Il gioco dell’oca

di Dario de Marco
Copertina di Fernando Pennaforte

1

Ma soprattutto perché quello fu il giorno in cui per la prima volta conoscesti l’odio, il giorno in cui per la prima volta vedesti un AK-57 da vicino, il giorno in cui per la prima volta uccidesti un uomo.

2

Fecero irruzione prima dell’alba. La porta non era sbarrata, anche se Ayda avrebbe voluto. Lei ogni tanto te lo diceva, di metterci un palo dietro, ma tu: tanto a che serve. A niente, in effetti, sarebbero entrati lo stesso.

La polizia, pensasti mentre ti avviavi verso la scala interna. Lo schianto della porta sfondata neppure l’avevi sentito, ma facile che era quello il rumore che ti aveva svegliato. Adesso dal piano di sotto sentivi arrivare uno scalpiccio di parecchi piedi, e come urla soffocate. No, non erano militari, era la milizia: abiti borghesi, barbe sfatte, facce smunte e sguardi… sguardi come? Spietati? Di chi ha visto cose orribili? A te sembrarono solo allucinati, un po’ fatti.

Ma poteva essere anche un effetto ottico, dipendente dall’alone bluastro delle torce. Avevano le torce – non hanno acceso la luce – e camminavano tenendosi bassi, avanti e indietro tra l’ingresso e il soggiorno-cucina. Ti sei bloccato in piedi in cima alla scala, a un certo punto un lampo bianco ti ha investito la faccia, ma poi è subito passato oltre, lasciandoti accecato per un po’.

Erano in sei o sette, e continuavano a muoversi freneticamente e a puntare le torce qua e là, tranne uno, e continuavano a chiamare Cyrrus e a chiedere Cyrrus che facciamo Cyrrus dove andiamo, tranne uno, hai pensato questo dev’essere Cyrrus. (Un nome strano, o un soprannome da partigiano, non importa).

Hai capito all’improvviso – ma senza agitazione, come si capisce una cosa della trama mentre si guarda un film – che eravate capitati proprio sulla linea del fronte, proprio in mezzo allo scontro tra i corporation clan. Hai capito che non stavano andando verso qualcosa, ma via da qualcosa; che non volevano prendere, ma evitare di essere presi; che non erano cacciatori, ma prede – almeno in quel momento. Stavano scappando: decidesti, con la sicurezza dell’istinto animale, che per ora non rappresentavano un pericolo. Quando, in mezzo al frastuono dei passi e ai comandi secchi di Cyrrus, sentisti qualcosa come barricare la porta, dicesti l’armadio grande quello là, dicesti come facciamo è pesantissimo, dicesti nel giardino sul retro ho una specie di carrello che magari non facesti in tempo a finire e Cyrrus già lo aveva sollevato da solo.

Nella casa che iniziava a rischiararsi, lo vedesti piazzare il bestione di quercia con un tonfo. Lo sentisti urlare VIA! agli altri, gli altri andarono via chi dalle finestre chi dal retro.

Finalmente Cyrrus ti guardò. Fece anche una specie di sorriso, ma forse non era diretto a te, perché in quel momento sentisti la mano di Ayda posata sulla tua spalla.

3

Marken ve lo aveva spiegato chiaro e tondo, un giorno. Guy Marken, il vostro primo e insuperato maestro alla scuola di giornalismo, Guy Marken l’inviato di guerra, Guy Marken l’eroe della tastiera portatile, Guy Marken che aveva intervistato Nader ben Kaddas prima che diventasse il terrore dell’umanità, Guy Marken che aveva lui stesso la faccia di un fanatico religioso.

Era stato anche nei Qratunzy, ovviamente, e di quello vi stava parlando quel giorno. Il conflitto etnico-religioso-nazionalistico e chissà cos’altro si era rapidamente esteso dai monti Qratunzy a tutta la federazione dello Jupoarq, sicché quelle che venivano ancora per comodità definite guerre qratunziane erano in pochi anni diventate una peste che aveva infettato mezzo continente. Fratelli, cugini, amici, gente che fino a un momento prima aveva convissuto pacificamente, fatto insieme l’aperitivo del sabato e la grigliata della domenica, erano diventati nemici, bestie feroci che uccidevano, torturavano, violentavano. 

