Quattro quarti

di Daria Premoli
Copertina: Cormorano di Gabriella Comparato

Estate – Un nido di Cormorani

Miriam

Mentre attraversano il villaggio diretti alle Dune, non incontrano nessuno. La sera prima si è alzato il maestrale e ora minaccia pioggia.

Sono tutti in casa, aspettando che passi.

Il cielo è grigio e basso con le nuvole che coprono tutto l’orizzonte come strati di bambagia. L’aria è densa di umidità e in lontananza il mare sembra una distesa di mercurio, lucente e compatto.

Camminano uno di fianco all’altra. Come sempre Miriam fa fatica a stargli dietro. Carlo non si rende mai conto di quanto va veloce, e a lei scoccia dirglielo. Non vuole fargli notare che è più piccola di lui. Per un attimo sono così vicini che le loro dita si sfiorano e Miriam pensa che le prenderà la mano. Non l’ha mai fatto, ma le piacerebbe.

«Sei sicuro che sia una buona idea?» gli chiede bloccandosi all’improvviso con gli occhi fissi al cielo.

«Non ti fidi?» le chiede mentre aggrotta la fronte. Gli si è formata una ruga tra gli occhi.

«Non so, dovrei?» risponde lei, spostando il peso da una gamba all’altra.

«Mi pare proprio di sì. Ti sei già dimenticata di settimana scorsa? Adesso sbrigati. Sennò ci becchiamo davvero un sacco di acqua», taglia corto lui prendendola per un braccio.

Miriam non può fare a meno di pensare al giovedì prima, quando l’aveva chiamata verso le 2 di notte e l’aveva convinta a sgattaiolare fuori di casa. «Devi venire: è uno spettacolo!» le aveva detto. E aveva ragione. La luna sembrava una gigantesca sfera arancione che lasciava una scia colorata sul mare così scuro da sembrare quasi nero. Il pomeriggio successivo quando era passato a prendere suo fratello per andare a giocare a tennis al campo dell’albergo, l’aveva salutata appena con un cenno della testa e un mezzo sorriso, ma forse se l’era solo immaginato.

Fanno zig zag tra i sentieri che costeggiano le villette e arrivano al muretto a secco che separa il villaggio dai terreni confinanti. Carlo le prende la mano e l’aiuta a scavalcarlo, anche se ce la farebbe da sola perché è basso e abbastanza largo da sedersi sopra.

Camminano un po’ tra le rocce e la terra arida. Nessuno dei due parla. L’aria fresca sa di salmastro e di elicriso.

Superate alcune calette, arrivano alle Dune. È una lunga spiaggia a forma di mezzaluna, non molto larga. Alle sue spalle c’è un avvallamento e poi cominciano delle piccole montagne di sabbia finissima, le dune vere e proprie. Nonostante vada in vacanza lì da quando ha 10 anni, non è che conosca così bene la zona. È stato lui a portarcela la prima volta.

Si inerpicano tra le creste modellate dal vento fino a raggiungere lo stagno, nascosto da cespugli di giunchi verdi e pungenti, e lo costeggiano per un lungo tratto, e poi Carlo le dice: «Guarda là, la vedi quella macchia scura?» indicando un punto dove la vegetazione si fa più fitta «È un nido di cormorani».

«Oh. È vero! Sono così piccoli» gli dice. 

Non li trova particolarmente belli. Le sembrano fragili, così esposti al tempo e ai predatori. Hanno un corpo minuto e un lungo collo che sembra spalmato con del lucido da scarpe nero. Si agitano e spalancano ritmicamente il becco giallo.

Rimangono a osservarli per un po’ mentre la mamma fa avanti e indietro dal mare. Li imbocca con cura assicurandosi che tutti ricevano un po’ di cibo.

