno morendo tutti.

«Mio padre ha quasi la tua età e sta morendo» dico a Holden, abbassando la bottiglia. Lui mi si avvicina, la sfila dalle dita e poi prende il sacchetto di plastica che avevo dimenticato di avere ancora tra le dita.

«Ecco perché ho accettato i tuoi inviti, ecco perché sono qui»

«Perché?» mi chiede.

«Per rivederlo. Per smettere di odiarlo o forse per odiarlo ancora di più. Per dimenticare e tornare a ricordare. Per rimediare e sistemare. Rivoglio mia sorella, la mia famiglia. Voglio mio padre e lo voglio perdonare. Lo voglio uccidere. Voglio tornare indietro e impedirgli di farlo»

«Impedirgli di fare cosa?»

«Obbligarla a salire in macchina»

Piango. Le lacrime si lasciano andare, tutte insieme: le mie, che non ho versato durante il funerale e nemmeno dopo, quelle di mia madre, immobile davanti al telefono quando le hanno detto che sua figlia era stata ammazzata a pugni e calci. Quelle di mio padre, del dolore lancinante che può infliggere l’inferno della colpa, del perdono che non gli ho mai concesso. Escono inarrestabili. Sono una cascata, la sorgente e il principio del mio dolore.

Poi la farfalla si stacca dal muro.

L’aria si sposta nella stanza, creando dei vuoti. Le ali sbattono una due tre volte. Il movimento le serve per restare sospesa al centro della stanza, voltarsi verso me. Holden cade a sedere sul divano. Io resto in piedi, inerte con le guance bagnate, arrossate dall’alcol e dalla corsa per le scale, gli occhi gonfi di lacrime. La farfalla si sposta. Vedo, a una spanna da me, il tronco deforme e goffo. Una sacca, un contenitore. I rami coperti di corteccia e catrame che si serrano l’uno sull’altro attorno a me. I piedi molli si uniscono, si mischiano. Mi guarda, la farfalla. Un mosaico di vetri perfetti che riflettono la luce sparandola sulle pareti.

Vuole me. Mi prende. Mi abbraccia. Mi stringe. Mi stritola. Ora muoio.

La farfalla non ha odore, è come se fosse composta da materia fragile, ma intaccabile. Decide lei quando diventare solida e quando immateriale. Sento le zampe come una gabbia intorno al busto, le braccia bloccate lungo i fianchi.

Holden, dove sei?

Papà?

Le ali si chiudono, mi coprono. Riesco a vedere la stanza attraverso la trama. Sono così morbide. Una trapunta. Sta compiendo un movimento innaturale, uno sforzo immane. Afferrò con entrambe le mani due zampe, le stringo. Sono bollenti, ma resisto. Mi lascio andare. Eccomi, sono qui. Penso che fuori ci sia una città, delle strade, un attore ubriaco che dondola verso i suoi amici, un cimitero.

Sento crocchiare qualcosa molto vicino al volto, un collo che si rompe, ma non è il mio, una schiena che si spezza.

È la sua testa, che è uscita dalla sede con un movimento brusco, meccanico. È come caduta verso di me, senza staccarsi. E mi bacia. No, mi succhia. E piango.

La farfalla si ciba di me, prendendosi il mio disastro. Più piango e più lei si nutre. Più dolore provo e più lei cresce e diventa forte e immensa e coprirà con le sue ali questa città buia. Più sente la forza e più stringe. Trema, percepisco il fremito del piacere. Sono il suo seme, l’origine e il fine del suo amplesso.

Poi non ho più lacrime e sono libera e non c’è più dolore. Solo una vibrazione lontana. Allora capisco che non è la farfalla che sta scappando, sono io. Lei mi ha aspettato. Il vecchio è stato un mezzo, il tramite, l’esca, l’immagine riflessa dell’uomo che ho odiato per anni e che non ho mai ascoltato.

La bestia mi lascia, torna sopra la mia testa. Non lasciarmi.

«Apri la finestra» dice Holden in un sussurro sconvolto, le braccia puntate tra i cuscini del divano.

Apro, l’aria fresca mi sveglia e la farfalla esce con un movimento speciale, una grazia meravigliosa.

La guardo allontanarsi nella notte, sazia. Le ali sono un mantello di seta nera, capelli corvini che volteggiano portati dalla velocità. Tra le ciocche fiori di stoffa verdi, gialli, azzurri, rossi. Come un aquilone.

Mentre io e mia sorella pedaliamo, una davanti all’altra.

2 Comments

  1. Incredibile come le cose fantastiche e surreali rendano più accettabili o meglio elaborabili i dolori più amari. Rendono toccabile l’inconscio in cui essi si nascondono. Quasi come un’esperienza trascendente.
    Grazie dell’esperienza.

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