Bestie no, aveva detto Marken: uomini, come voi e me. Ci fa comodo, disse, l’immagine dello jupoarqiano rozzo, barbuto e puzzolente, perché così pensiamo che è diverso da noi, che a noi non potrebbe mai succedere. Ma guardate che non ci vuole molto, ad andare indietro di qualche secolo. Allora: qual è la prima cosa che succede in caso di guerra civile? Per effetto dei bombardamenti, o ancora più probabile, della guerriglia urbana, va via il gas, e forse la luce. Se siete fortunati non va via anche l’acqua corrente, altrimenti preparatevi a morire rapidamente di dissenteria, perché cercando di bere da pozzi, fiumiciattoli e cisterne, quello è il minimo che vi può capitare. Dunque niente riscaldamenti: accendete un bel fuoco in casa per non crepare di freddo, i vostri vestiti iniziano a puzzare di affumicato, voi stessi iniziate a puzzare perché senza acqua calda l’igiene personale si riduce all’indispensabile. Ai maschi cresce la barba, alle femmine i capelli diventano un’unica stoppia. C’è da sopravvivere: mangiate tutto quello che vi capita a tiro, vivo o morto che sia, ruttate liberamente perché il galateo passa in secondo piano, evacuate dove e quando potete. Ecco, ora siete perfetti: appena arrivano le videocamere dei network internazionali siete pronti a restituire loro l’immagine dei selvaggi.

Ci avevi creduto, all’escalation di decadenza. Ti aveva impressionato così tanto, questa descrizione e altre, che avevi abbandonato ogni velleità di fare l’inviato. Eppure eri appassionato di politica estera, esperto di diritto internazionale, portato per le lingue. Non avevi neanche iniziato, e già avevi deciso che quello era solo un sogno. Così ti eri ritagliato, un po’ alla volta, la tua tranquilla carriera di giornalista culturale, la tua comoda posizione di parolaio da scrivania. Non una vita da nababbi, ma al riparo da incursioni aeree e da cessi senza bidè. E piano piano, in un’escalation di pigrizia, eri passato dalla redazione al lavoro a casa – tanto per quello che devi fare, gli altri a che servono, anzi ti concentri anche meglio. Poi eri passato dalla città al paesino, poi dall’appartamento alla casetta monofamiliare.  

Ci avevi creduto, all’imbarbarimento dietro l’angolo. Ma non pensavi che l’avresti raggiunto in un giorno solo.

4

Fahreneit 451. Il nome della rosa. Autodafè. Dalla grotta.C’erano tutti. C’erano anche tutti gli altri, naturalmente. I libri normali. Ma mettere al rogo i libri che parlano di libri messi al rogo, è cosa che può dare un brivido singolare. (Realtà e finzione si confondono; quella che era soltanto una storia di carta, chiacchiere stampate a inchiostro, diventa all’improvviso una cosa vera, una fiammata concreta, che però distrugge quelle pagine, riduce in cenere la stessa profezia che autoavvera; finché anche la combustione termina, e non rimane più nulla, né la finzione né la realtà.)

Recuperato un piccolo bidone dal giardino – svuotato da terra e robe vecchie, tagliato sotto le unghie con il metallo arrugginito – l’hai portato in soggiorno. Qui al centro va bene, ha detto lui, che già stava svuotando gli scaffali della libreria. Ci serve il legno, hai pensato: giusto, bisogna sacrificare i mobili superflui. Prima loro, ha detto lui come se avesse intuito: già che facciamo la fatica di tirarli giù. Eh già. E poi: questa carta qui fa una bella fiamma, e non brucia mica così velocemente.

Fahreneit 451. Il nome della rosa. Autodafè. Dalla grotta. Ma tu non ci hai pensato, non ti è venuto in mente il paradosso. Non hai pensato proprio a niente. Solo che prima avevi un freddo maledetto, e adesso un po’ meno.

