Gli Accumuli

di Simone Paparazzo
Copertina di buccia

Giovedì sera si sta al bar di Nico. Lo so io, lo sa Nico e ora lo sai anche tu. Lo sa pure mamma, l’ha imparato a furia di tutte le chiamate che le hanno fatto dalla centrale.

«Signo’, disturbo della quiete pubblica».

Io da Nico non salto un giovedì. Il locale non è niente di che: ci sono delle locandine di vecchi film e qualche flipper ancora funzionante; il bancone in legno e le sedie lucide, senza schienale. Forse nemmeno Nico sapeva che aspetto dargli quando l’ha arredato. Ma lui ha una qualità che dovrebbero avere tutti i baristi e invece no, è sempre più rara. Nico non giudica. Ti piazza davanti quello che gli hai chiesto – o quello che tiene – e non sfregna frasi del tipo «questa è l’ultima» o «ma dopo chi guida?». Nico ci sa fare. È del mestiere.

E io da lui stavo giovedì scorso, al mio posto, bravo bravo nei panni del cliente. Tenevo il mento poggiato sul bancone e guardavo la figura di Nico attraverso il vetro marrò’ della bottiglia. La serata era calda, di quelle che le ragazze iniziano a farsi guardare, e nel locale c’era gente. Avevo scansato gli sguardi dei soliti scrocconi e mi ero piazzato al mio posto, spalle al cesso. Mi sa che è da lì che è arrivato il matto.

«Oh» mi fa «ma tu lo sai che sei tutto fatto di bottiglie?»

Io mi giro e c’ho di fronte sto tipo che tutto sommato sembra pure messo bene, meglio di quanto ti aspetti da uno che dice certe stronzate. Tiene i capelli lunghi sul collo, un naso piccolo, da bebè, e due occhietti che sembra glieli abbiano pigiati a polliciate nel cranio. Indossa una camicia grigia, fuori dai pantaloni. Un bambino cresciuto a pezzi.

«Che cazzo dici?» gli ho risposto. L’ha sentito pure Nico, a testimone.

Quello non si è scoraggiato, no, e si è messo a spiegare che proprio mi ci vedeva lui, fatto di bottiglie che cozzavano l’una contro l’altra. A me veniva da ridere ma alla fine l’ho fatto sedere vicino a me: a scroccare non voleva scroccare, era solo sciroccato.

«Bottiglie tipo?» c’ho chiesto, per dargli un po’ di corda.

«Di birra» mi dice lui «senza etichetta».

«Piene o vuote?»

Il matto – facciamo che da ora sarà il Matto, con la “m” maiuscola – mi si avvicina. Stringe gli occhi, già piccoli di loro, poi si raddrizza sulla sedia e mi fa «vuote».

«E certo, manco la fortuna di bere gratis».

Io sorrido, lui sorride. Anche Nico sorride, ma non per le nostre stronzate. C’è una ragazza che gli piace, me ne ha parlato qualche volta. Si guardano anche se nessuno tiene il coraggio di parlarsi; aspettano l’altro. Allora io mi chiudo nella mia stanzetta mentale, solo con la birra, che quando penso all’amore mi viene sete.

La serata è passata così. Io di giri al bancone ne ho fatti parecchi, il Matto pure, e ci siamo fatti compagnia in silenzio. Lui mi stava accanto e mi guardava, palese volesse continuare il suo discorso da matto, solo che io non c’avevo più voglia.

Il giovedì è serata al bar di Nico e non so mai come succede che dal bancone finisco alla chiamata dalla centrale. So solo che di solito mi ritrovo svenuto, tramortito, livido fuori dal locale. Ma anche pestato, urinato, saccheggiato, umiliato. Anche tutto in una volta. Mi risveglia sempre il cellulare che squilla e la voce di mia mamma che ripete il mio nome e io allora «Mamma? Mamma?» in risposta, che non ci capisco mai molto appena sveglio e ancora mi sorprendo di sentire la sua voce.

Settimana scorsa non è andata diversamente. La novità era che ci stava Nico in persona a menarmi, due cazzottoni in faccia e tanti saluti al bar, così mi sono detto in quel momento. Sentivo il sangue che dal naso mi finiva in bocca e allora la testa si è fatta un poco più lucida. Il Matto mi ha salvato. Si è messo in mezzo e ha detto «ci penso io». Si è messo sotto il mio braccio e mi ha tirato su per portarmi via, pure se barcollavamo entrambi. Tempo due strade e stavamo a casa sua, pare.

Ci siamo arrampicati nella tromba delle scale, in un palazzo di quelli che formano i dormitori tutto intorno al centro paese. Pure se stavo pieno di alcol un colpo me lo sono preso quando siamo entrati, perché una cosa del genere non te l’aspetti mai, manco da ubriaco.