Tornati verso la spiaggia si siedono ai piedi delle dune. Il vento si è alzato e Miriam ha la pelle d’oca dappertutto. Sono così vicini che sente il respiro di Carlo. Gli appoggia la testa sulla spalla e lui si muove appena. Lei trattiene il fiato perché ha paura che si allontani, invece si gira verso di lei e le scosta un ciuffo di capelli dal viso. Miriam sa che la sta guardando ma fa finta di niente.

«Perché mi hai portato qui?» chiede.

«Per vedere i pulcini. Pensavo ti sarebbero piaciuti» le dice lui.

«Si?» gli chiede dubbiosa.

«Non so» le risponde mentre si massaggia l’orecchio, come se volesse lisciarne il bordo in alto. Lo fa sempre quando è nervoso. «Di solito ti piacciono queste cose. Non sei come le altre…»

«Ah. È vero: le altre le saluti» gli dice, ma se ne pente subito.

Carlo sta guardando il mare come se stesse pensando a qualcos’altro e le accarezza una guancia con il dorso della mano.

Il cielo ora si è fatto di piombo. Ha un colore pieno e senza sfumature, come se fosse appena stato dipinto. La pioggia comincia a cadere. Le gocce sulle braccia di Miriam sono come biglie fredde e pesanti.

«È meglio che andiamo» aggiunge Carlo alzandosi, mentre le prende una mano per aiutarla.

«Sei gelata. Vieni qui» le dice e la prende tra le braccia.

Miriam appoggia la testa contro il suo petto ed emette un suono che dovrebbe essere un respiro profondo ma che sembra tanto un sospiro.

«Dovevi dirmi che avevi freddo» le sussurra sfiorandole i capelli con le labbra. «Ti avrei riportato a casa prima».

«Mi piace stare qui» gli risponde lei, scostandosi leggermente per poterlo guardare. È la prima volta che lo guarda negli occhi oggi.

«Anche a me» le dice Carlo. Poi le sorride e la bacia.

Carlo

Carlo si nasconde dietro una pianta di bouganville che lo copre quasi completamente e lancia qualche piccolo sasso contro la persiana socchiusa della camera di Miriam. Quando le imposte al primo piano si chiudono, si allontana e va ad aspettarla al Picco del Diavolo: è lì che si incontrano sempre. È un grosso sperone di roccia circondato da fichi d’india e cespugli di macchia mediterranea. Sta in mezzo a una lunga striscia di terra arida, ricoperta in qualche punto da ciuffi di erba gialla bruciata dal sole, e separa due file di villette che guardano il mare. Non c’è un vero sentiero e non ci passa mai nessuno.

Si ripara dal sole spostandosi dal lato dove si è formato un triangolo d’ombra. Vorrebbe fumare una sigaretta ma le ha lasciate a casa, così prende qualche pietra da terra e cerca di colpire la foglia secca e spinosa di un cactus qualche metro più avanti. Qualcuno ha intagliato due buchi rotondi in alto e c’è un’incisione lunga e stretta in basso, così da farla assomigliare ad una faccia.

Per quanto sia sempre circondato da tanti amici, quello è il momento che aspetta di più di tutta la giornata: solo con Miriam non sente il bisogno di essere qualcosa che non è.

Quando Miriam lo raggiunge gli sorride e Carlo la saluta con un cenno della testa. È tentato di toglierle un ciglio che le è caduto appena sotto l’occhio, ma si incammina senza dire nulla e Miriam lo segue.

“Non mi hai ancora detto dove stiamo andando” gli dice Miriam mentre costeggiano il muretto a secco che delimita la proprietà. La linea tagliafuoco non è stata ben ripulita e mentre camminano tra cardi selvatici e cisti si graffiano un po’ le gambe nude e abbronzate. Ogni tanto incontrano un’agave in fiore, dal suo fusto spuntano tante infiorescenze simili ad alberelli punteggiati di giallo che svettano come se volessero toccare il cielo.

“È una sorpresa” le dice Carlo.

