Io e Roberta V.

di Nicole Trevisan
Copertina di Maria Rosaria Longo

Ci sono sfumature di gusto sgradevoli dal primo assaggio, che arricciano la lingua, dilatano i buchi del naso e gli occhi, lacrimano e fanno dire no, mai più, chemmerda. Mi è successo a otto anni con la mostarda e con il per tua informazione della mia futura amica Roberta V. Entrambe mi capitarono sul piatto, apparecchiate dal destino che aveva fatto scoprire l’orrido vomitino piccante- fruttato a mia madre e trasferire la famiglia V. a dodici metri dalla mia porta. Rifiutare era maleducato, oltre che esecrabile. Il cibo è cibo. Si deve-giocare-con-tutti, capito? La radice dell’uguaglianza come principio civico mi è stata inculcata a suon di scampanellate con la bicicletta inforcata tra le gambe. Ti vengo a prendere alle sei. Divertiteviii. E tanti saluti a casa.

Non sono mai stata una gran ciclista, ma mi sono saputa arrangiare; se non l’avessi fatto, sarei stata un’emarginata anche nel cul de sac di via Volta. Almeno nel mio terrario volevo dire la mia e il passatempo prediletto nei pomeriggi di sabato e domenica era pedalare dallo stop al punto in cui la strada moriva in una barriera di erbacce che credevamo infestate da serpenti e da ogni genere di mostruosità. Indietro, avanti, indietro. Con noi, altri tre o quattro bimbetti. Raccontavo una mia teoria su un cadavere che un giorno avevano trovato nel campo oltre le erbacce, uno sconosciuto coi capelli lunghissimi: denti e unghie erano spariti e si erano accorti che gli mancavano anche alcune dita dei piedi, pensate, le ha ritrovate la Gina piantando l’orto, invece i denti…

«Per tua informazione…»

Cominciava così, Roberta V. Spaccava le storie, sventagliava la verità. Una paladina del reale. Se fossi riuscita a darle un consiglio in quel momento – e lo farò ora, a posteriori – le avrei detto di trovare quel figlio o figlia di buonadonna che le aveva insegnato quell’espressione e spaccargli qualcosa sui denti. Ma forte – BAM, una bicchierata sugli incisivi. E ancora una, BAM, in mezzo agli occhi. Si sistemava gli occhiali sul naso, spingendoli con un dito e aggrottando la fronte. Redarguiva me e i miei discepoli. Non c’era mai stato nessun morto ammazzato. Lei lo sapeva, per certo. E gestiva qualunque contraddittorio giocandosi la carta di “Per tua informazione”. 

Ma Roberta, non sei tu la più grande, sono io. 

«Per tua informazione… Sono più alta». 

Era un macigno di ragazzina, convinta che la stazza fisica fosse più significativa dell’età anagrafica e del discernimento. Inoltre, giocava a suo favore un’innata propensione alla disciplina, per cui «Per tua informazione, io ho tutti ottimo».

Ero destinata a soccombere.

Seppellivo la mia frustrazione pedalando alla maniera di Gimondi, che secondo mio nonno era il più forte. Avevo gomiti e ginocchia scannate. Per impressionare le folle, provavo a lasciare il manubrio con una mano, ma finivo a grattare il muso sull’asfalto. A nessuno passò per la testa di togliermi la bicicletta. E nemmeno dalle grinfie di Roberta V., che nei mesi invernali prese a frequentare casa mia. A me piacevano le barbie, i disegni e le costruzioni, a lei i supermercati e il sapientino. Litigavamo e mi rinfacciava il suo status di ospite, dunque il suo incontrovertibile diritto a determinare tipologia, tempistica e frequenza delle attività ludiche. Devo davvero ripetere le sue parole?

Mi chiudevo. Al buio, immaginavo torture. Intessevo trame di pugni in faccia, calci, spade laser che le affettavano le braccia. Se ero in vena, aggiungevo mitragliatrici e sangue, schizzato in fuochi d’artificio. Mi batteva sulla parola, con tre parole. Ma non mi rassegnavo, conducevo la mia guerra, al sicuro nella mente. E vincevo, oh, se vincevo!

È così introversa – commentava qualcuno. Ci si aspettava che un bambino sano fosse esplicito. Io rimuginavo, coltivavo rêveries omicide. Ero difettosa.

Mi ammalai. Mononucleosi. La cara salma impigiamata tra letto e divano; tappata in casa, infetta. La malattia del bacio, mi perculavano i miei. E io, che avevo baciato solo loro e un ingrato di terza B per scommessa, desiderai di morire, colpevole d’inettitudine sociale. L’emarginazione, pur donandomi il sollievo della distanza da Roberta V., mi fiaccava. Faceva salire a galla il marchio satanico del diverso, vergato sulla fronte dalla mano onnipotente di qualcuno che non si era posto scrupoli di coscienza nell’infilarmi dov’ero, com’ero. Triste.