Hai guardato le mani di lei, come le tue tese verso il fuoco. Come le tue, le dita sottili e le unghie corte. Ayda. Bella, era bella: oggettivamente, mica perché è lei. Ti è venuta voglia di abbracciarla, ma ti sei trattenuto, e non solo per la presenza ingombrante del miliziano. Il fatto è che, hai pensato, i suoi abbracci non sono più quelli di una volta. Lo stavi notando sempre più negli ultimi tempi: non che ti scansasse, per carità, ma non c’era più l’abbandono totale, quel modo di lasciarsi cadere liberandosi da ogni peso che solo una bambina mette in un abbraccio. Pazienza, crescere significa anche allontanarsi dai genitori. Hai continuato a guardarla; lei si è girata e ti ha fissato, addirittura con una bozza di sorriso, come a chiedere che c’è: un’espressione che conosci bene, perché te la ritrovi spesso allo specchio. Ti sarebbe piaciuto che assomigliasse alla mamma, ma anche questo ricordo ti è precluso.

L’uomo ha gettato la cicca nel bidone e si è riscosso. Prima di allontanarsi si è rivolto a Ayda e le ha detto Tu, stai ferma davanti al fuoco, e se lo fai spegnere ci penserò io a riattizzarlo, con questi tuoi bei capelli. Non hai pensato che quelle parole minacciose le aveva dette con voce calma, quasi suadente; né ti è passato per la testa che in un attimo, ecco, eravate precipitati ancora più indietro, al tempo delle vergini vestali – di recente avevi imparato questa cosa, che alla dea Vesta, al contrario di quello che pensano molti, non si veniva consacrate a vita: arrivate a trentacinque anni, le sacerdotesse tornavano nel mondo e potevano anche sposarsi; certo bisogna vedere quanto reale era questa possibilità, in un contesto sociale arcaico che a quell’età ti considerava una vecchia zitella: ma questo non era il caso di tua figlia, per fortuna – non hai pensato a niente del genere, ti sei solo soffermato a chiederti se una ciocca di capelli fosse un materiale adatto a quella funzione.

5

Più tardi, dopo che lui aveva svuotato il frigo da ogni sostanza che fosse commestibile senza previa cottura (i giorni interminabili passati nei boschi senza un pasto decente, o una scorta preventiva) avete avuto un primo contatto. Una specie di dialogo.

Vicino al fuoco. (Lei ha potuto salire in camera sua).

Tu gli hai chiesto, generico, la situazione com’era. Lui si è subito fatto una risata. Poi, dopo così tanto tempo che tu non hai nemmeno capito che stava ancora rispondendo, ha detto: Boh. No perché, hai detto allora, io non me la sarei mai aspettata questa cosa.

Lui ti ha guardato. Con gli occhi di un azzurro quasi trasparente. Che stronzata ho detto, hai pensato. Come se qualcuno se lo potesse aspettare. Come se fosse stato prevedibile che anche da voi, in pieno occidente, si scatenassero i diavoli. Era stato coniato anche un termine, ai tempi del conflitto nei Qratunzy: jupoarqizzazione, per indicare la pericolosa frammentazione, il rancore tra fazioni, l’odio sotterraneo. Ma sembravano metafore, le solite esagerazioni di quando la terminologia militare si applica alla politica. E invece.

