Caligo

di Niccolò Palombo
Copertina di Maria Rosa Comparato

La donna sta spingendo la sedia a rotelle lungo Corso Italia. Alla sua destra vede il mare: le previsioni hanno dato pioggia per tutto il fine settimana e ora tira aria di burrasca. Il mormorio ritmico e suadente delle onde la invita a guardare la processione delle creste bianche che nascono nel buio e muoiono a riva.

Pensa che assistere allo spettacolo del mare che si gonfia e si increspa ululando ogni volta che si abbatte sugli scogli sia un privilegio raro, una confessione intima che la natura concede solo a pochi privilegiati. Le nuvole all’orizzonte si fanno sempre più basse e sembrano veleggiare sulla superficie increspata del mare: fluttuano come sospiri lungo le creste scure dell’acqua, arrivano a tentare la riva con dei tentacoli bianchi e lattiginosi.

«Sta arrivando il caligo. Ti ricordi quando è stata l’ultima volta?», dice rivolta verso sua madre; questa ha un gomito sul poggio della sedia a rotelle e sta guardando verso la bruma scura e distante dell’orizzonte. Sospira e sembra non sentire nulla all’infuori del soffiare incalzante e lento dell’aria di mare. La donna tace; crede che la madre stia pensando all’intervento, crede che le faccia male ancora lo stomaco.

«Va tutto bene?»

Questa volta la vecchia sembra risvegliarsi e risponde alla figlia dopo un cenno della testa. «Sì. Perché non posso camminare un po’, Veronica?», la guarda con gli occhi supplicanti di un bambino che chiede di poter avere una caramella. Veronica pensa che quello stesso sguardo sua madre se lo sarà sentito puntare addosso un sacco di volte quando era più giovane: ora è lei che chiede, discreta ma insistente come farebbe una figlia ben educata. Le sfugge un sorriso, pensando che le parti adesso sono invertite e che, in fondo, è proprio così che vuole la vita.

«Tra poco, mamma. Ora stai ferma, ti sei appena seduta».

La vecchia sospira di nuovo ma non dice nulla. Ritorna a guardare verso le increspature aspre e schiumose del mare.

Lampioni e fari simili a lucciole che ballano nei vapori della salsedine saettano davanti a Veronica, mentre continua a spingere la sedia a rotelle e si guarda intorno con la stessa aria di chi ha bisogno di tempo per riconoscere le tracce lasciate molto tempo prima in un posto ormai abbandonato; constata che, con un clima del genere, non sono molte le persone che hanno deciso di uscire. I pochi passanti che percorrono quella strada simile ad un serpente marino sembrano tutti uguali nella penombra: un bus si ferma con uno sbuffo, vomitando persone con l’aria persa nel vuoto. I loro occhi sono distanti e vacui, fissano cose che gli altri sembrano non vedere. Dentro ai finestrini annebbiati dalla condensa centinaia di occhi dubbiosi e persi sembrano guardare Veronica con la stessa aria. Un corridore le sfreccia accanto: anche la sua espressione è vuota e la sua faccia indistinta, persa nella penombra di una sera autunnale.

Impercettibili goccioline portate dal vento si depositano sulla giacca di Veronica e sulle sue guance come se volessero lavarle via il trucco e ricordarle che in fondo anche la sua faccia è identica a tutte quelle che oscillano perse in mezzo al caligo.

«Hai freddo?» le domanda, scacciando da sé quel pensiero appiccicoso e umido. Pensa che, se parla, le forme dei fantasmi nella bruma la lasceranno in pace e il loro silenzio ovattato non potrà farle male.

«No», mormora la vecchia, «Rallenta. Possiamo fermarci qui?»

Gli occhi spaesati e supplicanti della madre si posano su Veronica, che si è chinata per ascoltare quel sibilo smorzato dal tuonare della risacca.

«Sì, stai attenta però. Tieniti alle maniglie o alla ringhiera».

