V.

di Simone Bachehi
copertina di Louis Fleckenstein


Dalla somma orbitale del punto di osservazione, vista da chimica molecolare in microscopica sezione, la piana appare una trama ininterrotta di capannoni della logistica. Sono tanti lotti rettangoli e quadrati che dall’alto sembrano figure da morra cinese, riferimento non casuale se si pensa che quello è il distretto del tessile e dello smistamento merci di una metropoli diffusa che lì ha la sua officina e gestione rottami, occupata ormai da decenni da discendenti della dinastia Han originaria e venuti a svernare nelle nostre terre a far soldi e mafia. Non se ne scorge mai la fine, se lo sguardo si fa acuto si intuisce il formicolare di mezzi e persone indaffarate come blatte nelle strade interne, ma se si va più a fondo emerge l’immagine di un paese con palazzine dagli intonachi sbreccati, casupole di stoppie, pietra e argilla, da rimesse attrezzi a ridosso di piccoli orti di concessione comunale dai quali si sentono spesso provenire grida e pianti di bambini, cose dei secoli passati, un agglomerato ora rinato a ristorante diffuso dove sono stato chiamato a prestare servizio, tutto bene e non faccio obiezioni, basta che non ne vada della mia arte, dignità e reputazione.

Sono più isolati tra strade cantuccio dove hanno piantato degli alberelli che non vogliono saperne di crescere, o cresceranno diffusi anche loro. Sembra che tra la cucina o le cucine e la sala ristorante ci sia da attraversare incroci, fermarsi ai semafori, evitare le merde di cane sui marciapiedi, aiutare donne anziane con il deambulatore a attraversare la strada e tutte quelle cose si fanno nelle periferie delle grandi città. Il caposervizio della cucina, non so perché non lo chiamino il cuoco come succede o succedeva ovunque, è un omaccione nerboruto che maschera nella sua possente muscolatura e ossatura la massa grassa sottostante alla sua sagoma orsesca. Credo sia il titolare o azionista di maggioranza di quell’accomandita diffusa che si estende per 10 kmq e forse più come un ristorante che non ha mai fine e ho la sensazione sia il socio di affari di colei per la quale mi trovo lì. È stata lei che mi ha convocato, in sogno come sempre avviene. I compiti per i quali sono stato arruolato per quella serata sono quelli di un comune cameriere, con la differenza che il servizio non si svolge in un comune ristorante, con porta di ingresso, banco bar, salette appartate, diffusori agli angoli delle pareti, ma fra le strade di un quartiere periferico nel quale abitazioni popolari si alternano a capannoni tirati su con blocchi di calcestruzzo e prati sparuti dove donne anziane portano a spasso i cani dopo le ore della canicola.

Quello che devo fare è qualcosa di automatico, nessuno mi dice niente, del resto è un lavoro al quale sono abituato, è da anni che lo faccio, anche se nessuno se ne è mai accorto perché lo faccio di nascosto, per pagarmi vizi e bollette arretrate, e credo per farne sogni di cui poter scrivere. La mia occupazione ufficiale è il cartografo, ero una promessa da giovane, entrai anche in concorrenza con alcuni colleghi di fama internazionale che diedero nome a grandi massicci montuosi, ma quelli mi schiacciarono e ora  lavoro per il comune, sono impiegato in studi tecnici, verifiche, misurazioni e rendicontazione, concessione di licenze per esercizi commerciali e permessi per nuovi blocchi abitativi e lotti, ma non ho ricordo nel sogno di quella mattina di incarichi a me affidati in quella parte della città del resto a me sconosciuta e forse al di fuori dei confini del comune dove mi trovo burocraticamente a operare. Dovrei  pensare che si fidano ciecamente di me, oppure mi sfidano, sanno che ho esperienza in quel lavoro e mi lasciano fare. Solo il caposervizio della cucina dalla massa orsesca mi scruta da lontano mentre mi allontano dal suo tendone garage di riferimento che è la cucina vera e