Kit di sopravvivenza

di Mariagrazia Scaglione
Copertina di Simon Luca Katalin

La ditta di pulizie presso cui lavoravo aveva vinto un nuovo appalto. Questo significava per me un’altra sede di lavoro, oltre a quella ormai consolidata presso tre uffici immobiliari tutti vicini.

Avrei dovuto svegliarmi molto presto al mattino per raggiungere la zona sud della città pulsante di uffici. Mi era stato assegnato un palazzo di uffici, mi sarei occupata da sola delle pulizie di tutto il secondo piano. Tre ore aveva detto il principale. Il tempo giusto per smontare anche gli schedari e assemblarli di nuovo. Rideva sempre quando pensava di aver fatto un complimento. Nella fattispecie, secondo lui, voleva dire che ero forte e capace. Io invece mi sentivo franare le ossa delle anche. Prima di attaccare presso le agenzie immobiliari e terminato il turno al secondo piano, avrei avuto giusto il tempo di un caffè col vigilante dell’ufficio (ero certa che ci sarebbe stato, un po’ come gli schedari). Avremmo fatto due chiacchiere trattenendo, soprattutto i primi tempi, le parole d’invidia per un qualsiasi lavoro diverso dai nostri. Poi con la confidenza della frequentazione, ci saremmo sfogati con esercizi di bile su stipendi immeritati, sul tasso d’assenteismo e sulla possibilità di restare a casa solo per due starnuti.  Non mi assentavo mai al lavoro, piuttosto mi riducevo come uno spiedino troppo cotto e secco.

La sera, stanca e con le gambe doloranti, foravo il cuscino che aveva l’onda morbida contro i disturbi cervicali. La cavalcavo, mi sentivo leggera e distante. Ho sempre desiderato al mattino, tra cornflakes doccia e spazzolino, ricordarmi di un sogno bello. Uno di quelli che ti fa sembrare la vita un evento straordinario. Invece non solo ero convinta di non sognare, ma qualora questo fosse accaduto, di non averne memoria, per cui ogni mattina mi trascinavo uno spicchio di stanchezza del giorno precedente. Una scorta al contrario.

Anche il mio primo giorno nel nuovo ufficio al secondo piano era iniziato così.

Avevo parcheggiato di fronte al grande palazzo con più di dieci piani. Appena scesa avevo alzato la testa per controllare il cielo cercando l’alba e poi eccolo, il mio secondo piano. Dalla strada sembrava anonimo, uguale a tutti gli altri. Sapevo già che presto mi sarebbe diventato familiare e che ne avrei apprezzato tutte le brutture, soprattutto quelle che avrei potuto cancellare. Fin da bambina insistevo per eliminare i difetti alle cose e alle persone. Li cancellavo mentalmente. Non era bontà, cercavo solo l’armonia.

Erano le cinque e dieci di inizio settimana. All’ingresso c’erano i tornelli per i cartellini. Ero in anticipo di venti minuti. All’interno il vigilante dietro al tavolo, vedendomi si era alzato per inserire un pass per farmi entrare.

«Io sono Claudio, la guardia del corpo dell’ufficio!», ha sorriso mentre mi tendeva la mano. Non aveva rughe di espressione. I capelli castani erano imbrigliati dal gel e stesi all’indietro. Più lunghi al centro e con la rasatura ai lati.

«Io sono Barbara», l’ho detto dentro di me poi l’ho schizzato fuori come un fulmine. Ho guardato la sua mano tesa. Aveva il dorso attraversato da vene gonfie, le dita lunghe e nodose.  Gli ho porto la mia che aveva due macchie circolari color miele. Una, la più grande, digradava verso il mignolo. Quella piccola, risiedeva al centro.

«Sei la nuova, sostituisci Nunzia?» mi ha domandato. «La pensione l’ha proprio meritata, era instancabile!», ha ripreso a dire.

 Ho immaginato la collega che arrancava lungo i corridoi senza lamentarsi.

«Il nostro è un lavoro pesante», cercai di inserirmi.

