Subalternan Homesick Blues

di Emmanuel di Tommaso
Copertina di Simon Luca Katalin

Alexa uscì dal bagno nuda e iniziò a cercare qualcosa nella camera. Dal letto Panagiotis la osservò mentre fumava l’ultima sigaretta che gli era rimasta: le luci al neon dell’appartamento illuminavano docilmente le forme aggraziate del corpo di lei, le gambe slanciate, i fianchi stretti, i seni morbidi; la bianchezza della pelle contrastava con lo scuro dei capelli corti, mentre dal centro del volto spigoloso il verde degli occhi irradiava una tenerezza spasmodica. È la più bella e la più triste delle mie puttane, pensò Panagiotis; poi la vide riversare a terra il contenuto della sua borsa e si chiese cosa diavolo stesse cercando.

«Ho bisogno di grana, Panagiotis. Almeno cinquecento carte».

Il modo romantico con cui riusciva a dire trivialità del genere era quello che più di ogni altra cosa lo faceva impazzire di lei.

«Che ci devi fare con tutti questi soldi, Alexa?».

«Ho bisogno di un taglio dal parrucchiere, devo comprarmi dei cuscini e dei trucchi, un nuovo costume da bagno, e poi guarda questa borsa, ti pare che possa andare in giro in questo modo?».

«Un costume da bagno? Fuori c’è la glaciazione perenne e tu devi comprare un costume da bagno?».

Entrambi si girarono a guardare oltre le finestre dell’appartamento, nella speranza di intravedere una faglia, un punto di cedimento, qualsiasi cosa potesse far gemere quella bianca bufera eterna di ghiaccio e di neve in cui era piombato il mondo.

«Ti amo, Alexa», disse Panagiotis.

«Lo so che è quello che dici a tutte, stronzo».

Allora lui si alzò dal letto per abbracciarla e baciarla, lei oppose resistenza trasformando il bacio in un morso e respingendo il suo amante di nuovo verso il letto. Poi si piazzò davanti a uno specchio, indossò le calze a rete rosse e un reggiseno dello stesso colore e contemplò la propria immagine riflessa improvvisando una tenera sfilata di moda.

«Dimmi che sono bella».

«Sei bella come un sogno».

«Dimmi che domani verrai con me».

Panagiotis spense la sigaretta nel posacenere e cominciò a vestirsi a testa bassa. Sapeva che quello poteva essere un addio. Le rispose che era pazza: i viaggi clandestini per Marte erano molto pericolosi, in pochi riuscivano realmente a partire, e di quelli che ce la facevano non si sapeva più nulla.

«Quindi qual è il tuo piano? Continuare a sbranarci a vicenda finché non moriremo tutti qui nel gelo?».

«Aspetta qui con me. Verranno a prenderci».

«Sei un idiota se pensi questo. I ricchi e potenti ormai sono già in salvo su Marte. Qui a marcire siamo rimasti solo noi, la feccia dell’umanità. Perché dovrebbero tornare a salvarci?».

Panagiotis ricevette un messaggio sul cellulare: Sono qua fuori, ti aspetto.

«È Pavlov, devo andare».

Alexa cominciò a urlare.

«Sei una merda. È così che mi ami? Abbandonandomi?».

Panagiotis la strinse fra le braccia per qualche minuto, fino a quando la sua rabbia non si sciolse in un pianto sommesso.

«Buona fortuna, Alexa. Spero di rincontrarti presto», le disse prima di uscire dall’appartamento. Attraversò un breve cortile tempestato dalle raffiche di maestrale e di grandine ed entrò nella nave di Pavlov senza voltarsi indietro e cercando di ignorare Alexa che gemeva sulla porta di casa. Salutò l’amico prima che la nave si alzasse in volo partendo alla velocità della luce.

«Dov’è esattamente che stiamo andando?».

«Laguna, una colonia di ispanici insediata nell’orbita lunare».

Panagiotis concentrò lo sguardo davanti a sé tentando di penetrare la tempesta di nebbia e di ghiaccio.

«Ti ricordi com’è fatto l’orizzonte, Pavlov?».

«Mi ricordo solo che era bello e dolce e profondo, quasi come la figa delle donne».