Il vento accarezza i cappucci delle due donne e le invita ad osservare il viavai dei nuvoloni carichi di acqua in cielo, che in lontananza iniziano a confondersi con il bianco opaco del caligo; quando era bambina Veronica si divertiva a immaginare le nuvole come delle pecore che giocano a rincorrersi, mentre ora pensa che siano più simili al dondolare delle fronde degli alberi della sua casa in Trentino durante il temporale. Si chiede che cosa ci veda sua madre, che non ha ancora staccato gli occhi di dosso all’addensarsi cospiratore e silenzioso di nubi lungo la linea dell’orizzonte. Le ricorda che il dottore vuole visitarla ancora martedì per prescriverle nuove medicine. Probabilmente il suo medico non vorrebbe vederla lì fuori al vento durante la convalescenza; glielo dice, omettendo di sottolineare che anche lei è d’accordo con lui. Non vuole che quegli occhi pietosi la guardino e la accusino di farle un torto, come fanno sempre. È stanca di quello sguardo.

Sua madre sembra non sentirla. Rimane in contemplazione del mare e delle flebili luci di una nave che si allontana lentamente verso Est. Le sue mani incartapecorite sono avvinghiate alla ringhiera come farebbero quelle di una sopravvissuta con il braccio robusto di un soldato.

«Perché non mi lasciano andare?»

«Cosa?»

«Perché non la piantano? Io sono vecchia. Non ha senso che tutti si dannino l’anima per me. E per cosa poi? Per farmi andare in giro in sedia a rotelle?»

Veronica rimane ferma e immobile come se volesse evitare che le lame lanciate nel vuoto da sua madre tornino indietro come un boomerang e la feriscano.

«Ma cosa dici mamma?», bisbiglia, ma prima si volta verso uno di quei fantasmi che brancolano nella nebbia alle sue spalle, un fantasma con un berretto e uno zaino che scherza al telefono. «E poi la sedia a rotelle è solo temporanea, lo sai. È perché non devi affaticarti».

Invece di continuare si ferma, pensando a cosa altro può dire. Borbottare qualcosa sul fatto che con il cancro non si scherzi? Oppure ricordarle che la radioterapia non è una cosa da prendere alla leggera? Crede che qualsiasi cosa possa uscirle dalla bocca, in fondo, non abbia importanza. In lontananza le luci si arrampicano per Via Cavallotti, e le campane della chiesa di Boccadasse rintoccano distanti: pensa che deve lasciarle fare, magari loro avrebbero portato via quel silenzio surreale, visto che né il mare né gli sbuffi delle macchine riuscivano a farlo.

La vecchia inizia a parlare a fatica, e la sua voce si confonde con gli ultimi rintocchi.

«Ieri sera ho visto mia madre prima di addormentarmi, sai? Era giovane e bella. Giocava in mezzo alle margherite con Lu. Sembrava felice. Sorrideva e mi guardava».

Dopo che l’eco delle ultime campane si disperde, vibrando, nel vuoto, il silenzio inghiotte le due donne e piomba addosso a Veronica come un masso. Deglutisce.

«Un bel sogno».

«Sogno? Mi chiedeva perché non venissi con lei. Stamattina la camera aveva il suo profumo; sapeva di rosmarino e di salvia. È rimasta a guardarmi mentre dormivo, come prima dell’intervento».

Poggia i suoi occhi languidi e rossi su Veronica, che si sente sprofondare lentamente.

Tentenna prima di mettere insieme una risposta. «Non dire assurdità», mormora distogliendo lo sguardo.

