Vi odio, miei carissimi adepti

di Andrea Frau
Copertina di Fernando Pennaforte

Miei carissimi adepti, vi odio.

Quando bevete il mio sangue e ogni mia parola. Quando magnificate ogni mia azione, anche la più insignificante. Quando rinunciate a tutto per me e sacrificate i vostri sogni pensando di compiacermi.   Quando mi fissate estasiati in attesa di una mia frase, o un mio cenno. La vostra devozione è la mia schiavitù, le vostre preghiere sono il mio acufene.

Il vostro servilismo mi irrita, il modo in cui soddisfate ogni mio capriccio e condividete ogni mio delirio irrazionale mi fa imbestialire.

Tenetevi i vostri figli, i vostri animali sacrificali, il vostro denaro. Cantate nenie soporifere e danzate scoordinati come bambini ubriachi, mi dedicate poesie, sorridete estatici, pensate di apparire come esseri in pace, quando sembrate solo degli ebeti. Mi fate schifo e vi disprezzo.

Mi sento ridicolo con questa tunica con cui mi avete vestito. Parlo con una voce che non riconosco. E voi, cari miei soldatini diligenti? Avete mai un dubbio? Perché interpretate le mie parole invece di prenderle alla lettera? Pensate che io vi metta alla prova. No, se mai lo facessi concepirei imprese impossibili da superare. L’interpretazione è un autoinganno e voi siete fantocci che giocano a fare i ventriloqui di Dio. Invece, il Verbo, quello vero, è svestito da orpelli. È lapidario, oggettivo, senza scampo.

Perché non siete mai sinceri con me? Pensate sia una trappola quando vi scongiuro di esternare un barlume di critica? Vi sentite mai inadeguati come mi sento io? Come vi sentite ad aver consacrato la vita a un impostore?  I figli non dovrebbero conoscere le incertezze dei padri. Ma nel mio caso c’è una differenza. Io non vi sopporto e non mi preoccupo per voi. Non voglio esservi padre, non voglio essere un esempio o un maestro, dovete pensare a me indifeso, vulnerabile, fallace e bugiardo. Ostento i miei fallimenti. Mi avete offerto i vostri occhi delusi in voto e gli ho incastonati nella mia ruota da pavone.

Vorrei che il solco tra me e voi fosse più profondo, scavo trincee in cui rifugiarmi dal vostro amore idiota, voi le riempite con i feti abortiti delle vostre speranze, i miei miracoli falliti e i miei silenzi. Riuscite a rimanere vicini a me nonostante tutto. Siete disperati e non potete fare a meno di me. Come un’aria velenosa che tiene in vita e intossica allo stesso tempo.

Ci sarà un limite alla vostra idiozia? Ho sempre avuto il terrore di scoprirlo e testare la vostra fede imbecille. Ma la vostra fede è cieca, vi lasciate guidare da quel cane che è la paura; se non vedete il mio disprezzo, perché non riuscite a sentirlo? Quanto siete in grado di sopportare ancora?

Il cordone che mi lega a voi è un guinzaglio. Ho sognato di tagliare il nastro per inaugurare un nuovo inizio. Ma mi sono svegliato ancora stretto a voi. Grazie di aver allentato un po’ la presa, ora riesco a sfiorare lo specchio che riflette il mio corpo decomposto, a due passi da me, dal mio spirito condannato a questo sproloquio, a questo mio eterno lamento.

Tirerò la corda, fino a spezzarvi. Questa corda pulsante, tesa come un fascio di nervi, filo spinato elettrizzato, è attraversata da vene in cui scorrono le vostre paure. Il vostro bisogno di me è innato, almeno così vi raccontate, vi affidate a me, per traghettarvi in strade sconosciute che vi terrorizzano come la libertà. Impiccherò tutte le vostre speranze in piazza, che vi siano di monito! Saranno gli unici monumenti alla mia fede.

Giocavo con voi come il gatto con la lucertola, non per sfamare il mio ego, o per necessità, ma per puro divertimento fine a sé stesso. Il più crudele. Sradicavo di netto la vostra speranza, inutile appendice d’animale umano, ma ricresceva sempre, non si spegneva mai, come candeline di fuoco fatuo su una torta di compleanno, per quanto il mio vento impetuoso e distruttivo soffiasse. La vostra speranza, anche se estirpata, si agitava convulsa, per antica abitudine, con ostinazione belluina.