Poi Panagiotis chiuse gli occhi e provò ad addormentarsi, ma quell’idea che non avrebbe mai più rivisto l’orizzonte turbò il suo riposo.


«Perché mai dovremmo fidarci di voi fottuti stronzi cannibali interstellari?».

L’accoglienza su Laguna non fu calorosa, ma Panagiotis e Pavlov c’erano abituati: i primi contatti con le nuove comunità erano sempre burrascosi.

«Tu sei quello che chiamano “Il macellaio”, giusto?».

Panagiotis non disse nulla e fulminò con lo sguardo Pavlov, intimandogli di fare lo stesso. Si guardarono intorno. Dalla sala riunioni in cui si trovavano potevano ammirare tutta la colonia nella sua asettica immensità.  Laguna era improntata su un regime collettivista di ispirazione castrista instaurato da un élite di ex-abitanti dell’America Latina. Grazie a un ottimo livello tecnologico e a buone conoscenze nel campo dell’ingegneria agraria, i coloni riuscivano a produrre in laboratorio frutta e verdura che venivano razionalizzati equamente fra i membri della comunità. Era tuttavia evidente che quella produzione non fosse sufficiente a garantire la sussistenza di tutti i membri della colonia.

«Siete voi che ci avete chiamato, noi siamo qui per fare il nostro lavoro. Diteci cosa dobbiamo fare. Non abbiamo molto tempo da perdere», disse a un certo punto Pavlov, spazientito.

Lauren Trueba era la Leader della colonia, un’uruguayana dagli occhi di ghiaccio e di poche parole. Se ne stava al centro della sala appoggiata a una finestra a vetri trasparenti che affacciava sul lato oscuro della via Lattea, quello al cui limite giace Saturno. Lauren Trueba non si era ancora espressa, muoveva le pupille da un lato all’altro della sala inseguendo le voci come se stesse assistendo a una partita di tennis. Tutti in quella sala sapevano che l’ultima parola sul da farsi spettava a lei. Per questo quando iniziò a parlare piombò un silenzio assoluto nella sala.

«Ditemi: è un bel giro d’affari questo del commercio di carne umana?».

Pavlov e Panagiotis si scambiarono un’occhiata diffidente. Non si aspettavano quel genere di domanda.

«Quanti soldi chiedete per un chilo di carne?».

Si alzò un brusio di indignazione. Panagiotis si schiarì la gola prima di rispondere.

«Non servono più a nulla ormai i soldi. Sulla Terra vige il baratto. Noi chiediamo una quota fissa del 30% della carne che lavoriamo. In parte la teniamo per noi, in parte la scambiamo con altri beni primari come vestiti, medicine, legna per il fuoco, e quel poco di cibo che è rimasto lungo la Via Lattea. Lavoriamo solo la carne dei defunti, non siamo assassini. Quello che voi chiamate cannibalismo, per noi è sopravvivenza».

Poi tornò il silenzio, interrotto solo a tratti dal fluire di acqua nelle tubature, e dal gocciolio di quella stessa acqua che fuoriusciva da una qualche perdita disperdendosi sulle superfici delle cose che giacevano nella sala.


«La colonia sta morendo di fame. L’inverno galattico è stato gelido e buio; abbiamo perso gran parte del raccolto. Non c’è più cibo. I neonati muoiono dopo pochi giorni dalla nascita. Se ci vedete diffidenti, non è per questioni etiche o morali; l’istinto di sopravvivenza in noi ha già preso il sopravvento. La vera domanda che ci poniamo è se ne vale la pena; se ci può essere ancora speranza per noi».

All’ascoltare quelle parole, pronunciate da Lauren Trueba mentre fissava attraverso la finestra il buio infinito dell’Universo, Panagiotis ebbe un sussulto.

«Torneranno a prenderci».

«Come fai a esserne così sicuro?», qualcuno gridò dal fondo della sala.

«Perché noi siamo poveri e miserabili, i subalterni dell’Universo. I ricchi e potenti che ora vivono su Marte hanno bisogno di noi per poter continuare a essere ricchi e potenti. È una questione di distribuzione della ricchezza e della fatica».

Lauren Trueba si voltò verso di lui e lo guardò fisso negli occhi. Il macellaio proseguì.