La peste della guerra civile, ti sei fatto prendere la mano tu, ha attraversato il Mar Sylvestero ed è arrivata qui, è questo che è successo? Lui scuoteva la testa, mentre tu insistevi: etnie, religioni, industrie, davvero ci crediamo a queste differenze? Le razze, Dio, il diritto: tutte invenzioni dell’uomo per giustificare, ti sei fermato quando lui ha smesso di muovere la testa e ti ha guardato di nuovo. Giustificare cosa? La violenza? La sopraffazione? Il bisogno di uccidere il proprio simile? (L’uguaglianza tra simili non esiste in natura, e l’idillio dello stato brado è una leggenda metropolitana. La maggior parte delle società animali, cioè di quelle specie che vivono in comunità e non da soli o in coppia, dalle scimmie antropomorfe alle formiche, è organizzata secondo rigidi criteri gerarchici, che determinano l’ordine – quando non la possibilità o meno – di operazioni fondamentali quali l’accoppiamento e la nutrizione. Una volta avevi portato Ayda in campagna, in una di quelle fattorie didattiche dove i bambini di città sbalordiscono più che in uno zoo. Il fattore aveva appena messo le granaglie nella mangiatoia delle oche – le ochette, che belle le ochette – e tutti eravate corsi a vedere. I pennuti si affollavano intorno a quel piatto comune, ma neanche tanto: benché fosse abbastanza grande da contenere anche una ventina di colli, le oche non si avvicinavano mai in più di quattro o cinque alla volta. Rispettavano quello che si chiama “ordine di beccata”, così definito in riferimento alla parte del corpo usata sia per la nutrizione che per stabilire l’ordine stesso. E lo facevano con tale disciplina e silenzio, che un osservatore ingenuo – i bambini, i bambini – non si sarebbe accorto di niente. Alla larga si aggirava una mamma con i piccoli dietro, in fila. Quando tutti i volatili adulti si furono saziati, un pulcino più audace degli altri si avvicinò alla mangiatoia, ma fu subito rintuzzato a colpi di becco da un maschio – almeno voi decideste così – grande, che continuava a inseguirlo, e a tenerlo a distanza con violenza ogni volta che il giovane coraggioso ci riprovava. E questo benché lui avesse finito di mangiare e non fosse evidentemente più interessato al cibo. Poverino!, strepitavano i bimbi, perché gli fa male e non lo fa mangiare. Dopo un po’ era arrivata la madre, e il piccolo aveva potuto becchettare qualche briciola residua; ma ormai era tardi, e la scenetta bucolica rovinata.)

A un certo punto hai preso coraggio, non tanto per quello che ti aveva detto, visto che fino a quel momento era stato più che altro zitto, ma forse perché ancora non ti aveva preso a schiaffi. E gli hai fatto la domanda che ti girava in testa dal primo momento di quella notte. Non mi chiedi a che clan apparteniamo noi. Ha riso di nuovo, ma stavolta ha parlato: al mio, che domande. Se no mica stavamo qui a chiacchierare. Almeno, così ho deciso di credere, finché mi conviene.

Hai pensato di portare il discorso su temi più concreti, la tattica, la strategia. Ma evidentemente ancora non ci potevi credere a quello che vi stava succedendo, perché hai detto Non pensavo che questo paesello fosse così importante. A quel punto lui ha fatto il discorso più lungo fino a quel momento: È importante, invece. Anzi, è irrilevante. Qui è tutto frammentato. Non sappiamo quello che sta succedendo nella valle a fianco. Non ci sono collegamenti. Ti meravigli? Non c’è una strategia. Noi andiamo avanti, e facciamo quello che dobbiamo fare. Hai quasi gridato Cioè?, ammazzare la gente? Ma se non sapete niente, se non c’è coordinamento, allora è il tutti contro tutti, è la giungla! Lui ha fatto quella risata di pancia, un’altra volta. Poi, dopo un così tanto tempo che tu addirittura ti eri allontanato, l’hai sentito dire: No, è la guerra.