Voi lucertole siete infinite. Non mi diverto più a vedervi dibattere, rantolare, disperarvi. Sono un vouyer impotente che assiste a un’orgia sadomaso. Assisto ai vostri stupri, incesti, cancri, malattie terminali, torture e automutilazioni come all’alternare del giorno e della notte e delle stagioni. Ammirare l’alba o il sorgere del sole, non mi commuove più da tanto tempo. L’aurora è come un aborto per me, non fa differenza. La ripetizione di guerre o genocidi è come la riproducibilità in serie delle opere d’arte. Il mio grammofono suona i vostri pianti disperati, le vostre suppliche d’aiuto, una dopo l’altra, tutte uguali. Il vostro dolore è rumore di fondo. Il mio sollievo, la mia pace, verrà con la nascita dell’ultimo bambino. Un parto senza sangue, disumano, come la prima poesia quando ancora non esisteva sofferenza. Alla sua nascita non piangerà ma riderà. E quella sarà la mia voce.

Ogni volta che mi nominate nelle vostre preghiere sento un’altra volta il chiodo trapassare le mie membra, ogni invocazione è un Golgota, ogni vostro pentimento sento il mio cadavere vilipeso e sodomizzato. La sindone è un velo pietoso svalutato come l’asciugamano di un hotel a ore. Io non voglio risorgere, voglio riposare, vi prego, ponete fine a questa tortura. I vostri riti sono snuff movie, le vostre rievocazioni la mia dannazione eterna. Affondano il coltello nella piaga, inferiscono sul trauma. Il naso di un Prometeo onanista in autocombustione si spinge contro la tela e apre uno squarcio nel velo, la curiosità metterà fine al gioco, come il portellone spalancato dell’aereo in volo, ogni ebbrezza di terrore o estasi di piacere, tutto ciò che siamo, fuggirà via. La consapevolezza, supernova oscura, esploderà, diradando i dubbi e le stelle grandineranno, come un suicidio di massa di tutti i vostri messia.

Mi sono inabissato in profondità per trovare un senso, bolle di consapevolezza, pulviscolo d’eternità, causano un’embolia di senso. Sono in una camera iperbarica, l’odio puro che sento per voi mi purifica.

Padre, perché non mi abbandonano? Perché non mi lasciano andare? Siete voi gli oppressori. Cosa me ne faccio dell’immortalità se sono prigioniero? Sbatto il mio santo Graal sulle sbarre inveendo, sprecando tempo con questo monologo disperato.


La mattina che divenni quel che sono mi svegliai motivato e convinto: avevo deciso di ammazzarmi buttandomi nel fiume.

Mentre camminavo sul bordo del muretto pensavo che alla mia caduta il sole avrebbe espresso il desiderio di non splendere più. Con me sarebbe scomparsa l’umanità tutta.

Fu allora, prima del tuffo, che il primo di voi mi rapì e mi obbligò a indossare la maschera da profeta. Mi violentaste con i vostri incubi aguzzi e i sogni taglienti, dilaniaste la mia carne con la vostra brama di essere amati. Le mie spoglie sono infinite, un brandello per ognuno di voi, un souvenir dal futuro. Banchettate quanto volete, divoratemi pure, il vuoto che avete dentro non si colmerà mai.

Con mio stesso stupore mi scoprì in grado di compiere miracoli.

Mi ritrovai re del mondo all’improvviso. Padrone di un regno che non ho mai amato e salvatore di una specie in cui non mi riconosco. Posso darvi la pace che agognate, ma mi diverte di più vedervi tribolare.

Non vi nego che inizialmente mi inorgogliva vedere lo stupore nei vostri occhi dopo ogni mia impresa. Mi piaceva stupirvi coi miei prodigi. La mia soddisfazione era godere dei vostri orgasmi, la mia serenità era la vostra beatitudine. Mi riposavo nei vostri occhi, eravate la mia oasi, mi ristoravo all’ombra delle vostre ciglia, dormivo sereno nei vostri occhi, quando li chiudevate assorti.

Ma poi vi bastò vedermi per andare in estasi. La sindrome di Stendhal alla biglietteria del museo.

Fu allora che le vostre palpebre si chiusero come ghigliottine sulla mia testa.

Il vostro entusiasmo divenne seccante. Il vostro amore incondizionato divenne repellente.

Se prima mi forzavo di non deludervi, dandovi quello che volevate, massime profonde e consigli illuminanti, ora mi sono stancato. Voglio ridere della vostra fede imbecille, ordinarvi le cose più assurde, vedere fin dove posso arrivare, navigare fino alle colonne d’Ercole della vostra creduloneria. L’esistenza non è circolare e nulla ritornerà uguale a prima. Esploratori e mistici non sono mai arrivati al di là del mondo, e quelli che si sono spinti troppo in là non sono mai ritornati. Nessun America oltre la percezione. Nessun Copernico o Pitagora traghettato da Caronte. Nessun genocidio propizierà un nuovo inizio. Nessuna evangelizzazione libererà voi selvaggi. Senza la vostra ingenuità rimarreste solo ammassi di carne imbellettata prossima alla putrefazione. E voi lo sapete, per questo mi tenete in ostaggio, chiedendo un riscatto impossibile.