«Lo vedo. Pioggia sole vento, sempre puntuali altrimenti fuori», fece un gesto con la mano che si muoveva indicando l’uscita, ad accompagnare l’aria che spostava. Ho pensato che avesse nostalgia della collega.

Mi ha fatto strada facendomi vedere lo stanzino degli attrezzi, che avrei utilizzato anche come spogliatoio. Mi ha spiegato con cordialità le cose essenziali da sapere. Mi precedeva camminando leggero fino davanti ad uno dei tre ascensori, con le mani nelle tasche dei pantaloni. Appena aperta la porta scorrevole mi ha fatto segno di entrare. Nel cubo di metallo grigio c’era un grande specchio. Dietro di me c’era lui, silenzioso e col sorriso. Mi sovrastava di almeno venti centimetri. Io muta, senza sorridere. L’ascensore saliva mentre io cambiavo punto d’appoggio ora su un piede ora sull’altro, perché le mie anche al mattino avevano iniziato a darmi il buongiorno sempre prima.

Una volta al piano, lo stantuffo della porta ha rotto il silenzio e siamo scivolati fuori. Ha ripreso a camminarmi davanti.

Il secondo piano aveva dodici stanze con due scrivanie per altrettante postazioni. Quasi ogni stanza aveva due grandi finestre. I bagni erano tre, uno addirittura con la doccia. Così mi spiegava, presentandomi il posto come fosse il mio principale. Chissà quante volte aveva fatto lo stesso giro per ogni nuova addetta alle pulizie, e se ricordava la prima volta che lo avevano fatto per lui. Mentre camminava ho avuto modo di guardarlo attentamente: le sue parole e qualche battuta su alcuni degli impiegati, non appesantivano la leggerezza dei suoi trent’anni o poco più. Piedi piatti, pantaloni lucidi sui glutei, spalle larghe e dritte. Anche le cosce erano robuste. Farà palestra almeno tre volte a settimana, avevo pensato.

Prima di lasciarmi alle mie mansioni, mi ha salutata dicendomi due volte ciao. Si è girato e ha ripreso l’ascensore per scendere alla sua postazione. Ricordo esattamente che qualcosa in lui me lo ha mostrato più adulto, in confidenza con la vita, come se già l’avesse attraversata tante volte.

Le cinque e cinquanta, avevo tre ore per conoscere le brutture di quel posto e ammansirle con i detersivi. Mi ha sempre accompagnato un senso di pienezza ogni volta che controllavo le cose appena pulite. Verificavo che lo fossero anche in controluce. Lo facevo anche a casa.

La mia tana era un appartamento di cinquantasei metri quadrati, un concentrato di tutto. Soggiorno con angolo cottura, stanza da letto, bagno e un balconcino che affacciava sul cortile interno. Gli odori dei pranzi e delle cene di tutti erano cuciti e tenuti insieme da qualche pianto di bambino, a volte un urlo inutile al telefono e qualche chiacchiera tra nonne, alle finestre. Quando c’era lo stendino sul balcone non avevo spazio sufficiente per passare e annaffiare la petunia, l’aloe e l’edera. Le piante me le regalavo ogni volta che volevo mettermi alla prova nel crescere qualcosa. Quando non riuscivano a adattarsi, sparivano anche le foglie secche. Io davo la colpa al vento. Il mio sarebbe stato un appartamento da single, ma non era così. Possedevo diverse cose a coppie, due tazze per la colazione, panciute e di colore arancio e verde. L’appendi asciugamani al bagno ne accoglieva due da viso e due salviette, coordinati. Avevo quattro accappatoi, due bianchi e due grigi. Quando ne mettevo a lavare uno avevo pronto l’altro, così non rovinavo l’armonia della coppia degli altri due. Avevo anche le pantofole di pezza, simili a quelle che trovi negli alberghi, anche queste in coppia. In bagno, sopra la mensola color tortora tra la crema idratante corpo e lo scrub viso, c’era uno spazzolino nel cellophane. Mia madre mi diceva che in casa devi sempre immaginare quello che può servire, anche all’improvviso. Il mio letto era a una piazza e mezza. Le poche volte che lo avevo condiviso non era mai stato per una notte intera.

