La confessione

di Simone Carucci
Copertina di Fernando Pennaforte

«Dopo mesi passati a consultare annunci su annunci, a propormi nelle più svariate occupazioni (dal magazziniere al front office, dal bracciante agricolo al libraio), a chiedere a destra e a sinistra se conoscessero qualcuno che avesse bisogno, anche mezza giornata, di un lavoratore serio e affidabile, senza ottenere lo straccio di un riscontro, la mattina del ventitré febbraio arrivò al mio indirizzo mail il messaggio di un tale che sembrava aprire uno spiraglio di luce. E quindi come potevo reagire? Ero felice, ovvio. Ero felice perché la testata giornalistica Di Secondamano si diceva interessata al mio profilo. E mi proponeva di fare un colloquio su Skype, due giorni dopo, al fine di inserirmi in redazione. Il messaggio non specificava nient’altro. Né la paga che avrebbero corrisposto per la collaborazione né quali erano gli argomenti che avrei dovuto trattare. Ma sul momento non mi formalizzai troppo, e risposi che sarebbe stato un piacere incontrarli virtualmente. Poi mi alzai e pensai che forse sarei dovuto andare al supermercato per comprare del pesce e una bottiglia di vino bianco, per festeggiare la notizia a cena con Vittoria».

«Non saprei dire perché, però alle dieci e qualcosa di quella mattina qualcosa mi vibrò all’altezza della tasca dei pantaloni. E non era il telefono, che infatti tenevo di fianco a me sulla scrivania. No. Era una vibrazione più sottile, e al tempo stesso profonda, non so come dire. Sembrava venire da dentro. Comunque, lasciando perdere le descrizioni, ammetto che quella vibrazione mi spaventò; mi spaventò sì, ma solo per qualche istante, perché avevo da lavorare e chi lavora non può certo stare dietro alle vibrazioni. Ci tornai col pensiero appena staccai e misi i piedi in macchina, tornai alla vibrazione dico, ma non seppi spiegarmela con altro che una postura sbagliata. Arrivata a casa Matteo mi accolse con un bel sorriso sulle labbra, un sorriso come non gliene vedevo da mesi e perciò capii che quella vibrazione… sì, insomma… l’avrà capito. Ci spogliammo e facemmo l’amore».

«Subito dopo l’amplesso dissi a Vittoria del colloquio. E lei, col suo consueto pragmatismo, mi rispose che era ancora troppo presto per entusiasmarsi. Perché, in primis, ancora non mi avevano preso; e poi perché non erano chiari i dettagli del lavoro. Fui contento allora di essermi tenuto i soldi per il pesce e il vino, e di aver comprato soltanto un paio di birre e un pacchetto di patatine».

«Andammo comunque in cucina per festeggiare, anche se era troppo presto per farlo sul serio. Lui aprì le birre e le patatine e, nonostante avessi cercato di dissuaderlo, si mise a fantasticare su quello che ormai dava per certo, e cioè il suo nuovo lavoro da redattore».

«Il resto della serata neppure lo ricordo. Scivolò via più svelto delle birre che bevemmo quasi con rabbia. Come due estranei che sono capitati allo stesso tavolo in un locale affollato, ma che non hanno nessuna intenzione di attaccare bottone e anzi ascoltano distrattamente il gruppetto di universitari suonare un’indie indecente e trito».

«Il mattino successivo andai al lavoro. Pensai più volte a Matteo, alla sua faccia da bambino che si riempiva di sogni. E mi montò addosso una rabbia doppia. Sì, doppia. Nel senso che da un lato era una rabbia che veniva direttamente da Matteo, che a trentaquattro quasi trentacinque anni ancora non aveva imparato a stare al mondo; e dall’altro da me stessa, che invece di concentrarmi sul lavoro stavo a pensare a lui».

«Pensai a Vittoria praticamente tutto il giorno. All’inizio, soprattutto tra la colazione e il cesso, furono pensieri tristi. Pensai che non avevamo più molto da dirci, che lei quando andava bene tornava a casa e mi scopava come un’ossessa (e questo era successo tre volte nei tre mesi precedenti) e quando andava male mi diceva che dovevo darmi una svegliata. Poi il giorno avanzò e i pensieri si rischiararono. Perché è vero, mi dissi, che ultimamente ha questo comportamento, ma è giusto comprenderla. Lavora solo lei, di fatto mi mantiene (paga affitto e bollette), e quando torna a casa o mi vede con la faccia lessata dallo schermo del computer oppure, anche se in realtà era successo solo la sera prima, esaltato per qualcosa che ancora non si è nemmeno verificato. E quindi arrivai alla conclusione che i suoi erano soprattutto atti d’amore. Atti di un amore malato forse, ma lo sappiamo: tutti gli amori veri sono un po’ malati».

«In pausa pranzo gli mandai un messaggio su WhatsApp con il cuoricino rosso che batte. Perché non era colpa sua se avevo pensato a lui per tutto il tempo, e anzi se pensavo a lui tutto il tempo era perché, in fondo, amavo la sua purezza da bambino».