propria mentre me ne vado con i piatti in mano sul vialetto dei tigli, così nella toponomastica ristorativa hanno denominato la sala da pranzo nella quale non c’è l’ombra di un tiglio, quella più prossima al luogo dove escono le ordinazioni del ristorante diffuso. Quella sala consiste in due file di tavoli da due sistemati sui rispettivi marciapiedi del viale sul quale si affaccia un’officina meccanica, una legatoria e una sala slot con annesso centro estetico con insegne in ideogrammi. Ho buona ragione di ritenere che quella sia la sala privè del ristorante diffuso, solo tavoli da due che devono essere i primi che se ne vanno nelle prenotazioni per San Valentino, penso. Il mio servizio si svolge in tutto il ristorante diffuso. Non ho una sala di riferimento e devo scorazzare come un pazzo ovunque come un runner appiedato. Dovrei mettermi il contapassi e farmi pagare per ogni passo fatto come un qualsiasi youtuber. Non ho mai fatto difetto di passo, velocità, attenzione e sentimento nelle ordinazioni e nello smaltimento delle portate ma quel giorno feci degli errori che adesso valuto siano stati dovuti al mio coinvolgimento emotivo la cui motivazione era da ricercarsi proprio nel motivo per il quale mi trovavo lì: il sogno. Tutte cose venali ovviamente, non rischiai di avvelenare nessuno. Sembra che nel ristorante diffuso vi sia questa consuetudine di versare stricnina o polonio radioattivo nei piatti di clienti petulanti o cattivi pagatori, io non lo avrei mai fatto ovviamente, ho una mia professionalità, ma vi potrei essere stato indotto anche solo per errore qualora dalla sala macchine della figura orsesca mi fosse dato un ordine con il teschio da consegnare e per errore avessi invertito o frainteso il numero del tavolo che mi potrebbe essere stato consegnato con figure di numeri staccati o sgocciolanti come in un dipinto di Dalì, o che magari avessi rovesciato addosso a dei commensali una zuppa bollente. Niente di tutto ciò, i miei errori invece potevano riguardare solo la consegna di una pietanza da un tavolo a un altro invertendoli, con effetti in ogni caso imbarazzanti ai quali avrei dovuto porre rimedio. Oppure poteva capitare che avessi ricevuto l’ordine di un branzino e mi presentassi al tavolo con un insipido brodino sentendomi dire: “cos’è questa roba?” “In che senso cos’è? Il brodino che ha ordinato…al Tio Pepe”. Quello che il cliente beffato mi rispose in quel caso aveva qualche assonanza con il Tio da me citato ma era accompagnato da parole volgari che facevano da corollario alla sua richiesta di spiegazioni circa il mio udito o qualsiasi altro tipo di problema potessi avere. In casi come quello sarei dovuto tornare alla cucina garage della figura orsesca ma nel timore della sua reazione furiosa cercavo di persuadere lo sfortunato cliente circa la bontà della pietanza da me proposta che anche se frutto di un malinteso cercavo di rifilargli. In quel caso visto le resistenze dello stesso insistei chiedendogli se si potesse arrivare a una negoziazione. Quello mi guardò me come fossi un alieno e intorno a sé in cerca di soccorso ma visto ci trovavamo in una strada deserta di una zona industriale desistette e lo vidi scomparire insieme alla sua compagnia femminile dietro un capannone con le loro sagome che diffusero nell’aria stantia della piana un alone fiammeggiante blu metano. Accadde anche che a un tavolo da otto situato nella cosiddetta Sala delle Teche, un piazzale periferico e lontano dal centro diffuso dove pensavo mi volessero mandare a prendere l’ordinazione per morire, spazzato dal vento  e circondato da tre distinti capannoni di Pronto Moda, si creasse una situazione alla quale umanamente non avrei saputo come porre rimedio se non dandomela a gambe. Il tavolo era composto da due coppie e altri quattro uomini butterati ineleganti e tatuati che ridevano e scherzavano tra di loro al momento del mio ordine senza