«Oh» gli faccio al Matto. Ci volevo fare una domanda per capirci qualcosa, ma quando c’hai davanti quella situazione non è che capisci bene cosa chiedere. Oh, mi sono limitato a dire. Lui mi ha sistemato su una sedia e mi ha dato del ghiaccio dentro a un panno, così sentivo meno il naso che pulsava. E intanto continuavo a guardarmi attorno, a chiedermi il senso.

C’era questo salotto zeppo di vasetti di yogurt. Ma zeppo davvero, tu non lo capisci nemmeno quanto. Stavano impilati come torri, sul divano, sulle sedie e su un tavolino. Il balcone non lo si poteva aprire.

«Vado a vedere dove puoi dormire» mi ha detto e io, pure strambito da quella situazione, mi sono sentito in colpa per tutte le attenzioni e io che ancora lo chiamavo Matto. Ho chiesto il nome quando è tornato, eh, solo che non me lo ricordo, quindi resta il Matto.

Mi porta di nuovo sottobraccio. Passiamo per un corridoio pieno di buste da lettere accatastate lungo i muri. «Oh» gli faccio di nuovo, ma lui non dice niente, a fatica mi porta avanti.

Apre una porta e c’è una stanzetta al buio. Avanziamo a passi piccoli, io urto qualcosa che tintinna sotto i piedi. «Oh» insisto, perché sto Matto non parlava più. Mi lascia in mezzo alla stanza, ha preparato una brandina per me. Lui torna indietro e fermo sull’uscio accende la luce.

«Ma che cazzo è?» dico finalmente, che poi era quello che cercavo di dire dall’inizio. Sta stanzetta era stipata di bottiglie, tutte vuote. Il pavimento era pieno, tranne una striscia di mattonelle che poi era quella che avevamo fatto noi per entrare. Il Matto mica mi risponde, chiude e gli sento girare pure la chiave. Mi dice «buonanotte».

Ma buonanotte le mie palle. Sono andato alla porta e ho tirato la maniglia, pure se io l’avevo visto che l’aveva chiusa. «Matto» lo chiamavo «Matto! Apri!». Niente. Lo sentivo lì dietro ma non mi rispondeva. Quando pensavo che ormai se ne era andato lo sento parlare.

«Vedrai» mi dice «vedrai se non è vero. Domattina sarai tornato uomo, niente più bottiglie».

L’ha detto serio, non mi stava a prendere per il culo. E nemmeno aveva la voce da pazzo malvagio. Era matto e ci credeva, ma la cosa non mi ha tranquillizzato mica. Ho preso a girare per la stanza e urtavo le bottiglie e le sentivo fare cling cling cling. Ci stava una finestra e un altro balcone, con le ante chiuse che per aprirle serviva una chiave. Le persiane però stavano un poco aperte, allora mi sono piegato ma da lì si vedeva solo il cielo nero della notte e qualche lampione.

Altro non ci stava: solo io, le bottiglie e la brandina.

In queste situazioni l’alcol finisce per attivare il suo super potere, che poi è il motivo per cui lo si beve tutti: confonde le priorità. Una cosa che ti pare fondamentale viene cacciata via dal primo pensiero capace di azzeccarsi addosso per più di due secondi. E allora sarà stato l’alcol, o il sonno, ma a un certo punto la brandina m’è parsa la soluzione migliore a tutti miei problemi. Mi ci sono steso sopra e un attimo, un attimo è bastato, mi sono addormentato.

Ho dormito, ho sognato, mi sono svegliato. Più volte, senza mai che ci capivo bene in che fase stavo. Ci saliva fin là sopra la luce delle macchine che passavano in strada, che si infilava in mezzo alle persiane e trapassava le bottiglie. Non aiutava a dormire ti dico. Capitava che mi svegliavo e ‘ste luci nel vetro mi parevano vite intere. La mia, la tua. Qualche scena l’ho pure riconosciuta.

Ci stava zia Maria che ti prendeva a calci in culo. «Ma quando te ne vai?» ti diceva, incazzata seria e tu te la ridevi. E chi se lo scorda. Era Natale. Ci stavano le prime sigarette che ti ho rubato e la prima volta che mi hai beccato. Pure la Mamma contenta ci stava, ma poi spariva subito e tornavi tu.

Mi addormentavo. Sognavo. Mi svegliavo.

E il garage pieno delle tue cose. Le volte che mi accompagnavi in ritardo ma c’era solo da dire grazie. Quando mi guardavi dal balcone che tornavo la sera, che pure lo sapevo che non stavi lì per me. I soldi che avevi trovato in camera mia. E mamma felice, un attimo, poi tornavi tu.

«Signo’, disturbo della quieta pubblica».