Non avevo ancora compiuto il primo mese di lavoro, che avevo fretta di arrivare al mio secondo piano. Quando terminavo di lavorare, l’ufficio si popolava di brusio e di sbadigli. I tornelli venivano spinti avanti con colpi decisi o lenti. Qualche volta uscendo, osservavo chi entrava. Le impiegate a coppie ridevano guardandosi dietro, come se avessero lasciato il passato alle spalle. Io avevo fretta di allontanarmi. Il mio turno di riposo non coincideva quasi mai con quello di Claudio. Ho conosciuto un secondo vigilante che lo sostituiva, un sessantenne con pochi capelli, lo stomaco gonfio e un reticolo di venuzze sul naso. Lui non era Claudio neanche quando si alzava per strisciare il pass per farmi entrare e uscire, più di una volta doveva ripetere l’operazione. Io venivo sostituita da un collega basso e sottile come un giunco. Claudio mi diceva che il carrello degli attrezzi era più grande di lui e ridevamo insieme.

Lavoravo portandomi dentro la stanchezza trattenuta nei fai finta di niente.

Nei bagni davo il meglio di me. Avevo ingaggiato una lotta al calcare dei water: sfregavo con uno spazzolino nuovo di zecca (lo aveva chiesto al mio principale come attrezzo aggiuntivo) con una determinazione e una forza che mi lasciavano stupita e esausta. La sera il polso aveva bisogno di una crema antiinfiammatoria. Lentamente ho cominciato a vedere i risultati della mia ostinazione.

«Lo sai che l’altro giorno il Dr Cirilli mi ha chiesto se era stata assunta una squadra di addetti alle pulizie?», Claudio sorrideva furbo, stuzzicando la mia autostima.

«Perché ti ha detto così?», anche io gli appiccicavo il mio sorriso sulle spalle. Mi sentivo allegra e leggera.

«Ha detto che i bagni sono più puliti di quelli di casa sua!». Ha trattenuto a lungo il sorriso. Voleva vedermi felice.

Molto spesso cercavo di finire il mio lavoro un quarto d’ora prima per avere il tempo di andare e tornare dal bar all’angolo, con due cappuccini e un croissant. Per me solo liquidi, non volevo ulteriori zavorre sulla pancia. Fino ai quarantatré anni il mio addome era stato teso. Poi avevo cominciato a trattenere aria, grassi e sospiri. Da poco avevo iniziato a mangiare meno pasta e dolci. La nonna del bambino che abitava sul mio pianerottolo mi aveva passato, dal balcone confinante col mio, una dieta a suo dire intelligente. Faceva perdere peso esattamente dove serviva; lei aveva fianchi abbondanti e sul grembiule azzurro che indossava, c’era stampata la ricetta delle lasagne bianche con crema di zucchine e basilico.

Ho cominciato ad attaccare puzzle di vita sul corpo di Claudio. Lo immaginavo lontano dal posto di lavoro, avevo bisogno di pensarlo.

La curiosità mi teneva impegnata anche di giorno nell’altalena tra i miei posti di lavoro. Mi distraevo sorridendo tra me mentre strizzavo il mocho o toglievo le ragnatele agli angoli del soffitto. Non c’è richiesta più frequente che le impiegate mi lasciassero su un post it: “la signora delle pulizie è pregata di togliere le ragnatele”. Spesso trovavo l’appunto attaccato alla maniglia del carrello da lavoro.

Con una scusa qualsiasi, quando ero impaziente scendevo al piano terra e se non trovavo Claudio alla sua postazione risalivo in fretta, pentendomi dell’intemperanza. Quando invece lo trovavo seduto e al cellulare, chiudeva subito la conversazione, sorridendomi. Mi diceva, con parole veloci: mia madre rompe sempre, vuole sapere cosa voglio per cena.

Io avevo voglia di crederci. Solo una volta mi aveva fatto una domanda secca, «Stai con qualcuno?»