accorgersi nemmeno della mia presenza o della mia faccia. Intuii stessero parlando di cimiteri come se questa fosse l’occupazione dei quattro uomini butterati che continuando a sghignazzare tra di loro ammiccando alle due donne con fare lascivo mi stavano impedendo di prendere l’ordine, causandomi un ritardo atroce sugli altri tavoli da sistemare e che si trovano a due isolati da là. Finalmente uno di loro mi rivolse la parola e mi chiese se avessimo tutto l’Artusi. Sul momento non capii cosa volesse dire e credei di aver capito male la domanda interrogandomi se intendesse chiedere se lì nel ristorante fossero stati commessi degli abusi, ma cercando di non apparire sordo, o peggio ritardato, cosa che avrebbe dato il via alle solite canzonature degli energumeni, per non pensare peggio, visto la strada seminascosta nella quale ci trovavamo, gli dissi che no… non usavamo la pasta milleusi. Tra il cingolare di un furgone bianco guidato da un cinese e dal cui sportello posteriore fuoriuscivano pezze e utensili da tessitura e l’abbaiare di un cane che sembrava venisse scuoiato poco oltre la siepe che era il recinto del tavolo privè degli otto, riuscii a capire che mi chiedeva di portargli da bere visto che stavano morendo di sete (testuali parole). Io non lo feci fingendo di farlo e mi allontanai da loro per tornare al centro della sala, tre isolati più in là, per controllare la situazione dei tavoli a me assegnati. Quando tornai per sincerarmi ancora circa la loro presenza e minaccia quelli erano tutti morti stecchiti, forse proprio di sete visto la secchezza delle loro pelli dalle quali in alcune parti del corpo si notavano ferite e graffi dai quali fuoriusciva solo un minimo rivolo di sangue che ribolliva sull’asfalto, mentre il cane gracchiante ne lisciava i corpi e cercava di decifrarne la consistenza per il proprio possibile sostentamento. Me la diedi a gambe e tornai verso il centro diffuso del ristorante non prima di aver cancellato quel tavolo maledetto sul palmare delle ordinazioni sul cui schermo dopo aver premuto il tasto elimina apparve il volto piangente di una dama dai capelli corvini.

Il ritorno verso il centro del ristorante diffuso, la vera e propria piazza e sala ingresso alla sala macchine e cucina di questo poteva rivelarsi difficoltoso. Potevo perdermi nel dedalo di strade e controviali e dovevo andare in cerca di aiuto, in cerca di lei, oppure potevo rischiare di perdermi come in una chiesa di cera a contare l’inverni. Nel tragitto potevo imbattermi in strade intitolate a maestri di musica del posto, rotatorie a preti anti-mafia e passaggi-galleria a benefattori locali, sullo stile di quelli che collegano i grandi boulevard parigini ma lì invasi da merde di cane e urina diffusa. Quel ristorante doveva essere una multinazionale tanti erano i camerieri, lavapiatti e addetti alla cucina di ogni più svariata razza e provenienza. Sciamavano da e intorno al portone ingresso della cucina come me, inscenando le loro danze da lavoro sul sagrato della chiesa razionalista che era il centro nevralgico dell’attività. Ogni tanto dall’antro oscuro si affacciava la figura orsesca ma più spesso i suoi sgherri a tracciare le coordinate dei percorsi verso i tavoli assicurandosi che gli sprovveduti galoppini che noi camerieri siamo non avessero a prendere la strada sbagliata. Anche lei è presente con gli sgherri sulle scalinate del sagrato ove con alcuni di quei bellimbusti si sofferma scherzando e ridendo da vipera, con uno di loro in particolare con il quale lei lavora a gomito e si sollazza come se fosse il suo amore e come evidente come sempre che mi ignora, come non mi avesse mai conosciuto e non come fossi uno che è stato tradito da una che fa gli occhietti agli sguatteri. Quando la vidi, domandandomi se lei avesse visto me e finalmente preso coscienza che dopo tanto tempo ero tornato e che prestavo lì servizio quella sera