«Al momento siamo naufraghi nella tempesta. Dobbiamo sopravvivere con ogni mezzo, in attesa che torni la quiete».

La Leader rimase qualche secondo a riflettere scrutando i due terrestri. Poi fece segno ai suoi uomini di procedere.

«Non sarà un lavoro come tutti gli altri. Se non ve la sentirete di farlo, lo capiremo benissimo. Il dottor Beniamino Ortiz vi spiegherà tutto».

Salutò con un inchino e lasciò la sala accompagnata da un triangolo di seguaci. Il dottor Ortiz si presentò e li condusse attraverso un lungo tunnel semibuio. Proseguirono per almeno un chilometro; più andavano avanti, più il gelo cresceva intorno a loro mordendogli la pelle e le ossa. Durante il tragitto, Pavlov chiese al dottor Ortiz se credesse nel collettivismo comunista che vigeva su Laguna. Ortiz rispose che l’essere umano per vivere ha bisogno di sogni, ed è difficile poter sognare se non puoi avere più di due pomodori a settimana. Poi arrivarono davanti a una cella frigorifera. Il dottor Ortiz aprì il portellone premendo un tasto verde sulla parete. Sudava freddo e aveva gli occhi spenti come quelli dei morti.


Nella cella frigorifera giacevano i corpi senza vita dei bambini di Laguna, una ventina in tutto, di età compresa fra i cinque e i dieci anni. Erano stati riposti su grigie lastre di marmo ed erano vestiti di sole tuniche bianche che gli arrivavano ai tendini.

«Cos’è successo?», chiese Pavlov al dottor Ortiz con il filo di voce che gli era rimasto.

«Stiamo ancora cercando di capire. L’ipotesi più plausibile è che si tratti di un virus celebrale alieno portato dalla malnutrizione e dal freddo. È stata una cosa fulminante, come un aneurisma. La loro mente è sprofondata negli abissi improvvisamente».

I due terrestri lasciarono gli strumenti di lavoro a terra e cominciarono ad aggirarsi fra i bambini morti. Cominciarono a toccare dapprima gli oggetti della cella, le panche, le lampade, le sedie, poi i piccoli corpi algidi; cercavano un qualsiasi elemento di inconsistenza che potesse dar loro la speranza di trovarsi in un incubo dal quale fosse possibile risvegliarsi. Il dottor Ortiz si sedette su uno sgabello e lasciò che quello strano rito di acquisizione della realtà si consumasse. Dopo quel primo largo momento di spaesamento, Panagiotis e Pavlov iniziarono i lavori: tagliarono, batterono, dissanguarono, ripulirono e impacchettarono la carne per un lasso di tempo indefinibile, assistiti dal dottor Ortiz. Tutti e tre svennero varie volte, vomitarono, persero molto sangue dal naso, tremarono, si sentirono persi e vuoti e come trafitti da fiamme che gli attraversavano non solo i corpi ma anche l’anima.


Al termine del lavoro, Panagiotis e Pavlov decisero di lasciare al dottor Ortiz anche la loro percentuale di carne: non ce l’avrebbero mai fatta a consumarla né a scambiarla. Lasciarono Laguna stremati, senza salutare Lauren Trueba né gli altri abitanti della colonia. Convennero sulla necessità impellente di ficcarsi in qualche bar per sbronzarsi. Così sfrecciarono verso la Terra. Non appena entrarono nell’orbita terrestre, superata la termosfera, notarono subito qualcosa di insolito nell’aria. C’era una calma piatta e una specie di nube di calore, che non era vero e proprio calore quanto assenza di gelo. Quando giunsero nella stratosfera, Pavlov diede fine al viaggio verticale sterzando la nave per allinearla alla superficie terrestre. In quel preciso istante furono abbagliati da un cianotico fascio di luce solare che penetrava la fitta coltre di nubi diradandola. Davanti a loro si stagliò la linea dell’orizzonte. Pavlov rallentò la velocità della nave quasi fino a fermarsi; erano entrambi attratti magneticamente da quella linea netta e infinita e sfumata da tonalità di giallo ocra e d’azzurro che separava con grazia il cielo e la terra. Di fronte a quella visione si afferrarono per le braccia e per le gambe con il respiro affannato; piansero, con furia e con gioia, come fanno i bambini quando vengono al mondo.


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