Gli avevo raccontato della mia vita, dei miei lavori, del balconcino e dello stendino incompatibili fra loro. Non gli avevo detto delle mie cose per due.

Non avevo mai chiesto nulla di più di quello che spontaneamente mi aveva raccontato. Aveva il diploma di liceo artistico, avrebbe desiderato una vita fra colori e trementina. Viveva con la madre e suo fratello più piccolo. Suo padre era in Lussemburgo, presso un fratello ammalato di cui prendersi cura. Lo sentiva al telefono una volta al mese o di più, se arrivavano a casi ingiunzioni di pagamento. Claudio mi disse che faceva un secondo lavoro per sostenere la famiglia e gli studi del fratello.

«Ti occupi sempre di vigilanza?», gli avevo chiesto.

«In un certo senso si, vigilo perché tutto sia perfetto», mi aveva sorriso passandomi l’indice sulla guancia. Mi bastava.

Desideravo il suo numero di cellulare, ma non osavo chiederglielo. A sostegno del mio pudore, mi ripetevo che non sarebbe servito sentirlo prima di addormentarmi, oppure la domenica mentre facevo colazione. O quando avessi avuto voglia di fare un dolce. Ridere in videochiamata col cucchiaio pieno di cioccolato e il mio dito che ripuliva la ciotola dell’impasto. No, non avrebbe cambiato nulla sentirlo al telefono.

Fu Claudio, salutandomi una mattina dopo il cappuccino per due, mentre aspettavo che mi consentisse l’uscita, che mi passò un foglietto. Lo afferrai al volo prima che cadesse in terra.

«Il mio cellulare, può servirti per qualsiasi cosa. Così ci teniamo in contatto», disse con esitazione. Io leggevo i numeri che mi sembrarono una carovana di senso. «Ah grazie, bene. Si, giusto». Non la finivo più di sembrare distratta. «Fai uno squillo, così ti memorizzo». Sorridevo mentre eseguivo. Poi gli ho dato le spalle prima che verificassi se davvero mi stesse salvando.

Tra me e Claudio non c’era mai stata nessun tipo di vicinanza fisica. Non credo neanche di averla desiderata.

Non ho chiamato per prima, anche se una mattina, nonostante sapessi che di lì a poco ci saremmo incontrati ho percepito una frenesia nelle mani, una mancanza di azione.

Le settimane scorrevano uguali. Avevo chiesto al mio principale dei detersivi in aggiunta rispetto alla fornitura mensile. Una volta risolto col calcare nei bagni, avevo attaccato la polvere stratificata accanto agli armadi. Mi era necessario anche un prodotto per rendere più scorrevoli i cassetti degli schedari. Il lungo corridoio era tornato color avorio dopo che la candeggina aveva corroso la sporcizia nelle fughe del pavimento.

Qualche volta Claudio saliva al secondo piano e mi guardava lavorare. Era una compagnia più discreta dell’alba.

«Sei instancabile e precisa», mi disse serio un giorno. «Non molli». Infilò la sua valutazione e io superai l’esame. Mi trovava affidabile.

Quella sera squillò il mio telefono, andai a recuperarlo in bagno convinta che fosse la mia amica e le sue insoddisfazioni.

«Ciao, eccomi!», la voce di Claudio.

«Ciao, come mai, che succede?». Ero realmente meravigliata.

«Niente, ti stavo pensando. Ho finito da poco di lavorare», aveva la voce chiusa.

 «Non sapevo che avevi il turno serale». Mentre parlavo non riuscivo a deglutire, dovevo concentrarmi per farlo.

«No, non sto in ufficio ma ho finito l’altro lavoro», silenzio. Anche io ero in attesa.

«Domani quando ci vediamo ti racconto, che ne dici?». La sua domanda non sollecitava la risposta, allontanai il cellulare dalla bocca.

«Ehi sei viva?», rise e lo riconobbi. Era lui nella quotidianità, nel carrello, nella polvere e nelle mie anche. Claudio, disteso sulle macchie color miele della mia mano.