6

(Un’altra leggenda metropolitana – di quelle che i bambini si raccontano fin dai primi anni di scuola, per il piacere di spaventarsi – afferma che in caso di catastrofe nucleare, di disastro atomico devastante per tutto il pianeta, i soli animali a sopravvivere sarebbero gli scarafaggi. Benché suggestiva, si tratta di un’altra metafora, dagli intenti moralistici: periscano tutte le meraviglie del creato, uomo in primis, domineranno la terra le bestiole più schifose che sia dato immaginare. In realtà le blatte – la massiccia Periplaneta americana, che privilegia gli ambienti umidi e sotterranei come le cantine, o la più agile Blatella germanica, che riesce anche ad arrampicarsi su pareti verticali – avrebbero serie difficoltà a prosperare non si dice in un ambiente post-apocalittico contaminato dalle radiazioni, ma semplicemente in un ecosistema privo della presenza umana: questi insetti difatti, pur non essendo direttamente nostri parassiti, trovano la principale fonte di sostentamento nei grandi depositi di cereali e derivati che sono adiacenti – silos di granaglie, mulini – o interni – dispense con farina, pasta, biscotti – agli agglomerati umani. Tanto che in molti dialetti meridionali del vostro continente il nome dello scarafaggio è associato al panettiere o al mugnaio. Questa situazione di interdipendenza è ormai stabile, essendosi venuta a creare da molto tempo: almeno da dodicimila anni, da quando l’uomo ha inventato l’agricoltura, e di conseguenza l’accumulo di provviste e beni da non utilizzare immediatamente – generando una serie di effetti a cascata, tra i quali la coabitazione con gli scarafaggi non è forse la peggiore. Perciò anche se la razza umana si estinguesse senza l’ausilio di reazioni tra atomi di uranio – anche se per esempio vi sterminaste a vicenda con le sole armi semiautomatiche, in una guerra civile che si estende da un continente all’altro – le blatte non avrebbero vita facile.

Quello che invece è innegabile è che, a differenza dei grandi mammiferi, ma in generale di tutti gli animali di grossa taglia, e comunque degli organismi complessi, gli insetti – tutti gli insetti – avrebbero una maggiore capacità di adattarsi a situazioni nuove, a sconvolgimenti anche radicali del clima, della composizione atmosferica, della vita sul pianeta. E questo indipendentemente dalla causa, umana o naturale, delle catastrofi. Sono piccoli, diffusi dappertutto, hanno organismi semplici in cui facilmente si possono inserire mutazioni vincenti, si riproducono velocemente perciò le mutazioni giuste fanno in tempo a selezionarsi e stabilizzarsi – è noto il caso delle zanzare resistenti al CCT, ma è solo uno dei tanti esempi. Gli insetti, quindi. Ancora meglio i batteri. Ancora meglio gli organismi monocellulari. Sopravviverebbero, forse, e diventerebbero i padroni del mondo. Forse. La verità è che già adesso, da un certo punto di vista, le forme di vita più semplici e antiche – alghe, archeobatteri, muffe mucillaginose – sono le specie dominanti. Sono quelle più vecchie e resistenti; numericamente, sia come tipo di specie che come quantità al loro interno, raggiungono cifre così alte che sono complicate anche solo da spiegare; hanno colonizzato il globo in ogni punto, dalle profondità del mare agli strati più alti dell’atmosfera, e vivono nelle condizioni più disagiate, dai ghiacciai polari alle incandescenti bocche dei vulcani. Paradossalmente, il loro essere poco sviluppati, per così dire primitivi, non ne dimostra l’inferiorità, ma la superiorità: hanno bisogno di meno cose; per resistere nella battaglia per la vita non si sono dovuti evolvere più di tanto, andavano già benone così; non hanno dovuto inventarsi né ossa né occhi né cervello, per sopravvivere, né tantomeno case e granai e computer. Anzi, secondo una teoria scientifica, minoritaria ma comunque accreditata, l’intera specie di homo sapiens sedens sarebbe stata selezionata e allevata dai batteri per garantirsi una vita più sicura e una riproduzione più agevole. Siamo noi che stiamo facendo il lavoro sporco. Per ora.)

7

Arrivarono sparando. Anzi, arrivarono prima gli spari e poi loro. Correvano al centro della via e gridavano e giravano su sé stessi e sparavano dappertutto. Erano loro, i nemici. Gli altri.

Avevi sempre supposto che trovarsi in mezzo a una battaglia – le pallottole che fischiano proprio intorno a te, e il fumo, e l’odore, e il sudore della tua stessa paura – fosse molto diverso dal vederla in un film, con la calma e il distacco. E invece è quasi la stessa cosa. Subentra una specie di allontanamento emotivo, una lucidità surreale che ti fa immaginare con chiarezza le cose un attimo prima che accadano: è come se vedessi i movimenti degli altri al rallentatore, anche se è solo il pensiero che va più veloce, e tu pure agisci alla moviola, quindi di fatto non hai nessun vantaggio; anzi.

