Ñ

di Antonio Panico
Copertina di Pablo Follieri

Dopo che Fresno si tolse la vita furono in tanti a chiedermi di scrivere due parole per lui in nome della nostra vecchia amicizia. All’epoca mi rifiutai di farlo, adesso sento invece che il tempo sufficiente per poter raccontare una storia sia passato e allora racconto. A pensarci bene, non scrissi nulla per evitare di scrivere ciò che sto scrivendo ora: e cioè che fu la parabola della rivista Ñ a far sprofondare Fresno in un abisso da cui sarebbe difficilmente risalito. E il motivo per cui non volli scriverlo è evidente: i suoi cari non sarebbero certo rimasti contenti di sapere che fosse morto per una stupida rivista letteraria di cui, sicuramente, non avrebbero capito la ragione d’esistere.

Fresno fondò la rivista Ñ con l’aiuto di Rina, illustratrice e sua compagna, e un altro scrittore che ha fatto un po’ di strada e non credo sarebbe contento se scrivessi il suo nome. La rivista, come tante altre dello stesso tipo, ospitava racconti brevi ma Ñ aveva la peculiarità di cercare testi scritti in una lingua che si situasse in mezzo tra l’italiano e lo spagnolo, una lingua della cui esistenza Fresno si persuase leggendo vari autori, uno su tutti Carlo Coccioli e se non sapete chi sia, be’, sono cazzi vostri.

La rivista non aveva un tema e ogni autore poteva partecipare con un testo inedito rispettando il limite di cartelle imposto dalla redazione. Nel manifesto, però, i fondatori, crearono una specie di canovaccio sulla lingua da impiegare che, non esistendo nella realtà, doveva essere normata almeno per principi generali. Venivano, per esempio, accolti racconti scritti in italiano in cui, però, si utilizzavano il gerundio o i neutri alla spagnola o in cui, saccheggiando parole dal dizionario spagnolo, si recuperavano sostantivi, verbi e aggettivi ormai fuori uso nella nostra lingua. Ai partecipanti veniva lasciata ampia libertà: in sostanza dovevano dimostrare di fare un tentativo in quella direzione; scrivere scegliendo due lingue anziché una sola. Il progetto sembrò fragile fin dall’inizio. Se non altro la rivista Ñ, con l’uscita del primo numero, ebbe il merito di raccogliere biografie molto interessanti, storie di sincretismi e sradicamenti che diedero al primo numero una consistenza anche se rimanevano dubbi sugli sviluppi futuri. Sulla falsa riga del primo numero, nel giro di tre mesi uscì anche il secondo composto da cinque racconti scritti da italiani che vivevano in Messico e in America Latina.

Fu con il terzo numero di Ñ che emersero i primi problemi. Innanzitutto, la rivista era illustrata da una persona sola, Rina, che per quanto talentuosa incominciava ad avvilire e stancare i pochi lettori. Poi c’era l’altro scrittore – il cofondatore – che in un momento di lucidità gli spiegò che se si fossero fermati al terzo numero sarebbe stato meglio e Fresno questa cosa non la mandò giù; dopo pochi giorni gli mandò un’e-mail e gli scrisse che sarebbero andati avanti senza di lui. Tutto sommato la rivista restò in piedi. Nel giro di poco tempo divenne pure cartacea grazie all’accordo con un tipografo parente di Coccioli, uno dei pochi nella cerchia del compianto autore toscano a prendere sul serio l’iniziativa della rivista Ñ. I primi tre numeri vennero quindi stampati e resi disponibili in alcune librerie indipendenti, dal sito internet le lettrici e i lettori potevano anche ordinare la loro copia cartacea che sarebbe stata consegnata a domicilio. Rina e Fresno si sentirono incoraggiati dalle foto della rivista sugli scaffali, ma presto si posero dei problemi sulla sostenibilità del progetto, non molto diversi da quelli che poneva il cofondatore di Ñ: dove avrebbero trovato testi scritti in una lingua che non esiste? Una volta trovati, come avrebbero mantenuto il livello medio-alto?

In effetti gli scrittori che mandavano racconti erano sempre meno e il discorso della lingua di mezzo si prestava a interpretazioni superficiali e goliardiche. I nuovi autori mostravano scarso impegno e, a differenza dei primi, sembravano aver imparato lo spagnolo su di una petroliera a largo del Venezuela o vendendo il fumo per le strade di Barcellona. Rina e Fresno, ormai soli in quell’avventura, incominciarono ad arruolare scrittori mediocri, degenerati che a fatica arrivavano a riscrivere i testi almeno una volta. Per un momento si illusero pure di aver dato vita ad una nuova corrente letteraria, poi capirono che il quarto numero faceva schifo e che quello successivo avrebbe fatto ancora più schifo e a quel punto decisero di chiudere i battenti. Per quanto la sua sopravvivenza materiale non dipendesse certo da Ñ, la fine della rivista fu un brutto colpo per il suo fondatore. Fresno si scoprì impreparato davanti a quel fallimento, un giorno andò pure a Firenze per parlarne con quel tipografo che lo aveva sostenuto, il cugino di secondo grado di Coccioli che gli sembrò un uomo altezzoso e privo di equilibrio mentale, proprio come lui che camminava guardando le acque limacciose dell’Arno con la voglia di buttarsi.

Nonostante il livore che aveva accumulato nei confronti del mondo, quel fallimento non lo aveva abbattuto del tutto e credo, ma questo è solo un mio parere, che fu un viaggio di Rina a dargli il colpo di grazia: la sua assenza fece deflagrare i conflitti interiori di un giovane che non riusciva a rinunciare ai piaceri del vittimismo. C’è da aggiungere anche un’altra cosa. Lui e Rina formavano una coppia che si poteva definire aperta e lei trascorreva almeno un mese all’anno fuori città, con un altro uomo. Per qualche giorno, preso dal dolore, pensai pure che Rina lo avesse lasciato appositamente solo. Come poteva pensare che la sua partenza non avrebbe avuto contraccolpi? Era così concentrata a girare intorno al suo ombelico da non rendersi conto di quanto soffrisse il suo uomo?

Fresno se ne andò in una torrida giornata d’agosto, nel mezzo di una settimana in cui apparve particolarmente svogliato e distratto. Con chiunque parlava diceva cose strane, si vantava che le vacanze non le avrebbe fatte e che avrebbe risolto il problema del caldo tenendo le persiane abbassate tutta la giornata. Nella cerchia di conoscenti erano tutti un po’ stanchi del suo profilo da soccombente o semplicemente erano presi da problemi più seri rispetto a quelli che esponeva loro Fresno. Del giorno del funerale non riesco a scrivere, forse per parlare di quelle due ore non è passato ancora il tempo sufficiente, ecco. All’esterno della chiesa mi trattenni a parlare con l’altro scrittore, il cofondatore della rivista Ñ. Come sempre quando succede qualcosa del genere, ci sembrò che fosse finito tutto il mondo e non solo un nostro amico, che l’ora di cenare, fare due passi o portare il cane a pisciare non sarebbe mai più arrivata. Ma la cosa che mi colpì più di tutte fu quando mi disse che Fresno degli ultimi giorni gli aveva ricordato il Fabrizio Lupo del romanzo di Coccioli. «A che cosa ci è servito leggere tutti questi libri se poi non capiamo niente?» disse, e se non avete letto Fabrizio Lupo, be’, sono cazzi vostri.


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