«A cena dissi a Vittoria che, se le cose fossero andate per il verso giusto, ci sarebbe stato da aspettare un po’, all’incirca un anno o magari due, per stabilizzare la situazione, e poi avremmo potuto allargare la famiglia».

«Quella sera ero troppo stanca per litigare. Un bambino? Ma siamo pazzi? Perciò gli diedi un bacio sulle labbra e dissi “vediamo che succede, andiamoci piano”».

«Al colloquio si presentò questo tizio mezzo losco, con un’aquila dorata dietro le spalle e il sorriso viscido stampato sul volto. Sostanzialmente mi disse che avrei dovuto scrivere per loro quattro articoli a settimana, pagati otto euro a cartella. Gli articoli avrebbero dovuto trattare temi di attualità, ma non di cronaca. “Devi parlare di qualcosa che conosci bene. Ma deve essere un tema abbastanza in voga nel dibattito contemporaneo”. Allora io gli risposi che avrei potuto parlare di ecologia. E lui disse che era perfetto. A loro interessava soprattutto la regolarità. Volevano questi benedetti articoli, quattro alla settimana, al resto avrei dovuto pensarci da me».

«Dopo il lavoro andai a un’apericena con le mie colleghe in un locale vicino all’ufficio. Bevemmo un po’, mangiammo piatti onesti se considerato il prezzo (con dieci euro davano un calice di vino e il buffet), e parlammo del più e del meno. Al termine del primo giro, siccome ero contenta del messaggio che avevo ricevuto da Matteo, proposi di prendere una bottiglia. Bottiglia che ci scolammo abbastanza in fretta e quasi senza accorgercene, perché la conversazione era svoltata sui peni di questo o quell’altro dipendente dell’azienda. Alle dieci e mezza, alticcia e presa a bene, ero già di ritorno».

«Quando arrivò Vittoria, io ero al pc che avevo appena finito di scrivere il mio primo articolo. Quattromilatrecentosessanta battute sui pannelli fotovoltaici. Lo stampai e glielo feci leggere. Mi disse che andava bene. La scrittura era liscia e con un buon ritmo, apprezzò anche lo sforzo fatto per evitare l’uso di termini troppo tecnici. Non aspettai nemmeno lo spegnimento del computer per strapparle i vestiti di dosso e portarla in braccio sul letto».

«La seconda volta che facevamo l’amore in tre giorni. Un record! Lo facevamo così spesso soltanto all’inizio. E forse questo lo è, un nuovo inizio, pensai un attimo prima di addormentarmi».

«Non saprei dire quanto tempo era passato da quando non mi alzavo dal letto col suono della sveglia. Tanto tempo, comunque. Quella mattina mi alzai col suono della sveglia di Vittoria a sfracellarmi le orecchie. Poi andai in cucina, misi su la moka e aspettai il caffè. Fu tutto come fanno vedere nei film. Gesti dolci, poche parole, atmosfera estatica. Poi Vittoria andò in ufficio e io mandai l’articolo al giornale».

«Se non ricordo male, era scoccata da poco la pausa di metà mattinata quando mi misi a pensare al futuro. Una cosa che ultimamente mi ero promessa di non fare perché mi metteva ansia. E invece quel giorno no. Perché cinque-seicento euro lui, mille e duecento io, erano almeno mille e sette. Per l’affitto e il resto ne spendevamo e rotti, quindi avremmo potuto metterci qualche soldo da parte e poi chissà, chiedere un mutuo».

«I tipi della redazione accettarono l’articolo per intero. Anzi dissero che era perfetto e che ne aspettavano un altro. Così scrissi un pezzo sulla bioedilizia, tema a cui mi ero interessato grazie a un canale youtube di un ingegnere bresciano. Ci lavorai praticamente tutto il giorno».

«Dopocena, per curiosità, aprimmo per la prima volta il portale di quelli di Di Secondamano. E lì si ruppe il giocattolo. Fu come una doccia fredda. Come uno schiaffo che ti riporta alla vita reale. Alla merda della vita reale, sarebbe il caso di dire. Perché be’, insomma, era tutta una cazzata. Gli annunci in cui si vendevano gli oggetti più disparati, gli articoli messi di lato sulla destra, l’oroscopo, eccetera, erano roba messa lì soltanto per fare volume. Per essere più precisa, direi che erano esche che servivano ad attrarre persone sul vero scopo del sito. Cioè reindirizzarti su una pagina di escort. Mi viene da ridere, anche se non c’è niente da ridere e lo so. Però capisce? In che situazione del cazzo eravamo andati a finire?»

