Col Angeles – ovvero la provincia marginale

di Carlo Martello
Copertina di Jago Edizioni

I tempi di lettura di Malgrado le mosche sono sempre di straordinaria calma, nessun* ci corre dietro, il che talvolta ci fa sentire sol*. Vale a dire che Col Angeles, di Niki Neve, edito da Jago Edizioni, è arrivato a Genova ormai parecchio tempo fa, grazie a Francesca Grispello, e in verità ho finito di leggerlo da settimane, ne ho parlato in redazione, la cosa sembrava fatta. Dev’essere successo un imprevisto, forse ne sono capitati due, o anche di più, non me lo ricordo più.
Tutta questa premessa per dire che Col Angeles è un volume che più di tutto rimanda all’indeterminatezza, al tempo di provincia, all’ineffabile forza lenta della provincia.

Si tratta di una serie di racconti, la cui ispirazione viene da Colà, un paese sul lago di Garda dove nascere e crescere non dev’essere semplicissimo. Col Angeles dunque è Colà. E le storie di Col Angeles sono le storie vere (l’autore dice romanzate circa al 20%) dei suoi abitanti.

I quaranta racconti che compongono Col Angeles, 114 pagine in tutto, sono tutti molto brevi, eppure riescono a contenere una storia o un frammento di storia, una porzione di vita di un personaggio. Lo stile di Niki Neve e il fatto che queste storie si concretizzino negli stessi luoghi, dà ai racconti una dimensione più ampia. Non è un romanzo composto da racconti, non ne ha la struttura e neppure l’intenzione, è un film a episodi, come quelli che si giravano nel dopoguerra. Qui sono quaranta, lì di solito erano molti meno episodi, banalmente per via delle differenze dovute al mezzo, ma mi sembra di ritrovare la stessa volontà di dare, attraverso un pugno di personaggi, un minimo affresco di un tempo e di un luogo. Jago Edizioni cataloga il volume nella sezione “storia locale” e la cosa incredibilmente ha senso, non so quanto sia voluta come operazione ma la scelta è perfetta. Si tratta in effetti di storia locale trasfigurata dalla narrativa.

La scrittura di Niki Neve, che si rifà mi pare piuttosto apertamente a Tondelli, che cerca di ritrovare i guizzi poetici di Romain Gary, specie nella costruzione dei personaggi, e che paga qualcosa anche a Zavattini, è ancora molto ingenua. L’edizione che dei racconti ha fatto Jago Edizioni probabilmente non lo ha aiutato. Il volume avrebbe avuto bisogno di un lavoro più duro, che provasse a limitare i danni di uno stile che ha effettivamente molte potenzialità, ma che al momento cade spesso in slanci poetici che diventano patetici, in qualche chiusura a effetto evitabile. Il ritmo talvolta prende strade impreviste e non perfettamente controllate, niente che un buon editing non avrebbe quantomeno limitato, ma la cosa è andata evidentemente in modo diverso.
Si tratta, insomma, di una scrittura che deve crescere. Non c’è niente di male o di strano, c’è da imparare, lo facciamo tutt*. E del resto Niki Neve di lavoro fa l’attore, peraltro con un discreto seguito, e con il suo nome noto alla Digos (come quelli di quasi tutt*), ovvero come Nicolò Sordo.

I meriti maggiori di Col Angeles sono ricercarsi però, più che nella forma e nelle trovate letterarie, nell’idea, troppo trascurata dall’editoria italiana in questa fase, di provare a raccontare i marginalizzati e le marginalizzate, le persone fisicamente e spiritualmente bloccate, incatenate, crocifisse alla provincia più brutale. In questo il lavoro di Niki Neve è riuscito ed è a modo suo esemplare, al di là dei limiti, perché compie con grande affetto un’operazione di ascolto di un luogo e dei suoi abitanti. In questo è Tondelliano e Zavattiniano, in questo riesce a cogliere lo slancio poetico di Romain Gary. Nei racconti brevissimi di Col Angeles emerge con forza l’amore che l’autore ha per le persone. A Colà ci è nato e cresciuto, ma non dubito che potrebbe fare lo stesso abitando un luogo diverso, perché possiede quella propensione all’osservazione e all’ascolto che è necessaria per esimersi dalla condanna di una popolazione umana miserabile suo malgrado.

È un peccato che il volume sia stato così poco curato, perché questa qualità non è frequente, neppure nelle autrici e negli autori più affermat*, che magari riescono a tenere il ritmo della narrazione, per dirne una, ma non hanno il cuore di mettersi alla pari con questa umanità faticosa. A modo suo, Col Angeles, con le sue storie minime, è anche un testo politico. La narrativa è sempre politica, tutto è politico, ma qui c’è un’intenzione consapevole di scrivere anche e soprattutto per gli altri e le altre e per la loro memoria, per la loro conservazione in vita, per il loro riscatto e le loro debolezze.


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