La Ferita

di Lorenzo Vargas
Copertina di Alessandro Polidoro Editore + Susan Orlok

Nel Novembre del 2021 Lucio Leone pubblica per Alessandro Polidoro Editore La Ferita, la casa editrice ce lo manda e siccome siamo gente solerte ci muoviamo solo adesso.

Restate in ascolto per le ultimissime novità.

La Ferita segue le vicende di un anonimo protagonista e del suo insolito lavoro: incidere il corpo dei suicidi per penetrarne l’inconscio e fermarli prima che compiano l’insano gesto. L’obiettivo è un vago “salvarli”, ma in cosa consista questa salvezza non lo sapremo mai. Sullo sfondo una città vaga e morta, un’epidemia di depressione che sta falcidiando la popolazione e un paio di personaggi secondari pittoreschi quanto oscuri.

Ci sono due modi per parlare di questo libro e il primo è passando per la storia che sceglie di raccontare: quella di un operatore sovrannaturale in un mondo complessivamente realistico. Questa strada ci lascia in mano con quello che sostanzialmente è un romanzo incompiuto.

La storia apre su un personaggio che continua a presentarsi come un professionista in quello che fa, se non fosse che il suo lavoro non lo vediamo mai davvero portato a termine. Senza questo metro di paragone il fallimento delle missioni diventa un concetto vago, specie se ne consideriamo un contesto dove i clienti sono già morti. Anche se la scelta viene spiegata nel finale, costringe comunque il lettore a un senso di incompletezza difficile da scrollarsi di dosso. Questo discorso vale anche per altri elementi del romanzo. La misteriosa ragazza cangiante dagli occhi verdi, introdotta e abbandonata nella prima parte, la coppia di creature siamesi buone per due capitoli che orbitano intorno al climax, o il barbone che parrebbe aprire a qualche comprensione profonda del testo, prima di svanire nell’eco di un paio di considerazioni sulla natura del tempo percepito.

“Ancora non hai capito?” chiedono al protagonista e la domanda non è rivolta solo a lui, ma anche al lettore che cerca di guadare le pagine alla ricerca di un qualche briciolo di chiave di lettura.

Questo metodo di analisi è, a conti fatti, pretestuoso.

A Leone non interessa immergere il lettore nell’ambientazione raccontata. Capire non è il punto di questa narrazione, in cui veniamo invitati con l’inganno a partire dalla scheda dell’editore con la dicitura “favola nera”. La Ferita come ci viene presentata non esiste. Quello che troviamo nelle pagine invece è un gioco metanarrativo sul pastoso percorso di convivenza con depressione e lutto, un periodo confuso, senza spiegazioni, pieno di simboli che potrebbero avere senso o no. La nevrosi del depresso mette in fila elementi per razionalizzare un disegno: così il protagonista del libro che proietta il proprio dolore su quello degli altri, il proprio fallimento su quello dei clienti suicidi e a sua volta è egli stesso proiezione di un ulteriore figura.

In quest’ottica il valore de La Ferita è quello di un esercizio di immedesimazione, il percorrere disorientati gli spazi mentali dei morti, il loro dolore solamente intuito, il reticolo di segni da riempire di significato a proprio piacimento e l’efficace, immanente figura dell’albero di pietra (l’unica metafora esplicita) all’ombra del quale il protagonista compie la propria personale catabasi.

La stessa scrittura, violentemente in medias res, un susseguirsi di scene prive di soluzione di continuità arrotolate sulle considerazioni esistenziali dell’io narrante, serve il medesimo obiettivo: di rimuoverci dal tempo, che in una patologia come quella depressiva perde di significato, si dilata fino a sparire.

Tutto questo basta a colmare i vuoti strutturali menzionati prima? Assolutamente. È abbastanza a coprire il retrogusto d’insoddisfazione delle scelte narrative? No.

Anche con la chiave di interpretazione offerta dal finale e la brevità del testo che potrebbe incoraggiare una seconda lettura più consapevole, al romanzo avrebbe giovato indugiare maggiormente sui propri temi e apparizioni.

In fondo Leone ha scelto uno strumento con specifiche potenzialità ed è un peccato non vederlo utilizzato al meglio.

Al netto di pregi e tutto sommato trascurabili difetti, La Ferita è soprattutto un lavoro in cui l’autore è riuscito a trasmettere una necessità. Il tema non è solo qualcosa da raccontare a un pubblico, ma probabilmente qualcosa di vissuto in prima persona, una ferita da cicatrizzare tramite l’atto della scrittura.

Per ampliare la struttura ci sarà sempre tempo. L’importante è che non manchino le fondamenta.


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