Morto Emilio

di Fabrizio Pelli
Copertina di Maria Rosa Comparato

Sarebbero stati diciassette. Se Emilio Punto, il postino, si fosse deciso a raccogliere le sue poesie in tomi da trenta ciascuno, i libri sarebbero stati diciassette. Gli abitanti di Maggia Fiorita che ogni giorno ritiravano la posta, ricevevano con essa anche una piccola busta color avorio. All’interno c’era sempre una poesia scritta a mano su un foglio vagamente più chiaro dell’involucro. Non recava firme, né dediche, ma solo alcune righe d’inchiostro.

Punto ci ha lasciato proprio ieri, il 17 agosto, schiacciato per errore sotto al frigorifero. Stava prendendo il latte dalla scorta poco prima di andare al lavoro e la vedova ha raccontato che, durante la caduta, il poeta ha esclamato «Purè di me».

Emilio scriveva di getto. O, forse, sarebbe meglio dire che scriveva di-retto: di retto perché, racconta la moglie, scriveva sempre e rigorosamente in piedi, e mai è capitato che scrivesse in posizione diversa da quella; di retto perché “espelleva”, per così dire, le parole solo al momento opportuno, ritenendole finché la poesia non fosse matura, similmente a come non si defeca ovunque, ma solo e, si spera esclusivamente, sul gabinetto; e, infine, diretto perché nulla, nemmeno la rilettura, si interponeva tra il momento della scrittura e quello della consegna.

Le chiacchiere, anzi, le polemiche su Emilio si erano sprecate quando, nel luglio di qualche anno fa, una piccola busta era stata recapitata alla casa dei Marini. Era diretta, in particolare, al giovanissimo Luchino, persona notoriamente disordinata. La lettera conteneva, come sempre, una poesia che, agli occhi dell’oggi, non parrebbe così innocua.

Un giorno come altri perdi i giochi

E li confondi con le cose altrui,

Senza fare caso che già son pochi

Quelli non persi in luoghi bui.

Un giorno, poi, perdi la verginità

Senza saper dove sia finita:

Smetti di cercarla, sia qui che là,

Perché essa sarà sparita a vita.

Quello che è successo dopo diventò fatto di cronaca: Luchino venne riportato a casa da Punto, diciassette ore dopo la sua sparizione. Alla gogna popolare il poeta rispose con una poesia. Il testo brevissimo, dal titolo Condizioni Fondamentali della Polemica, venne affisso nella bacheca esterna del Bar Sport e recitava, in due incisivi quinari:

Questo titolo

È troppo lungo.

Al di sotto, scritta a caratteri più piccoli, una risicata postilla dell’autore recitava che «questi genitori non sanno proprio mantenere la calma: uno gli riporta pure il figlio e questi chiamano la polizia».

Punto solo dopo ha compreso le sue necessità: al processo, il giorno 17 gennaio 2017, si è presentato con una tunica nera, un colletto bianco e una lunga collana con un crocifisso che pendeva come un impiccato sul suo ventre. Chiunque, alla vista di quella pietosa scena, sarebbe stato d’accordo che fosse la miglior rappresentazione immaginabile del detto L’abito non fa il monaco. La scelta originariamente consisteva in qualcosa di ben più drastico: avrebbe voluto non solo diventare uomo di chiesa, ma farsi prete. «Per coerenza», ha raccontato la moglie, «Diceva che, se veramente fossero stati i bambini a piacergli, allora forse avrebbe dovuto prendere la strada che più lo avrebbe rappresentato. Da qui l’idea di farsi prete».

Il giudice lo ha condannato a otto anni di lavori socialmente utili. Nello specifico avrebbe continuato a fare il postino, e Punto, pur speranzoso in un pensionamento imminente, ha accettato di buon grado la sentenza. La cronaca locale aveva, poi, riportato che Punto avesse esclamato «Tornerò a fare ciò che amo», suscitando l’evidente panico nei genitori presenti in aula. All’epoca la stampa lo ha definito un caso ambiguo di «amore per il proprio lavoro», questa rivista, invece, l’aveva chiamata «simpatica incomprensione», ma, ad oggi, il titolo sarebbe «Scandalo in aula a fine processo: si sospetta una recidiva».

Scontata la pena, pur non diventando prete di fatto, il “poeta delle lettere” ha deciso di dedicare la restante parte della sua vita alla chiesa e ai bambini della parrocchia. Lì ha lavorato come educatore, o come tuttofare a seconda delle necessità, pur continuando a scrivere poesie. L’apprezzamento maggiore è arrivato non a caso da parte del parroco, che ha onorato Punto con il titolo di “compositore dei canti cristiani della diocesi di Maggia Fiorita”. Molto prolifico di natura, il neoeletto compositore garantiva un nuovo canto a settimana: parole e musica. Ogni domenica, infatti, il coro dei bambini, seppur sempre meno numeroso, intonava un canto diverso.

Col tempo, Emilio è stato amato da tutti in parrocchia: dai grandi e dai piccoli. Solo i vecchi, quelli rimasti, non sono riusciti a riaccettarlo nella comunità, «Perché, per quanto la gente cambi, in realtà non cambia mai», dicevano, «Nemmeno il buon Dio, che un giorno ci punirà di nuovo per quello che, maledettamente, siamo».


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