A un certo punto mi so rigirato nella brandina e quasi mi vomitavo addosso tanto che ballava la stanza. Mi sono voltato tutto, con le braccia sugli occhi per coprirmi. Ma niente oh. Le bottiglie brillavano.

Mi sono sognato pure quando te ne sei andato, che ti ho beccato con la porta aperta e la sacca della palestra in spalla. «E dove vai?» ti ho detto.

Subito a zia Maria ho pensato, al Natale. «Ci vediamo Tore» mi hai detto tu, ma io mica ti credevo, che ero giovane, mica fesso. Te ne sei sceso per le scale e io dietro di te a correre, perché a un tratto pure tu correvi.

Gridavo io. Cose che non ci avevano un senso, che non ti viene manco niente di buono in queste situazioni. Tanto gridavo che mi sono svegliato, sudato e schifoso, per terra dalla brandina. Continuavo pure se mi ero svegliato, e le gambe si muovevano come se ti correvo ancora dietro, e allora le bottiglie sono cadute, c’è stato un casino che avrò svegliato tutto il palazzo.

Ho visto un’ombra dietro il vetro della porta, ho sentito che si apriva e mi sono detto questo e il momento che me ne devo andare. Solo che si aperta e c’eri tu, anche se non ci credevo che eri davvero tu. Però ti ho visto entrare e mi sei venuto contro. Mi sono alzato pure io, mentre le bottiglie ancora cadevano. «Papà» ti ho detto, perché so’ passati gli anni ma il meglio che ho da dirti si ferma alle constatazioni di fatto. E tu mi hai colpito, e io ho colpito te, sempre più forte. Ci siamo colpiti e ce ne siamo fottuti delle bottiglie che cadevano e di ‘sto tutto che andava a pezzi.

Solo che non è andata così.

C’era il Matto dietro la porta, spaventato come solo un matto può essere. Spaventato come me. M’ha visto che gridavo e non c’ha pensato due volte, mi è corso contro e mi ha abbracciato. E io l’ho colpito, che mica avevo capito che fosse il Matto, pensavo fossi tu. L’ho colpito che poi avevo il fiatone, ma lui niente, sempre a stringermi.

Quando mi sono calmato mi sono alzato, mentre il Matto stava per terra per via delle botte, rannicchiato come un bebè: e allora vedi che il naso e quegli occhi piccoli suoi pure un senso ce l’avevano. Me ne stavo per andare e lasciarlo lì, ma a vedere tutto quel macello e lui che ancora non si muoveva non ce l’ho fatta. L’ho aiutato ad alzarsi e mettersi sulla brandina. Pure grazie mi ha detto, dopo tutte le botte.

Io non sapevo più che fare. Lì non ci volevo stare nemmeno, quindi gli ho detto «ci vediamo» e me ne sono andato, per davvero. Stavo già immezzo alle scale quando quello mi corre dietro.

«Oh» mi fa.

«Oh», gli faccio io.

Ci siamo capiti, penso.

E poi è passata un’altra settimana e io torno da Nico. Gli racconto del Matto e gli chiedo scusa, lui mi dà una pacca e una birra e io sono contento che non ho perso il mio bar. Ci sta pure la ragazza, quella che gli piace. Stavolta si parlano, lei si mette al bancone e finisce che parliamo pure noi, io e lei. Ci passo un’oretta al bar, a sputar chiacchiere, e a una certa mi rendo conto che la birra s’è fatta pure calda. La butto giù con un sorso, a gargarozzo alto, e Nico già mi guarda perché serve solo guardare, mica chiedere. E allora lo vedo, il Matto. Sarà uscito dal cesso che tengo alle spalle, per questo non l’ho visto.

Sta vicino a una ragazza piccoletta, che incrocia le braccia e tiene le mani sui gomiti, la lattina infilata nel taschino della camicia a quadri. La guardo e penso che io lo so a cosa stai pensando tu, che quello è un matto. C’hai ragione c’hai, è proprio il Matto.

Nico ancora mi guarda ma io gli faccio «no, no» che non mi va più di bere. Prendo il cellulare, guardo l’ora e mi alzo. Ci sta mia madre che non l’ho sentita oggi. Faccio per uscire, la chiamo tornando a casa mi dico. E sto già con la mano sulla porta quando sento per sbaglio, mica a origliare, una frase che il Matto dice alla ragazzetta.

La guardo e giuro che la mia faccia me la immagino uguale, quella del giovedì prima. E le vorrei dire tranquilla, che non vuole mica scroccare. Però non me la sento di dirglielo, di stare tranquilla.

Me ne vado che il Matto ancora insiste. «Ma tu non lo sai, non te ne sei accorta, che sei fatta di vasetti di yogurt?»


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