di Piastrelle Sexy
copertina di Zhao Mengfu
Una donna mi guardava dall’altra parte del bancone, io non mi ricordavo chi fosse, ma lei evidentemente sì. Aveva una pistola in mano e io un mazzo di fiori.
PRIMA PARTE: IN VIAGGIO.
Mi ritrovavo fianco a fianco ad un vecchio insetto. Sull’annuncio aveva scritto niente animali insettivori e a me la cosa aveva fatto sorridere lì per lì, ma quando lo vidi in faccia capii che la motivazione aveva veramente senso. Salii in macchina. Lui indossava un bel completo di quelli che indossava nelle foto mio nonno: pantaloni marroni, giacca marrone e camicia avorio; al collo una cravatta nera a righe rosse.
«Ehi! Stai attento al mio cappello mentre ti siedi! Iniziamo male sai? Ci metto un attimo a lasciarti per strada eh!»
«Certo, certo… scusa».
Mi misi a sedere in macchina…. bell’idea aveva avuto quell’imbecille di Cocozza. È supersicuro quel sito… sono tutti bravi autisti e spendi un sacco meno che ad andare in treno. E se qualcuno ti ammazza? No, no, ci sono le recensioni, tranquillo. E se qualcuno non ha le recensioni? Be’ tu non andare con quello… Tutti avevano scritto delle buone recensioni su questo tizio qui: educato, efficiente, ascolta della buona musica e – Diavolo! – Nessuno aveva scritto che era un insetto! Un insetto! Ma com’era possibile! Diavolo!
Non appena salii il tizio mise in moto la macchina e premette play sulla radio: della musica elettronica… era qualcosa tipo Germania anni ottanta o giù di lì. I miei occhi si fermarono sul suo braccio con dei peli lunghi che si muovevano.
«E quindi dove stai andando?»
«Sto andando a T***».
«E questo lo sapevo dal momento che ci sto andando anche io, ma dove stai andando a T***? Al museo egizio? A vedere il castello? A fare l’università? Cosa stai andando a fare a T***?»
«Non ne posso più di stare fermo qui…»
Che diavolo di problema aveva? Stavo scappando… lì a M*** non ne potevo più… non so neanche io di cosa, ma non ne potevo più; avevo bisogno di muovermi: non ero un coccodrillo che poteva stare in acqua tutto il giorno a fare finta di essere un tronco, no! io discendevo dai gloriosi guerrieri ittiti: quelli giravano per tutto il medio oriente; andavano in giro a cavallo e saccheggiavano campagne e città e, solo una persona non avveduta avrebbe potuto pensare che andassero in giro solo per saccheggiare: il saccheggio era solo una scusa per muoversi… diavolo! Muoversi! Erano come quelle persone che dicono ‘andiamo a vedere il monumento’ e non lo fanno per vedere il monumento, ma per muoversi… diavolo! Muo-ver-si!
«Come fai a sapere di discendere dagli ittiti?»
L’insetto mi parlava dentro alla testa come i miei pensieri. Feci un urlo mentale.
«Ehi! sta calmo… pensi così forte… insomma… come faccio a non sentirti? È come se stessi gridando con la testa… o pensi più a bassa voce o ti sento».
«Va bene».
Mi soffermai a guardarlo un po’ meglio, aveva delle chele davanti alla bocca che muoveva continuamente. Mi accesi una sigaretta.
«Non si fuma qui».
«Ma non hai i polmoni».
«Mi fa sentire in pericolo».
Lanciai la sigaretta fuori dal finestrino e mi misi a fissare l’autostrada ascoltando la musica elettronica. Diavolo! se c’era bisogno di andarsene via da M***.
Dopo un’ora di viaggio l’insetto mi disse che aveva bisogno di fermarsi in autogrill.
«Ok».
Uscimmo entrambi dalla volvo blu. Io mi accesi una sigaretta e iniziai a camminare ansiosamente avanti e indietro davanti alla macchina: i miei antenati ittiti mi pulsavano dentro al cuore… avrei dato un braccio per avere un cavallo e correre per le sterminate praterie dell’Asia centrale… solo per correre… correre senza motivo. Improvvisamente l’insetto si immobilizzò di un’immobilità malata: stava morendo?
«Tutto ok?»
«…»
Nessuna risposta. Forse stava avendo un infarto: una sorta di infarto da insetti. Maledizione! Non potevo farlo morire! Andai di corsa all’autogrill: dentro c’erano quattro persone che stavano bevendo il caffè e una commessa… (come diavolo facevano i commessi degli autogrill ad andare in autogrill? cioè quella gente prendeva tutti i giorni l’autostrada? gliela pagava la società delle autostrade o era a carico loro? se fossero andati a piedi, il costo dell’autostrada sarebbe stato versato su loro stipendio? c’era un via nascosta che gli permetteva di raggiungere l’autogrill dall’interno senza usare l’autostrada?)