Lui per prima cosa prese la mitraglietta che aveva appoggiato in un angolo; poi si avvicinò a te sfilandosi la pistola da dietro ai pantaloni; te la mise in mano senza dire niente – prima volta che prendevi un’arma, non così fredda come dicono, pesante sì, ma anche amichevole – ti fece segno di stare zitto e di piazzarti vicino alla finestra della cucina. Lui andò di sopra.

La banda passò in fretta e senza fare troppi danni, ti sembrò. Stavi già allentando la tensione quando, appoggiandoti alla colonna di fianco alla finestra e scostando un poco la tenda, ne vedesti un altro. Alto, con la barba, portava solo un gilè militare sul torso nudo, e aveva un fucile. In testa aveva un assurdo cappello da vichingo, con tanto di corna. Avanzava lentamente e guardandosi attorno, soprattutto in alto. La retroguardia. Ogni tanto si avvicinava a una casa, saggiando la solidità della porta con la canna dell’arma. Davanti a una si fermò di più: sembrava quasi intenzionato a entrare, forse solo perché era casa tua. Non era a più di cinque metri da te, e dato che la finestra era perpendicolare alla porta, potevi vederlo di profilo. Alzasti la pistola tenendola con due mani; pensasti alla leggerezza canzonatoria della parola “rinculo”. Un altro secondo che rimane e sparo, pensasti quattro o cinque volte. Il dolore al polso durò un attimo, ma fu fortissimo. Pensasti ha sparato. Pensasti sono morto. La pistola stava a terra, e lui a fianco a te, che ti guardava. Era sceso in silenzio quando aveva visto il vichingo avvicinarsi, e quando aveva capito quello che stavi per fare, ti aveva colpito con il calcio del kalashnikov, abbastanza piano da non spezzarti il polso ma comunque in modo sufficiente a farti perdere la presa. Oltre che la sicurezza. Meglio non far sapere che siamo qui, sussurrò. Quello comunque non aveva sentito niente.

Il nemico si girò e riprese a camminare per la strada. Dopo qualche metro si bloccò di colpo. Fece un movimento come di uno che starnutisce. Ma quello che gli uscì dalla bocca fu un fiotto color rosso scuro. Ma quello che fece subito dopo fu accartocciarsi a terra. Da quelle parti c’era un cecchino piazzato meglio di voi.

8

Ha trovato i tuoi sigari e si è messo a fumare. Aspirando, come se fossero sigarette.

La cosa lo ha forse reso più loquace. Hai creduto di capire che il suo gruppo è in fuga, mezzo sbandato. Hai pensato insomma stiamo perdendo; ma non hai osato dirlo. Poi ti sei accorto che di aver pensato Noi.

Gli hai chiesto, ma dove stavate prima, da dove venite. Senza emettere neanche un grugnito, ha alzato la testa, la barba ha indicato verso di là. Le montagne, le foreste. E per quanto tempo, e dove dormivate, e cosa mangiavate: gli chiedevi tu senza farlo rispondere. Beh immagino, hai detto, che mangiare non sia un problema: nei boschi, con le armi, si caccia; la difficoltà casomai sta nel cuocere, nell’accendere un fuoco, o meglio nell’accenderlo senza rendersi visibili… Lui ti stava guardando, gli occhi trasparenti, il mezzo sorriso. Cacciare, ha detto, è una parola: bisogna essere cacciatori, per sparare a un animale dei boschi, e nessuno di noi lo era. Non è mica facile, non è mica come centrare un uomo di due metri fermo in mezzo a una strada, che ci riesce anche una donna che non ha mai visto un fucile, ha detto continuando a guardare te. Ma tu ti sei girato verso di lei: ha abbassato gli occhi, ma non si è fatta rossa come ti aspettavi.