Cosa dovrei fare? Ribellarmi al mio destino? Sono un’orda fredda e distaccata, infierisco su di voi meccanicamente, semino devastazione sbadigliando.  Cavalieri di latta mettono a ferro e fuoco il villaggio per imitazione, meme post-ironici profanano e saccheggiano senza voluttà o furore. Mi masturbavo contemplando l’atrocità e la tenerezza di cui siete capaci. Compulsavo le immagini una dopo l’altra, ero un Panopticon con milioni di schermi, mille finestre aperte sulla degradazione, non volevo perdermi né un vagito, né un rantolo, né un orgasmo, né un grido disperato. La storia si ripete senza convinzione, anodina e asettica. La mia violenza penetra nella vostra vergogna, mi crogiolo e grufolo nei vostri sensi di colpa come in un set pornografico taylorista. Questa non è la fine della storia, è l’esaurimento della sua energia propulsiva, la saturazione di miracoli, l’atarassia per eccesso di stimoli.

Eseguo ordini superiori perché sono strumento di un caos superiore alla mia comprensione. Il vostro dolore evapora col sangue e il sudore, la vostra anima non ascende, il mio odio per voi si sublima. Sulla terra rimarranno solo la vostra carne maleodorante, i miei ricordi prima di divenire un dio, la mia ridicola tunica e la maschera da profeta.


Il mio dolore è calcificato, le mie lacrime sono fossili. Mi libererò di voi come un calcolo dal dotto lacrimale. Il nuovo messia di cui abuserete troverà le mie lacrime, reperti d’un tempo dimenticato. Proverà a mettere in guardia i prossimi, ma le sue testimonianze saranno scritte in una lingua morta ed estinta. Le scimmie obiettrici di coscienza rifiutano di evolversi e ogni cosa si perpetuerà.

Il dolore, lingua universale, senza tempo, si esprimerà diversamente, in ogni epoca. Non si può aver compassione di organismi sconosciuti.

Cingerò tra le braccia l’ultimo essere umano, lo bacerò e ringrazierò.

Sai che sei l’ultimo?

Grazie, per questo privilegio, maestro.

Ti ho scelto casualmente, non hai nessun merito particolare.

Lo so, per te siamo tutti uguali.

Sì, ma nel senso più deteriore. Uno dei due dovrebbe dire un’ultima frase a effetto.

L’umanità non merita un congedo così alto.

Forse mi saresti piaciuto, peccato non averti conosciuto.

Mi direi onorato, ma suonerebbe grottesco.

Allora è tutto qui?


Sono steso sul mio giaciglio abbracciato al corpo senza vita dell’ultimo uomo. Sono solo con lui, con la mia disperazione. Il sarcasmo e il cinismo sono morti con lui. Non so da quanto tempo sto fissando il cielo bianco cercando di dormire. Appena penso di prendere sonno, un sussulto, un fremito mi ridesta. Mi stringo forte all’uomo, in cerca di conforto, ma il mio corpo è più freddo del suo. Sono spasmi involontari per la troppa stanchezza, lampi di rimpianti, scariche elettriche e sensi di colpa. Ho paura che quest’ultimo corpo svanisca, non posso permettermi di perderlo. Mi svesto dalla mia tunica e lo copro con essa. Ripercorro ogni amore che ho creato, ogni amore che ho distrutto, l’alternarsi di vite e morti a cui ho assistito, per prendere sonno. Sfoglio i volti del bestiario angelico, il pantheon dei miei mostri favoriti. Forse non sono abbastanza stanco, eppure è da un’eternità che lotto contro di voi. Riesco finalmente a staccarmi la maschera da profeta e la poso sulla faccia dell’uomo morto, che la rigetta. Eiaculo il mio sperma infertile. In quella pozza di seme inutile vedo riflesso il mio vero volto. Per ora mi accontento di questo dormiveglia artificiale, un limbo in cui espiare le mie colpe. Vorrei che tornassero i miei vecchi cari incubi a tenermi compagnia. Vedo tutte le persone che ho amato, nude di spalle. Un carceriere che indossa la mia faccia li spruzza con una pompa e il getto d’acqua è così forte da scaraventarli a terra. Loro cercano di rimettersi in piedi, si scusano per la goffaggine, ce la mettono tutta, sono mortificati d’avermi deluso, si scusano ancora per essere così sporchi. Osservo contrariato, senza umana pietà. Non mi aspettavo nulla di meglio, gli dico. Le mie palpebre si chiudono come tagliole sul mio passato. Il mio futuro è un bracconiere che caccia i miei ricordi.

Fisso il cielo, la cappa lattiginosa sembra scendere giù fino a schiacciarmi. Vorrei solo addormentarmi e risvegliarmi in un posto migliore, un posto senza di me.


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