stavano confabulando e immaginai che lui le avesse chiesto come lo aveva visto, cioè come lei avesse visto me e che impressione le avessi fatto. Fosse stata una poetessa avrei capito dal movimento delle sue labbra qualcosa del tipo: “come un giorno di autunno” invece di “il solito coglione”. Su quello stesso sagrato e le scalinate, come su tutti i marciapiedi del distretto, di fronte alle casupole di stoppie e argilla e ai Pronto Moda si fermano i ragazzi per l’aperitivo. Anche quello è diffuso e si mescola alla routine lavorativa di inservienti, camerieri e portapiatti in un’allegra, rumorosa e caotica promiscuità di ruoli dai quali si staglia di notte come in un sogno, un sogno dentro un sogno, la casa di lei. Sembra rientrata da poco, presumibilmente dal lavoro, come sempre. Dentro la sua stanza al primo piano fa irruzione la polizia e spara con un taser su delle vecchie musicassette addossate alla parete, una parete altrimenti sgombra di una stanza scarna e incolore, nemmeno un televisore, nessun quadro alle pareti, una bacinella di porcellana in un angolo su un catafalco in ferro battuto troppo grande e arzigogolato per quel contenitore, qualche rivista sparsa per terra nella luce buastra dei riflessi della notte. Lei appare del tutto distaccata da quello che sta accadendo, consapevole che ci sono state indagini in passato che non hanno portato all’identificazione di nessun colpevole che non era certamente da cercare all’interno della sua cerchia, perché nessuno ha colpa. Uno degli agenti confessa che dovranno arrivare a cercare provviste almeno una volta a settimana, almeno quelle se non la verità, chiosando con lei che per un attimo mi guarda: “allora, ce la facciamo questa anatra all’arancia?” messaggio in codice come gli altri nel quale si annidano le comunicazioni riservate all’interno del ristorante diffuso tra le maestranze e tra gli stessi commensali, dalla cui cosa deduco essere tornato in servizio in mezzo ai tavoli, perso nelle salette appartate, nei viali, nelle rotatorie del comparto industriale e nei sentieri vicinali verso le cascine diroccate che lambiscono il ristorante diffuso. Il sole sta scomparendo a ovest sulla linea dell’orizzonte nel tramonto tardivo di quella sera e io sono in ritardo marcio su tutte le ordinazioni. Mi immagino da un momento all’altro la figura orsesca saltar fuori dalla cucina-garage con un utensile appuntito per trafiggermi. Se il ravanello vale il suo peso in piombo, la barbabietola vale il suo peso in bronzo e il rafano vale il suo peso in oro in base a quanto gli dei attribuivano valore a queste radici, io mi domando cosa sia che fa girare il mondo, perché pensavo fosse l’amore e non la ristorazione, ma potremmo in ogni caso farlo come in  un’intervista, anche nel ristorante diffuso, in un pomeriggio qualsiasi prima di prendervi servizio, quando la macchia di un aereo oscura il sole e ferisce con la sua ombra i prati rinsecchiti del parco degli Acquedotti e le rughe della fronte mia si spianarono rivedendo i ponti, l’immensità di Roma, la sua luce e sentendo sulla pelle il vento che viene dal mare. Una strana suggestione, un amore a prima vista che sa di eternità, quasi un’attrazione fisica per quella città dove nessuno lavora e tutti tramano, trafficano e vivono alla giornata. Da quei prati rinsecchiti con le gigantesche arcate, fra i sentieri polverosi e i cespugli sparuti mi additano i celebri gatti di Roma e sembrano volermi dire “torna a casa”, ma non ho una casa, né in Oltretevere, né al Castello e non mi resta che camminare, camminare come navigare su una nuvola di fiori di mandorlo, di pesco e ciliegio, tra le rovine di templi e orti e le casupole della città morta, simili più a rifugi per animali che a dimore umane, per poi addentrami sull’antica via consolare, un prato in città che non è più città e che si snoda con il suo basolato millenario dalle circonvallazioni