Pensarono di consolarmi. Medicina necessaria alla guarigione, perché la tristezza è parte della malattia. Mi portarono un libro, per procura di Roberta V. Ne aveva tanti, andava bene a scuola e servivano a stimolare il suo intelletto. Io nessuno; ed ero troppo piccola per Danielle Steel o Diabolik. Ricordo che era un libro di streghe e personaggi fatati. Bianco, illustrato, lucido. Sapeva di nuovo, non era mai stato aperto. Me lo accomodarono tra le braccia con poche speranze e il telecomando in tasca, certi della mia noia. Dopo un po’, mi alzai. Attraversai il salotto, fino in cucina, dove mia madre teneva le finestre aperte nel buio delle cinque e sfregava i mobili, respirando chimica in sottofondo di radio latteemiele. Ti prendi un colpo. Torna di là, copriti.

Le chiesi se per favore poteva chiedere alla mamma di Roberta V. di portarmene ancora.

Le allungai il libricino.

Ma hai almeno capito quello che hai letto?

Impiegai del tempo a convincerla di non avere una figlia bugiarda, il che mi premiò negli anni a venire. Iniziò il flusso di libri da casa della mia amichetta. Blu, bianchi. Battello a vapore, pallidi Salani. Usavo i segnalibri. Nei miei, che cominciarono ad arrivare, piegavo la pagina a orecchio.

«Per tua informazione, è così che si rovinano».

Continuo a fare l’orecchio. Peggiorò l’introversione. Venni giudicata irrecuperabile e la bicicletta fece ruggine, ma venivo spinta da Roberta V. a cadenza settimanale. Nessun compromesso. Quando mi faceva ammattire, chiudevo gli occhi, desideravo le sue orbite vuote e una spranga di ferro in mano.

Per anni.

Undici, lei; io, dodici. Un metro e settanta, quando io temevo di sedermi sul cesso e cadere nel vuoto. Striminzita pallida, arruffata. Ma generosa. Non avevo dimenticato il libro di streghe, nonostante la sopportazione delle sue ingerenze caratteriali e delle pretese di superiorità, sentivo di doverle qualcosa. Il debito mi tormentava. E quando trovai la misura esatta per pareggiare, non esitai. Era domenica e le insegnai a masturbarsi.

Gliela presentai come un’abitudine personale e affatto scandalosa; meglio tenere la porta chiusa. Lontano dalla sorellina, sì. Devi fare così e così, sfregare come sul sellino della bici, avanti, indietro, avanti. Ci sorvegliammo con un solo occhio. Mi godetti il silenzio e l’abbozzo di piacere adulto che stavo rubando al futuro. Roberta V. non fece domande e non ebbe nulla da obiettare. Sentii di aver vinto.

Ero io quella più grande, responsabile. Avevo coltivato con pazienza il riconoscimento che mi spettava, il gagliardetto di autorità che in una strada vissuta in bicicletta faceva la differenza. Possedevo il metodo del piacere. Non era niente a confronto dei giochi a cui ci eravamo dati con impegno, acrobazie e cadute. Compensava anche la distanza che sentivo dalle mie compagne di classe, già femmine, seduttive, micro-lolite entusiaste della loro nuova carne. La conoscenza di sé è salvezza: io avevo iniziato dalla figa.

Me ne andati in gloria da casa sua. Naturalmente, fece la spia.

Mia madre venne convocata in gran segreto e dovette difendermi dalle accuse di depravazione. Pare se la sia cavata, i suoi rapporti con la famiglia V. rimasero intatti; io rifiutai l’armistizio. Roberta aveva sempre avuto fiuto per lo sporco; come disfaceva le mie storie al tramonto, metteva all’indice il segreto della felicità. Non si faceva trascinare nel fango. Era incorruttibile. Disposta a tradire, senza battere ciglio dietro alle sue lenti sporche, per amor del Giusto.

Non glielo perdonai. La bicicletta venne regalata a una cugina più piccola. Cominciai a passare la domenica pomeriggio da sola, nella mia stanza. Origliavo le preoccupazioni dal pavimento. Venne fuori che era colpa di mio padre. Non ho più visto Roberta V., mi hanno detto che ha avuto una regolare carriera universitaria e un lavoro modesto, ma ben retribuito, che è prossima al matrimonio con il suo primo e unico fidanzato. Il rancore si è ritirato, è rimasto il disprezzo per chi cammina tra linee continue, misto al senso di colpa – di chi non può che ignorarle, quelle linee. Lei mi ha dato i libri, io le ho insegnato a procurarsi un orgasmo. Uno scambio deflagrante. Libri e orgasmi cambiano segno alla solitudine. Lei aveva fiuto per lo sporco, io per la consolazione.

Non ho desiderio di rivederla. Ho il terrore di sentirla spezzare una conversazione di luoghi comuni (rate del mutuo, tasse, pandemie) con un “Per tua informazione”…

E vorrei aver messo su muscoli e cattiveria, restituirle gli schiaffi che avanza da vent’anni e un poco del male immaginato, trascinarla via dalle sue linee, una notte soltanto, come in un pomeriggio di pioggia annegato un occhio nell’altro. E vorrei dirle grazie, grazie di tutto, grazie se sotto luci spente ti cerchi e ritorni da me.


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