«C’è un dottore qui? c’è un insetto gigante fuori che sta male!»
«Lei sta scherzando, vero?»
«Ho usato un sito per fare autostop e il guidatore era un insetto gigante telepatico e adesso è nel pacheggio e sta male».
«Ma vada via… vada!»
«Se è venuto a prenderci in giro, sappia che qui c’è aria di schiaffi…»
«Imbecille!»
«Rimbabito!»
«Va bene, va bene… grazie lo stesso…»
Tornai nel parcheggio dell’autogrill. La pelle del mio autista stava iniziando a rompersi… qualcosa di fresco e disgustosamente morbido stava iniziando a uscire fuori dalla crosta. Mi misi a cammianare avanti indietro nella piazzola preoccupatissimo… tirai fuori il telefono per vedere di capire cosa stava succedendo… controllai le notifiche: Cocozza aveva postato un video con una scimmia che faceva le carezze a un gatto… cuoricino… Nori era andato al mare: bravo Nori non male come idea! per quale motivo stavo andando a T*** lo sapevo poi solo io. Sollevai la testa: davanti a me c’era l’autista… Stava bene: aveva solo i colori più saturi e la pelle sembrava molto più morbida.
«Dovevo fare la muta… scusami… possiamo andare».
«E non butti via il tuo guscio di cheratina?»
«E perché dovrei? è tutta organica quella roba… si decomporrà!»
«Schifoso bastardo: anche la merda è organica, ma non la lascio in giro».
«Cos’è quel foglio che hai in tasca?»
«Quale foglio?»
«Quello lì».
L’insetto con una delle sue zampe mi tirò fuori dalla tasca interna un foglietto: c’era scritto ‘Ho saputo tutto, vieni a T***’.
«Immagino che lei stia andando T*** per questo allora».
«Assolutamente no! io ho questa sensazione terribile addosso, non so se l’hai mai provata… io devo muovermi! non sono fatto per stare fermo… no…. L’uomo non è fatto per stare fermo… non è fatto per stare fermo come un bovino… fermo… fermo a masticare l’erba! Dobbiamo muoverci… Diavolo! Muoverci! …le scimmie si spostano continuamente: vanno da una foresta all’altra, mangiano il cibo sugli alberi: il cibo sugli alberi finisce? loro si muovono! sì, sì… muoversi! sai che non ci sono pulci che parassitano le scimmie? Lo sai? Lo sai perché? Le pulci… le pulci per nascere hanno bisogno di restare nelle feci… devono sguazzarci un po’ dentro e eh! eh! e le scimmie non gli danno il tempo di nascere che sono già andate via! Si sono mosse! …sicuramente qualche scimmia deve avere copulato con qualche grande erbivoro: un orango con un bufalo o un macaco con una vacca e subito i popoli sedentari… hai prensente i popoli sedentari? quelli che stanno fermi? Hai presente? Tipo gli egiziani o i babilonesi… o ma io non discendo da una scimmia e un grande erbivoro… no, io no… io discendo dai popoli nomadi: scimmie pure capisci?»
L’insetto mi guardava con i suoi mille occhi come una pianta di cedro.
«Certo, capisco».
Tornò a guidare. Nel mio cuore ribolliva sangue ittita.
Alla quinta ora di viaggio, dal cassetto iniziò a uscire fuori una quantità terrificante di piccole locuste.
«Mi scusi, stavo facendo un piacere a un mio amico… veramente, mi scusi! Non mi farà una cattiva recensione vero? …mi aveva garantito che non sarebbero nati dopo così poco tempo».
Mi fece aprire la portiera mentre andavamo ai centosessanta in autostrada per farmeli buttare fuori. Diavolo!
SECONDA PARTE: A T***.
Mi lasciò alla stazione dei treni. Erano quelli gli accordi. Gli lasciai quindici euro per pagargli la mia parte di viaggio. Lui mi salutò tirandosi su il cappello e dicendomi la frase criptica: ‘stia attento a quella donna che deve incontrare’. Diavolo! io non dovevo incontrare nessuna donna. Dopo poco mi suonò il telefono:
«Chi è?»
«Qui Cocozza, com’è andata?»
«Chi sei?»
«Cocozza!»
«Non ti conosco».