Ci salutammo dopo qualche altra chiacchiera. Andai a letto preoccupata. Mi vennero in mente le lacrime in ascensore dopo aver lasciato lo studio di chirurgia estetica. Mi riempì le narici l’odore di lievito vanigliato e i golfini sporchi di zucchero dei bambini che avevo accudito. Prima di prendere sonno vidi i miei genitori stesi nel letto. Entrambi senza vita. Mi era già accaduto in passato dopo la loro morte. Ero abituata a fare i conti con le separazioni. Cos’altro poteva accadermi.

La mattina seguente non avevo voglia di vederlo. Mi era restata incollata la stessa inquietudine della sera prima. Le mie anche invece restavano in silenzio.

Parcheggiai non proprio in prossimità dell’ufficio. Avevo bisogno che il vento di novembre mi schiaffeggiasse.

Lo trovai vicino ai tornelli, con le dita dava piccoli colpetti sull’acciaio.

«Ciao, che mi dici?», lo affrontai subito, avevo fretta di chiuderla prima possibile.

I baci che non c’erano stati erano una tranquillità in più, se fosse dovuto partire per il nuovo lavoro non avremmo rimpianto il nostro sapore, pensai.

«Allora ti ho incuriosito ieri sera?». Mentre mi faceva spazio per passare, la sua voce era sottile. Pensai, sbrigati e pochi convenevoli. Dimmi quando parti. Ero stizzita.

Prendemmo l’ascensore ed entrò con me nello stanzino degli attrezzi. Mi prese la tanica della candeggina, quella da cinque litri. «Non ti cambi», mi disse. Risposi con un’alzata di spalle. Lui manteneva il sorriso. Agli angoli della bocca si concentrava tutta la nostra differenza d’età. Percorremmo in silenzio il corridoio. Il giorno e la pioggia si incollavano ai vetri.

«Allora non vuoi sapere, non mi fai domande?». Mentre mi parlava si era piantato di fronte al carrello impedendomi di proseguire.

«Dai, dì quello che devi», gli dissi, «ti ascolto, però intanto fammi lavorare». «Agli ordini», mi rispose, mentre si accostava la mano tesa tra la fronte e la tempia. Lo trovai bello, un bambino compiuto. Intanto il dolore alle gambe: era tornata la guaina di sempre.

Cominciò serio a raccontare. Io mi aspettavo un congedo.

«Ti ho mai parlato di mio zio, il fratello di mamma?», la sua domanda sembrava prevedere una familiarità tra noi lontana dall’esserci.

«Non mi sembra», gli risposi, mentre avevo iniziato a spazzare e a versare la candeggina nel bidone con l’acqua.

Fu un susseguirsi di fatti e di rimandi che, secondo lui, mi vedevano partecipe. Fingevo comprensione mentre evitavo di guardalo in viso, concentrandomi sulle azioni di routine. Tutte, sempre le stesse. Necessarie e ripetitive.

La sta prendendo alla lontana, pensai, e mi infilai dentro al ricordo di una vecchia foto: un campo di lavanda con un mulino sullo sfondo. La prima volta che l’avevo vista stava nel cassetto del comò di mia madre. Mentre il viola si mangiava il sole e la ruota del mulino affogava nell’acqua, io mi perdevo dentro un giorno che era stato d’altri. Sentivo l’odore del vento che portava nelle mie narici quello dell’acqua del mulino, stagnante e piena di alghe.

«Parlo da solo vero? Non mi ascolti, a che pensi?». Mi richiamò all’attenzione. Intanto stavo a buon punto col lavoro. Non avrei pulito i bagni. Potevano godere di fiducia per un giorno.

«Dai, ti ascolto. È che se mi distrai perdo tempo». Mi fermai per guardarlo negli occhi.

«Allora, tuo zio ha una agenzia di pompe funebri e dopo la maturità gli davi una mano in ufficio. Vedi che ti ho ascoltato?», lo tranquillizzai con un riepilogo.

«Dopo qualche anno mio zio mi ha chiesto se fossi pronto per fare un salto di qualità», mi guardò aspettando che gli chiedessi di più. Non lo feci, continuò.

