di Claudia D’Angelo
copertina di Marie Høeg e Bolette Berg
Se ne sta stesa sul telo da mare rosso, le ginocchia piegate come alberi di una barca a vela. La sua vela è una gonna di cotone giallo che dirotta continuamente la traiettoria in mare; il vento la porta a destra e a sinistra, non fa nemmeno lo sforzo di coprirsi. Ma sotto c’ha il costume, la lycra la preserva da qualsiasi vergogna.
Fissa in alto davanti a sé e mi invita a stendermi sul telo matrimoniale, così mi concede di guardare lo stesso panorama, o quasi: cosa vede oltre a quei capelli crespi di pini, cosa sente oltre a quelle piccole seghe canterine sui tronchi? Milena ha gli occhi spalancati su questo buco di cielo, sono immobili, ma sembrano fare giri vorticosi come le sue dita sull’ombelico: girano e tutto diventa piatto, abbassano i livelli dimensionali, azzerano ogni profondità. Non esistono distanze tra la nostra pineta e il mare; con gli indici potremmo arrivare alle nuvole. Delle cicale sono rimaste solo gli scheletri abbandonati sui tronchi, memorie di antichi canti. Milena chiude gli occhi, gira le anche e appoggia la testa sul mio seno. La fauna tutt’intorno smette di respirare. Se solo potessi spostare questo potere oltre, prenderlo con le mani, come un pacco a rendere, se solo fosse lei a provare tutto questo – le vertigini, il mare agitato, le fantasie domestiche – solo guardandomi.
Devo dirti una cosa,
mormora, facendomi vibrare l’addome. Deve dirmi qualcosa di fastidioso se ha deciso di rivolgersi alla parte inferiore del mio corpo. Oppure bluffa, e adesso girerà il volto all’indietro in una coreografia di denti e sorrisi.
sono incinta.
Non sta bluffando. I suoi capelli mi solleticano il mento.
Milena si è definita come appartenente, nell’ordine: a Roberto, a se stessa, alla natura e infine al futuro ancora impensabile e misterioso. Adesso di chi è questa creatura?
Mi chiede se ho capito.
Ho capito, ma non dico nulla. Per qualche istante lascio che la sua voce si srotoli del tutto e percorra la strada dallo stomaco alla gola.
E di chi è?, sospiro.
Lei mi dice: ma come di chi è,
ride,
è tuo.
Mi accarezza la pancia.
Affogo un altro po’, mi metto a sedere. Milena è costretta a fare lo stesso.
Adesso abbiamo tutt’altro panorama. Il mare all’orizzonte è un habitat sconosciuto, le increspature squame di un mostro alieno. Le grida dei bagnanti si fondono con quelle dei gabbiani, affamati e attenti come avvoltoi sulle nostre teste. Aspettano che i nostri corpi marciscano. Solo ora noto le buste di snack lasciate per terra nella pineta: si sono accalcate in una piccola massa luminescente, riflettono con cattiveria la luce del sole fino ai miei occhi.
Perché mi prendi in giro, Milena?
Milena apre e chiude la bocca, mi pare un pesce.
Mi alzo dal telo tutt’a un tratto così affollato.
Mi implora:
ti prego, siediti.
Tu non mi devi far ammattire, Milena, non devi farmi male.
Milena adesso ha cambiato volto: il naso e le sopracciglia corrucciate – è bruttina quando è seria.
Tu non mi credi?
Cosa dovrei credere, esattamente?
Cosa dovrei credere, che è frutto dell’immacolata concezione?
Milena torna a guardarmi:
Sei cattiva.
Vedo adesso lo squarcio della ferita e il sangue rappreso, il tentativo goffo di porvi rimedio: dei punti fatti alla bell’e meglio, da un dottore improvvisato – lei stessa; e infatti scorgo anche la fitta di vergogna lì attorno, come un odore di talco e disinfettante, sulla mano che tenta di coprire il danno, il ricordo di quello che è stato. Diventerà una cicatrice a zig zag, con diversi avvallamenti e promontori, d’ora in poi gli occhi sosteranno lì prima di notare il resto.
Che questa creatura sia stata concepita con se stessa o con la natura o con un cazzo qualsiasi non dovrebbe fare differenza: per Milena devo essere io.
Mi inginocchio davanti a lei: so che devo mimetizzarmi tra gli alberi come queste cicale prima di me e rinunciare al canto. Mi sporgo con le braccia aperte, ma lei si fa muro.
È un dono del cielo, le dico, è il frutto del nostro amore.
Milena si scioglie, si fa abbracciare. Adesso lei guarda la distesa di pini, i bagnanti, le squame aliene. Vede anche, probabilmente, l’accenno di promontorio a picco sul mare, il profilo vertiginoso della caduta.
Io vedo la mia auto, i parafanghi ammaccati, le ruote zozze di fango e merda. Le cartacce e le buste di snack che il vento ha ammassato insieme alle foglie e agli aghi dei pini: girano vorticosi, in mezzo alla polvere, per poi riassestarsi. E tutto diventa piatto.
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