Ieri mattina ha scoperto un nido di cormorani tra i giunchi dello stagno che c’è dietro la spiaggia delle Dune. Ha subito pensato che le sarebbe piaciuto.

Non sa spiegarsi come, ma ultimamente c’è sempre Miriam nei suoi pensieri.

Quando gioca a tennis gli pare di vederla sui gradoni di cemento che danno sul campo, ma è il troppo sole e pensa che dovrebbero smettere di prenotare all’ultimo momento e andarci dopo il tramonto quando fa meno caldo.

Quando vanno all’isolotto dei corbezzoli con le tavole da surf, vorrebbe che ci fosse lei seduta davanti a fargli compagnia, e non una delle ragazze che gli girano sempre intorno.

Quando lo coglie l’insonnia, si alza presto e va a nuotare alla Spiaggetta sperando di incontrarla, come la prima volta che si sono parlati. Lei era al largo e faticava a tornare a riva perché il vento era girato e portava fuori. Lui l’aveva aiutata e lei l’aveva ringraziato.

Superata la spiaggia, salgono verso le dune. Qui la sabbia è quasi bianca e ancora più fine. Il vento l’ha modellata fino a formare delle specie di gradini che come tanti semicerchi arrivano alla sommità. I piedi affondano leggermente e il calore li avvolge salendo dal basso, anche se è stato nuvoloso per tutto il giorno. Quando arrivano in cima a Carlo prende una strana euforia, come se all’improvviso il suo corpo fosse diventato l’epicentro di un terremoto e faticasse a stare fermo. C’è così tanta bellezza tutt’intorno: le dune sotto i suoi piedi, il mare alla sua destra, lo stagno un più in basso e Miriam al suo fianco.

Avrebbe voglia di prenderla per mano, di correre, di rotolarsi giù fino in fondo e di sentire la sabbia infilarsi dappertutto. I suoi amici lo troverebbero strano, lei no. Eppure non lo fa.

 “Guarda là. C’è un nido di cormorani” le dice Carlo quando arrivano vicino allo stagno, mostrandole un punto dove la vegetazione sembra farsi un po’ più rada.

“Dove? Mi sembra di vedere solo cespugli”.

Allora lui le si mette alle spalle e le solleva una mano e con la sua le indica il punto esatto.

“Li vedo! Come sono piccoli! Pensi che siano appena nati?”

“Penso di sì. Ieri non c’erano.”

Si intravedono almeno tre pulcini in mezzo a piccoli rami scuri e a qualche piuma grigia. Sono minuti ma sembrano già forti. Tendono il collo decisi verso la mamma per prendere il cibo. Quando lei si allontana non si lamentano, sembrano stringersi l’uno con l’altro come a farsi coraggio, nell’attesa che torni.

Scesi verso la spiaggia si siedono uno accanto all’altra ai piedi delle dune. L’aria è fresca e satura di umidità. Non si vede nessuna barca in mare: sono già rientrati tutti. Non piove ancora ma non manca molto.

Miriam appoggia la testa contro la sua spalla e lui la sente rilassarsi. Carlo si gira verso di lei, le prende il viso tra le mani e la bacia. All’improvviso gli sembra che la felicità abbia un sapore di salsedine e profumo di vaniglia.

Ormai il maestrale si è alzato, le creste delle onde sono bianche e ricciolute, e si infrangono contro gli scogli mentre la pioggia comincia a cadere.

“È meglio andare” le dice, guardandole la maglietta rosa che si sta ricoprendo di gocce grosse come ciliegie.

“Sì, comincia a fare freddo” dice Miriam sfregandosi le braccia con le mani per scaldarsi un po’.

Carlo la aiuta ad alzarsi, anche se vorrebbe che il pomeriggio non finisse.

Oggi, per la prima volta, ha capito come potrebbe essere la sua vita se non si sentisse sempre come un elastico, tirato tra quello che vorrebbe e quello che gli altri si aspettano da lui.

[CONTINUA…]


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