semiperiferiche fino al GRA, confine ideale della vecchia capitale dell’impero nel terzo millennio, verso sud, quando qui fuori dalle mura dell’Urbe le legioni si spingevano verso sud per le loro conquiste e i mercanti con i loro carrocci curavano gli approvvigionamenti della città eterna. È il parco dell’Appia Antica, sorvegliato e sbarrato al traffico automobilistico. Tutto intorno catacombe inaccessibili, mausolei, la tomba di Seneca e di consoli vituperati in vita, come lo sono oggi quelle di intellettuali e politici che lì hanno eletto il loro buen ritiro in sontuose ville immerse nel verde e sorvegliate come dei compound militari. “C’è divieto di accesso e ci sono anche le telecamere…non le ha viste?” mi chiede quello che reputo un addetto alla sorveglianza di uno di quelli. “Io vedo solo rovine” gli rispondo. “Certo che sono rovine… sono quelle che ti hanno portato qua…  e ormai qui è tutto e solo turismo”. E cibo penso io, cibo e turismo, estremo penso mentre scorgo una comitiva di  americani della terza età condotti da una guida che fa da capofila a quel gruppo dall’etica protestante e giovanilistica inforcando la superbike con le ruote da carro trainato da buoi. Una delle donne cade, non dovrebbe starci su quella bici troppo grande e pesante per lei su quelle pietre scoscese. Il gruppo accorre in soccorso dell’anziana per i cui danni fisici e morali immagino la responsabilità civile possa ricadere sulla malcapitata guida locale sottopagata dall’ente del turismo della capitale, come potrei esserlo diventato io nella mia città, ridotto a fare la guida turistica dopo tutti i miei studi, se tutto fosse andato diversamente. Penso che Roma sia un tranello o un indovinello, forse l’acronimo di qualcosa, un anagramma  o un palindromo da prendere al volo, una frase carpita da un sogno come quella che lei pronunciò quando mi vide al ristorante e si lasciò sfuggire “ciao, ti avevo visto, è solo che vengo da una casa e ora vado a un’altra casa”. Chissà di quale proiezione astrologica si trattasse e mai farsi accalappiare dai giuramenti fatti con la bocca, e poi saluti, abbracci, come stai? parole o anatemi lanciate dai rostri, all’ombra delle palme malate sul viale trionfale, e per cosa poi? come se non ci fossimo mai incontrati, come se chi sogna non fosse sempre uno sciocco, come se le cose passate non fossero finite e la parte più grande del mondo non si fosse perduta nel segmento di una sfera. Chissà che anche a me non fosse dovuto un quarto d’ora di celebrità in quella città, come a qualche antico console, politico o generale, magari come a Furio Camillo che sconfisse i Veienti e al quale hanno intitolato anche una stazione della metro. Ma io non ho mai avuto particolari ambizioni, desiderio di far carriera, brama di conquiste e voglia di risposte a domande come da dove prenda la terra il nostro nutrimento, il midollo del quale sto parlando non è un cibo, è il suo contrario, è veleno… Sono venuto qui solo a fantasticare un po’ con la consapevolezza che chi sogna è sempre uno sciocco, dicevo, prima di tornare alla realtà della mia vita e della mia occupazione, sapendo che  la perdita delle illusioni non prevede reduci, dopo di essa c’è solo il fluire del tempo, riempito da rituali quotidiani, individuali o collettivi, quel mero istinto di sopravvivenza tipico del genere umano, senza più utopie né sogni giovanili, dopo non resta molto all’uomo, la consapevolezza della morte ha divorato tutto, resteranno solo rovine per i posteri e atti ingiuntivi da uffici tecnici e ordini da evadere anche in un ristorante dove non metterai più piede. Su quel lotto di capannoni, strade e percorsi obbligati tra i tavoli metterò il mio diritto di veto, una V gigantesca, non si costruirà più niente, non ci saranno nuove modifiche urbanistiche né nuovi tavoli o ordinazioni, e nemmeno sogni da fare.


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