«Ovviamente si aprì una questione morale. Avevo un lavoro e dei soldi, ma il mio lavoro era sporco, in modo sottile forse, ma sporco. Che i soldi siano sempre sporchi è inutile specificarlo. Ma queste in fondo sono convinzioni mie. Quello che voglio dire… ho perso il filo. Vuole sapere se ci impelagammo in grandi orazioni? Niente affatto. Io arrivai abbastanza presto a constatare che gli articoli svolgevano sì la funzione di esca, ma non era detto che le esche avrebbero funzionato. Vittoria invece si chiese soprattutto se poteva considerarsi tecnicamente legale tutto ciò. Perché per lei, e non c’era discussione su questo punto, la mansione che mi chiedevano era criminale».

«Ora so che nella circostanza in cui siamo non posso più pronunciare la parola criminale con troppa leggerezza. E non lo farò. Però posso dire che fu una serata orribile. Ci versammo un paio di dita di whisky nel bicchiere, accendemmo una sigaretta e ci impegnammo a vederci chiaro. La bottiglia di whisky finì, il pacchetto di sigarette pure, ma la situazione non migliorò».

«Andammo a letto piuttosto rintronati. Se non fosse stato per il whisky, non credo che saremmo riusciti a prendere sonno. Il mattino seguente Vittoria andò in ufficio e io, vigliaccamente, oggi è così che sento di definire le mie azioni, ripresi a scrivere gli articoli».

«A lavoro valutai più volte di spiattellare tutto alle colleghe, ma non lo feci. Non mi andava di essere giudicata e poi avevo i postumi della sbornia. La sera io e Matteo evitammo di riaprire l’argomento per un bel pezzo, infine, verso le undici, fui io a dire che non si poteva andare avanti come se nulla fosse».

«Facciamo così, dissi a Vittoria, per questo mese gli mando questi articoli del cazzo, aspetto mi facciano il bonifico e poi li mando a cagare».

«Trovammo questo accordo. Un qualcosa che date le circostanze potremmo non perdonarci mai».

«Direi di andare avanti veloce, perché è così che le cose sono andate. I giorni trascorsero come in un limbo. Un limbo che si ripeté sempre uguale. Dal lunedì al venerdì lei andò in ufficio mentre io rimasi a casa a scrivere, il fine settimana prendemmo la macchina per staccare dalla città e farci le nostre camminate all’aria aperta e tersa della montagna. Poi martedì ventotto ascoltammo la notizia al telegiornale».

«Se quell’uomo ha perso la vita non è certo a causa nostra, questo va puntualizzato. Eppure noi in qualche modo c’entriamo in questa storia. Perché sono gli articoli che ha scritto Matteo ad averlo attirato sul sito, e poi da lì alla pagina delle escort. Ora, che noi non abbiamo alcun contatto né con quell’uomo né tantomeno con le escort è un dato evidente, che anche lei, per nostra fortuna, non ha messo in dubbio. Ma le immagini e le ricostruzioni parlano chiaro. Una coltellata sul fegato per non aver saputo aspettare il proprio turno… mi trema la voce ispettore, lo sente? È morto un uomo cazzo, è morto un uomo».

«Ma perché non ha chiamato i soccorsi? Perché l’escort ha fatto un gesto tanto violento e gratuito? Quelle macchie di sangue non me le toglierò più dagli occhi. E questo strano senso di colpa, e questo vuoto che inabissa le mie giornate. Il suono delle mie dita che battono sui tasti della tastiera del computer. La notte sogno tante piccole gocce di sangue sgorgare dai miei polpastrelli appena tocco la tastiera… il mattino mi sveglio grondando di sudore. E mi dico che non c’è niente che posso fare. Non c’è niente».

«In questa storia, commissario, noi ci siamo finiti senza volerlo. Che cos’altro posso dire? Siamo anche noi delle vittime, non è vero?»

«Prima di venire qui, di nascosto da Vittoria, ho chiamato la redazione Di Secondamano per dire che non avrei voluto i loro sporchi soldi. Nessuno mi ha risposto. Penso che manderò una mail. Il fatto è che, a posteriori, avrei preferito rimanere disoccupato. Avrei preferito marcire sul divano, litigare con Vittoria a causa della mia inattività e depressione. Ci sono momenti in cui le tempie sembra che stiano per esplodermi, ma poi non succede. Chiudo gli occhi e a poco a poco il dolore si sgonfia. È l’insensatezza dei fatti che mi manda fuori di testa. Non è la violenza fine a sé stessa, non è nemmeno la morte di un uomo innocente… È che mi chiedo perché? E perché io? E, seppure non ho risposte a questi quesiti, sento in qualche modo di essere colpevole. Vorrei che lei mi imprigionasse. Che trovasse il cavillo giuridico a cui appellarsi. Forse così potrei rigenerarmi, potrei espiare il mio peccato».

«Finirà che Matteo impazzirà, finirà che ci lasceremo. Perché io sono forte e troverò il modo di mettermi alle spalle questa brutta faccenda. Lui no. Lui si torturerà fino a perdere il senno e non ci saranno cose che potrò fare per aiutarlo. E allora lo sento, anzi lo so, il mio istinto di sopravvivenza mi porterà ad allontanarmi».


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