Non dire assurdità? Questo è il massimo che riesco a dire? Annaspa; le parole si fermano sul fondo della gola perché non riescono ad oltrepassare il nodo che le ostruisce la trachea. Si ricorda bene quando ha già visto quegli occhi spenti e vacui, mentre un brivido che non è di freddo le scuote le interiora. Poco prima del cancro, quegli occhietti affossati e inquieti avevano individuato dove Veronica teneva le sue pastiglie per addormentarsi; sua madre indugiava a fissarle ogni volta che credeva che sua figlia non se ne accorgesse. Guardava le pillole e poi la sedia; perché erano in alto, nell’ultimo scaffale dell’armadietto. Aspettava il momento giusto per poterle prendere. “Quando?” sembrava chiedersi, “Quando?”

La vecchia si era poi dovuta arrendere, smarrita e impotente, quando si era accorta che ormai il barattolo degli psicofarmaci fosse sparito. “Perché mi hai fatto questo?” le avevano domandato in silenzio quegli occhietti stanchi.

Un altro brivido scuote Veronica e la riporta indietro a quello che era successo qualche settimana dopo che aveva nascosto le pillole: si chiede se l’espressione che adesso ha in volto sua mamma non sia identica a quella che le aveva rivolto quando si era accorta che erano spariti tutti i coltelli da casa.

Anche quella volta sembrò accusarla e ora questo ricordo le punge lo stomaco. Cosa avrei dovuto fare?, pensa, lasciare che continuasse a tagliarsi apposta?

«Non la vedevo giovane da troppo tempo», continua sua madre, «me la ricordo vecchia e stanca, come tu ti ricorderai di me. Diceva sempre che essere vecchi è come essere paralizzati: la città cambia e si evolve ma tu non puoi più crescere con lei. Sembra di essere un peso per tutti; devi dipendere da tutti».

Veronica si sfrega le mani intirizzite dal freddo, contorcendole. Mentre i suoi pensieri viaggiano liberi, la forza della sua stretta aumenta. Sua madre è ingiusta con lei, come lo è sempre stata. Deve sempre passare come la vittima della storia, come colei che si carica addosso il peso del mondo e lo trascina facendolo notare. Ogni volta che la guarda, Veronica sente i suoi sospiri carichi di disapprovazione e ha l’impressione di parlare con una persona che ha conosciuto solo a tratti: rimane solo una maschera di finti rimpianti e di solitudine che la squadra e le ricorda che non è speciale, che è esattamente come tutti gli altri.

«Perché devi sempre dire così?» alza la voce, per fare in modo che anche il mare nero e indifferente davanti a lei senta le sue ragioni. «I medici ti stanno sempre dietro e si preoccupano per te; non lo fanno certo per farti un favore o per accusarti di qualcosa. Io stessa sono qui per te, anche se non l’hai mai notato».

E probabilmente non lo noterai mai, ma questo non lo dice.

Fissando l’espressione pietosa che ha in volto sua madre mentre guarda verso il caligo, Veronica si lascia tentare dal presentimento che i tagli e le occhiate ai suoi psicofarmaci siano solo modi per richiamare l’attenzione, per rammentarle che la protagonista di quella storia è ancora lei, anche se vecchia. Depressione? Ansia? No, solo manie di protagonismo di una vecchia tornata bambina.

Proprio il volto di quella bambina rugosa si gira e la scruta e, per un istante, Veronica crede di riuscire a scorgere l’identità dei fantasmi umidi e senza volto che le passano accanto ogni giorno e la guardano indifferenti e lontani, come se per loro lei non esistesse. Si sforza di non perdere quell’impressione, mentre il vento lotta per strappargliela e gli occhi vacui e stanchi di sua mamma ritornano a perdersi nell’acqua.

La vecchia continua a stringere la ringhiera e a scrutare lungo i bordi frastagliati delle crespe marine ma questa volta Veronica non si accorge che sul suo volto è comparsa un’espressione strana, aliena. Distante da lei tanto quanto le sagome indefinite e baluginanti degli spettri che vagano persi nella nebbia.

«Inizia a piovere», mormora Veronica, «Rientriamo?»

Silenzio.

Il caligo inghiotte le sue parole, e le trascina sul fondo buio e nero delle profondità marine.


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