Mi disse che lo aveva inserito nella squadra dei portatori. I primi tempi aveva dovuto lasciare spesso in tintoria la divisa, per l’eccesso di sudore. Non era un lavoro di fatica, in gruppo il carico era suddiviso. Era il peso della distanza dalla vita che lo fiaccava.

Mentre raccontava, si prendeva delle pause portando il carrello in silenzio. Mi seguiva mentre lavavo il corridoio. Gli chiesi se si ricordasse di qualcuno in particolare, mi disse di no. Aggiunse però che quello che faceva, soprattutto i primi tempi, era asciugare le lacrime dei parenti sulla bara. Lo faceva col gomito. Ebbi un sussulto, per me lo zelo era un’azione familiare. Lo guardai ferma e con la schiena curva. Riprese a dirmi che otteneva diversi riconoscimenti e che i congiunti apprezzavano la lentezza di ogni azione.

Mentre parlava, ero certa che avrei terminato le mie ore senza poter controllare in controluce il lavoro eseguito. Ero stata distratta.

Ero tornata davanti allo stanzino degli attrezzi. Claudio mi seguiva con lo sguardo. «Ti ho delusa?», mi scrutava senza mollarmi. «Come ti dicevo vigilo perché le cose siano perfette», continuò sorridendo.

Eravamo simili, questo ampliava rughe e distanza. Non ero felice perché non sarebbe partito. Ero triste perché in nessun modo facevo parte dei suoi piani. Meglio un addio perché questo avrebbe previsto un legame. Voleva solo stupirmi, come fanno i piccoli parlando di cose da grandi.

«Bene, sono contenta che hai la possibilità di fare due lavori, sarai più tranquillo per te, tua madre e tuo fratello». Chiudevo la porta dello stanzino col desiderio di andare via al più presto.

Cosa aveva a che fare il suo secondo lavoro con me, in che modo facevo parte della sua vita. Queste le domande che mi restavano attaccate alle braccia e ai polsi mentre guadagnavo la strada verso l’ascensore. Rincorrendomi mi disse «Non è tutto qui».

Fui costretta a girarmi, mentre il mio dito restava incollato al pulsante della chiamata.

«Dimmi» gli risposi, mentre l’irritazione cancellava ogni possibilità di condivisione.

«Io amo disegnare, dipingere. Non sono riuscito a farne un lavoro in senso stretto però in qualche modo sono un artista». Gli tremò la voce, era in imbarazzo. Non era un ragazzino che si pavoneggiava.

L’ascensore arrivò, entrammo. Mi disse che aveva proposto allo zio un congedo diverso, più attento.

I due piani in discesa furono riempiti dalle sue parole sulla necessità di essere preciso e aderente al reale. Prima di eseguire, si confrontava con discrezione con chi poteva dare notizie. A volte gli davano una foto. Di prima. Chiedeva poco, ascoltava molto. Mi disse che col tempo aveva imparato a gestire il tratto artistico. Riusciva a presentare e a far intravedere trattenuta la vita.

Lo stantuffo della porta mi disse che ero al punto. Una volta fuori, le guance di Claudio erano imporporate. Io avevo le mani fredde.

«Devi sapere», ormai era dentro alla sua creazione e continuava a parlare, «la pelle del defunto è secca, non assorbe. Esiste un kit di prodotti cosmetici specifici, rossetti, fissatore spray per trucco e una crema idratante che è necessario stendere più volte per ottenere un effetto quasi di turgore. Anche le mani subiscono lo stesso trattamento, visto che come il viso restano scoperte. L’esperienza consente di utilizzare i prodotti senza eccessi. Solo il necessario perché il defunto sembri addormentato».

Non mi chiedeva più nulla, aveva solo bisogno di uno spettatore. Io ero disponibile.

Ero meravigliata dalla padronanza con cui trattava la fine, la presentava in confidenza con la vita e con l’ultima azione compiuta, prima di andare. Non aveva trent’anni, potevo imparare.