(Non ci sono altri cecchini in questa via, non dei nostri almeno: siamo soli, ti aveva detto lui prima. All’improvviso questa frase ha assunto tutto un altro significato, e non meno spaventoso). No, beh, certo, hai balbettato tu, non è facile, immagino. No, ha proseguito lui: l’unica volta che stavamo per prendere, e non ci siamo riusciti, un bel maialino silvano, abbiamo dovuto vedercela con la madre: una bestia di duecento chili, ho avuto più paura di quella volta della finta esecuzione. Ma tu vuoi sapere che mangiavamo, perché sei preoccupato di dover sopravvivere anche tu nella foresta, prima o poi. Non preoccuparti, perché pure se ti capitasse, non riusciresti a passare la prima notte.

Si è fermato un attimo per ridere, poi: Foglie, bacche, impari a distinguere quelle non velenose, uova quando sei fortunato, ma soprattutto insetti, gli scarafaggi pare che siano i più nutrienti, certo sono i più buoni. Scarafaggi nei boschi, hai chiesto tu, credevo vivessero solo vicino alle case. Lui: Ci sono al mondo più di trecentocinquanta specie di blattodeae, e tra queste solo due o tre vivono nei pressi degli abitati, cioè sono commensali dell’uomo, si dice così. Tutte le altre, e sono la grande maggioranza, ci ignorano beatamente. Almeno finché non andiamo noi a stanare loro. E si è fatto un’altra risata.

Tu non sei riuscito che a dire Ma come… E lui: Come faccio a sapere tutte queste cose? Ci sono molte cose di me che non immagini, o immagini sbagliate. Comunque, penso che ce la caveremo. Hai guardato il fuoco, le armi, la cucina. Poi ti sei accorto che aveva detto Noi.

9

Nel tardo pomeriggio, l’uomo e tua figlia si sono chiusi in camera. Senza dire una parola, lui si è avvicinato a lei. Le ha messo una mano sulla nuca e l’ha spinta su per le scale: con dolcezza, ma pur sempre spinta. Senza dire una parola, lei è salita: con passo incerto, ma è pur sempre salita.

Quando sono scesi, tu stavi ancora suonando la chitarra, per non sentire (sarebbe opportuno che l’autore di questa fantasia – di certo non sei tu, ma altrettanto sicuramente è uno che ti conosce molto bene – inserisse a questo punto una digressione con la tecnica del flashback, in cui tu ti abbandoni al ricordo struggente della tua amata, nonché madre della tua adorata figlia. Il flashback in soggettiva non dovrebbe necessariamente avere uno sviluppo narrativo, anzi sarebbe ideale se fosse più poetico e astratto; nonostante ciò alcune cose – principalmente i fatti che hanno determinato l’assenza di questa figura dal teatro dell’azione: si ipotizzino morte, separazione, allontanamento temporaneo, sparizione misteriosa – andrebbero svelate, o ancora meglio abbozzate per cenni indiretti. Il ricordo dovrebbe servire a illudere chi legge, promettendo particolari che, invece, lasciano la questione principale ancor più nell’ombra, il dubbio nel lettore ancor più angoscioso. Purtroppo, la verità è che mentre suonavi, non pensavi proprio a niente.

Una volta lei ti chiese: a che pensi mentre suoni? E tu, d’istinto: a schiacciare forte le corde sui tasti. È così: appena ti distrai e non schiacci bene, la corda non sa se vibrare a vuoto o in corrispondenza del tasto, e fa quel suono fastidioso, un ronzio soffocato. D’altra parte, se schiacci bene e non hai – o non hai ancora, o non hai più – i calli, fa un male cane ai polpastrelli. Lei ti guardò, un po’ delusa. Avevi perso l’occasione di fare bella figura, di dire una di quelle frasi che si ricordano, e che se ti va di lusso finiscono in una raccolta di aforismi, dove a fianco al tuo nome figura la didascalia: chitarrista e scrittore. Ma avevi detto la verità), quando sono scesi, tu stavi ancora suonando la chitarra, si tenevano per mano.

[CONTINUA]


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