Faglia

di Denise Bresci
Copertina di Dario Faggella

Stanno sulla spiaggia, sdraiati con i vestiti direttamente sulla sabbia. Lo zaino sembra una tartaruga, grigia su grigio, la testa di lui è posata sul suo guscio, il corpo sbieco rispetto alla linea della battigia, alcuni metri più in là. La testa di lei è sul bacino di lui, le gambe piegate, l’acqua blu inquadrata dalla V nel mezzo. Lui non vede da dove arrivano le onde, la piccola spuma bianca spunta tra il ginocchio di lei e le assi del molo in fondo. L’onda nuova avanza piano sulla risacca di quella vecchia: ogni onda ricalca la precedente, tutto appare inalterato eppure continuamente diverso.

Non ci ha mai pensato in questo modo, ma è così che a lui piacerebbe vivere, le giornate come piccole onde che lambiscono la sera – oggi uguale a domani, con poche, innocue variazioni, possibilmente per sempre.

Ma a lei no.

C’è una domanda nel non domandare di lei pieno di parole e c’è una risposta nel suo continuare a risponderle, a tenere viva la loro conversazione, come se non ci fosse invece davvero qualcosa da dire.

Non ne parlo, ma te ne sei accorto? Me ne sono accorto, ma non ne parlo nemmeno io. Non sarò io a parlarne per primo.

Adesso dalla quinta vellutata della gamba di lei appare una coppia anziana con un cane: il cane rincorre l’acqua, lei lo richiama ma la sua voce è coperta dalle onde, lui li inquadra con il cellulare. Nuove immagini di lei e del cane controluce, silhouette nere su sfondo blu.

Lui si chiede che fine faranno. I figli le terranno per sempre o ne ignoreranno l’esistenza? Loro stessi le butteranno per far spazio sul telefono? Usano il cloud o le copiano su disco? Esiste un equivalente della valigia piena di vecchie foto di famiglia che sua nonna tiene sopra l’armadio? Cerca di immaginare cosa possa restare dei milioni di foto digitali che ritraggono le vite di tutti. Niente, non gli viene niente.

La sua mente torna lì, alla normale conversazione che ha creato un piccolo buco che si sta allargando inesorabilmente, una faglia che sarà presto invalicabile.

Lui sa che dovrebbe dire qualcosa. Non ci riesce. 

L’onda anomala lascia solo rovine. I suoi studi, la borsa di ricerca che ha preso. Il viaggio che hanno organizzato. Non rimarrebbe niente. 

Si immagina le obiezioni di lei, ordinate e razionali. 

Come non fosse invece la fine del mondo, almeno la fine del suo mondo. Del loro mondo.

Distrugge le cose grandi e le cose piccole. Le partite di tennis del venerdì, la cena da suo padre di domenica sera, la moto che sta pagando. Quello che lui pensava essere il loro mondo, fino a stamattina.

L’onda anomala arriva da lontano, compare senza un preavviso, non c’è nessun allarme, prima. Di colpo è lì. Quello sguardo, quel gesto. La cosa nello zaino sotto la sua testa. Non è del tutto sicuro, ma quasi. Non lo sa, ma è come se lo sapesse. La passeggiata alla spiaggia, uguale a cento altre. Ma diversa perché ora c’è la cosa dentro la tartaruga: lo zaino è diverso, porta un peso nuovo. Visualizza un uovo dentro lo zaino, ha quasi paura di romperlo con la sua testa appoggiata sopra. Lei è davvero diversa?

Lui sa che lei ci sta pensando, la conosce bene. Non dirà niente fino a che non avrà deciso.

Adesso si sono baciati, si sono messi più comodi, affondando di più le loro posizioni nella sabbia. Vorrebbero dormire e tacciono. Lui chiude gli occhi, ma poi li riapre e vede che lei non dorme. Che non ha nemmeno gli occhi chiusi. Che dietro le grandi lenti da sole guarda lontano, nella V tra le sue ginocchia sospese nel cielo. Guarda dove lui non può vedere. Da dove vengono le onde.

Lui invece guarda quella parte del mare dove finiscono. C’è qualcosa di tranquillizzante nel loro infrangersi perpetuo. Come i giorni futuri, non sembrano avere fine.

Abbiamo ancora tanto tempo.

«Il futuro non passa mai» dice.

«Non passa ma finisce» gli risponde lei. Non è sorpresa che lui non dorma.

Un’onda, due onde, tre onde.

«Tu non lo vuoi».

Ecco, la cosa dentro la tartaruga sotto la testa di lui, è reale. Non è una fantasia sua.  Lo sguardo diverso, il gesto frettoloso. Ha intuito giusto.

«Perché tu invece sì?» le chiede.

Lei non risponde, ma si gira verso di lui, la guancia sul suo stomaco. Lo sta guardando da dietro le lenti scure.

«Perché non lo vuoi?»

«E tu, perché lo vuoi?»

«Non ho detto che lo voglio».

«Non ne puoi uscire così».

«Non ne voglio uscire. Voglio sapere perché non lo vuoi».

«Lo sai. L’abbiamo sempre detto tutti e due. E adesso, poi, con la situazione che c’è, proprio nel momento meno adatto… cambi idea e chiedi a me perché io non lo voglio».

«Non ho detto che ho cambiato idea».

Guarda di nuovo l’acqua, ora.

«Ho solo chiesto perché. Sapevo che non lo vuoi. Ho chiesto per sapere di nuovo che non lo vuoi. Per essere sicura».

«Ok, non lo voglio.  E tu?»

Un’onda, due onde.

«Io non lo so più».

Stende le gambe, ora. Guarda ancora davanti a sé ma ora non c’è più nessuna cornice, nessuna V. E anche lui vede ogni cosa: l’immensità del mare, il blu luminoso nel chiarore abbacinante del mezzogiorno invernale. Il viso di lei ora è così illuminato che lui non riesce a distinguere la sua espressione.

«Invece è proprio per la situazione che c’è. Forse dovremo fare qualcosa di più. Forse non mi basta più aspettare un giorno dopo l’altro, cercare di non essere infelice».

Ha una voce diversa ora, come quando la sente parlare al lavoro. Seria, ispirata.

«Potrebbe essere un nuovo inizio, potremmo andare in un altro posto e cambiare. Ci sono altri modi di vivere. Per me questo non va bene più. Per me non c’è più niente che sia come voglio davvero».

Si mette seduta, si volta, lo guarda.

«Per te?»

Lui non dice niente.

Un’onda, due onde, tre onde.

Lui non dice niente.

Lei si alza, va verso l’acqua, lo lascia lì a guardarla camminare verso il blu, la persona con cui ha diviso la vita per anni. La persona di cui ora capisce gli sguardi sempre meno luminosi, i sorrisi sempre più stanchi. Si accorge che non è nemmeno stupito, che in fondo lo sapeva già.

Si tira su, guarda l’impronta del corpo di lei sulla sabbia. Dunque, finisce tutto così, pensa.  

Apre lo zaino, prende il cellulare. Si inquadra con lo sfondo del mare, la figura di lei nel sole. La loro ultima foto insieme. Poi lì, nella tasca più interna, dentro la tartaruga, lo vede. L’uovo che ha immaginato, la grande onda. Vuole guardare ma non vuole. Non vuole ma lo guarda. L’uovo è una cosa piatta di plastica con una piccola riga rosa che dice che non c’è niente di nuovo.


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