«La morte violenta per incidente stradale rende tutto più complesso». Era diventato serio, un docente. Aspettavo che avanzasse oltre i tornelli per aspettarmi con altre nozioni invece era fermo e gesticolava. «Per esempio, se devo rialloggiare una mascella utilizzo dei prodotti che coprono, illuminano o camuffano». Continuava a raccontare senza enfasi, ricomponeva a parole, il tratto livido blu notte, alla base del collo, se la morte era conseguenza di infarto o ictus. Vedevo quel blu viola ma anche la storia che raccontava. Avvertivo lo scoppio del cuore. Percepivo la dedizione. Mi sentivo partecipe dell’opera d’arte e dello sforzo per realizzarla.

«Ho detto più o meno tutto, domande?». Aveva deciso di interrogarmi.

«Non credevo che esistesse tutto questo, non ci ho mai pensato». Mi infilai timida ma partecipe.

«Si chiama tanatoestetica, che ne pensi?» disse guardandomi le mani.

«Non so cosa dire, mi mette ansia questa cosa di truccare i morti», gli risposi guardandogli i piedi. Volevo chiudere il discorso.

«Io invece vorrei che mi accompagnassi una volta, come assistente. Non devo dirlo a mio zio. Può restare tra me e te». Me lo disse mentre arricciava il naso e le labbra.

«È tardi, certe decisioni non si prendono in fretta. Fammi uscire ora». Non si muoveva, teneva tra le mani il pass e la mia voglia di fuggire. Percepì l’urgenza e disse a domani, mentre il tornello aprendosi, accoglieva il mio peso.

Iniziava a piovere. Raggiunsi la macchina, qualche goccia mi scendeva dalle tempie sulle guance. Il rumore regolare del tergicristallo era rilassante.


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9 Comments

  1. Il racconto mi ha letteralmente rapita, non dovevo immaginare le scene, si aprivano davanti a me durante la lettura.
    Racconto intrigante ed interessante, aspetto il seguito!!!

  2. Bello. Un lasso di tempo indefinito, forse 20 minuti, forse molto di più, dove capti il peso e l’eroismo della sopportazione della routine, dei ricordi, delle separazioni, i dolori, la ricerca di leggerezza, il non mollare nonostante tutto. “Era il peso della distanza dalla vita che lo fiaccava”… Mentre lo leggi sembra che possa andare avanti senza soluzione di continuità. E certi passaggi restano dentro scanditi. Complimenti…

  3. Bello!
    Ho apprezzato la scrittura “visiva” , che porta il lettore dentro la scena dove i protagonisti agiscono quello che sentono e sono.
    Complimenti.

  4. Il racconto è molto bello, vivace ma contemporaneamente emana una tristezza infinita che x un attimo lascia la speranza di un pizzico di luce ancora non intravisto ma subito tramontato in una persona che non si aspetta più nulla dalla vita. Bello

  5. Bello, ricco nella descrizione dei fatti quotidiani e dei tormenti dei protagonisti. C’è un misto di tristezza e di speranza. Ho creduto fino all’ultimo che i due si mettessero insieme……e non è detto che quel “rumore regolare del tergicristallo” non possa nascondere un dolce lieto fine……
    COMPLIMENTI!

  6. Bel ritmo, scorre che è una meraviglia. L’empatia con i personaggi è immediata. Il pesante e il leggero della vita si rincorrono e s’intrecciano. Il primo è ben palesato, il secondo è in divenire e quindi (forza!) lo aspettiamo…😉

  7. Avvincente e lieve; mi ha portato nei sentieri splendenti ed umbratili della vita. Ha lasciato in me una vena di tristezza avvolgente come il buio di una notte, che pure mi consegna alla porta di un accenno de luce; che sia l’alba? Ci sono rimasto male quando ho realizzato che il racconto era finito.
    Francesco

  8. Straordinaria leggerezza, una scrittura per immagini, in ogni rigo si infila il lato umano della storia e si disegnano i protagonisti.
    Sogni e separazione le due gambe del racconto
    Complimenti all’autrice
    Roberta Pompei

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