Buttai giù e iniziai a camminare per le vie della città di T***. I palazzi sembravano degli enormi formicai, o forse assomigliavano a degli enormi termitai… vai te a capire le differenze tra queste cose! Da un ponte sospeso un imbianchino faceva cadere i suoi pensieri di sotto e la gente gli urlava da basso di stare attento. Nel suo complesso la città sembrava la pianta che sarebbe potuta nascere da un seme piantato nell’asfalto. Improvvisamente notai davanti a me un tizio con la faccia strana. Mi stava facendo l’occhiolino; glielo feci anche io: avevo dei neuroni specchio che funzionavano una favola. Mi rifece l’occhiolino: anche lui doveva avere dei neuroni specchio che funzionavano una favola… E io allora gli faccio l’occhiolino… e lui allora mi fa l’occhiolino… e io allora gli faccio l’occhiolino… Diavolo! Eravamo bloccati in questo gioco cretino. Lui mi faceva l’occhiolino e io gli rispondevo e non se ne riusciva ad uscire fuori! D’improvviso arrivò un poliziotto.
«Cosa state facendo?»
«Ci stiamo facendo l’occhiolino».
«In riferimento a cosa?»
«Non lo so».
«Sa cos’è quel signore lì?»
«Non ne ho idea»
«È una di quelle piante velenose… una di quelle piante che catturano con l’occhiolino e poi man mano, con le radici, si allungano per mangiare la preda… non è una persona quel signore lì… assolutamente no».
Il poliziotto mi fece abbassare lo sguardo. Era vero: le radici della pianta si stavano allungando verso di me e già mi stavano rosicchiando un calzino. Dio mio.
«Grazie, tutore della legge!»
«Di nulla… sono cinquanta euro per il servizio».
«Grazie ancora tutore della legge!»
Diedi cinquanta euro al poliziotto: che uomo! Mi allontanai, mentre quello sparava contro la pianta velonosa… Uff… salvo per un soffio! Guardai l’orlogio: erano le sette di sera. Avevo voglia di bere qualcosa, non sapevo neanche io cosa. Tornò a suonare il telefono:
«Pronto».
«Sei arrivato?»
«Sì».
«Ti aspetto al bar davanti alla Gran Madre».
«Va bene».
Non avevo capito chi fosse, ma aveva uno di quei toni di voce cui non è permesso di dire no… quel tizio… quel Cocozza… be’ quello invece aveva una voce che se li chiamava i no, come un fischietto per no… Mentre pensavo mi scoppiò davanti l’immagine di un pakistano: sorrideva e vendeva fiori.
«Vuoi delle rose e dei tulipani?»
«Perché no?»
Mi diede in mano un mazzo di fiori: un bel mazzo di fiori. Alzai lo sguardo dai fiori rossi e blu e lo guardai: nei suoi occhi c’era una storia… dalle sue pupille iniziarono a uscire fuori dei pezzi di ferro che si innestarono nel mio cervello e iniziarono a infondermi una storia direttamente a livello subconscio… in Pakistan c’è un sacco di gente…. tantissima… in ogni stanza, quando la apri, ci sono almeno venti persone… dentro ogni mobile… in ogni cassapanca… migliaia di persone! …lui era scappato… un giorno la gente si era svegliata e non l’aveva visto più… era scappato perché aveva una gran fame di sterminate praterie: lo capivo no? io, io che ero discendente di ittiti? Certo che lo capivo…
«Ti lascio tutti i fiori per un cavallo».
«Non ho un cavallo».
«Grazie comunque…»
Lo lasciai che stava pensando a donne a forma di moschea.
Andavo in giro con in mano i fiori e sembravo innamorato, quasi mi sentivo innamorato. Il mio cuore era come uno di quei vecchi ciondoli con dentro la foto di qualcuno: una ragazza con gli occhi buoni e i capelli ricci. Mi sentivo felice e mi formicolava tutto: la schiena, il cuore; ero ricoperto di formiche che raccoglievano la felicità dal terreno, dall’aria, dall’acqua e me la infilavano sotto pelle con una siringa. Mi passò vicino un poliziotto:
«Cosa sta facendo lei?»
«Mi sento felice».
«Non può farlo così».
«Così come?»
«Con tutte quelle formiche che le iniettano la felicità pubblica sotto pelle».
«Ah! È pubblica?»
«Sì».
«Scusi».
«Scusi niente… sono centocinquanta euro di multa».
«Con settanta euro potevo comprarmi la felicità su internet».
«La prossima volta si compri la felicità su internet».
Ero davanti alla Gran Madre. Ero vestito bene con il cuore innamorato. Avevo voglia di scappare a cavallo per sterminate praterie come mi dicevano i miei geni ittiti. Entrai nel bar che mi era stato indicato. Una donna mi guardava dall’altra parte del bancone, io non mi ricordavo chi fosse, ma lei evidentemente sì. Aveva una pistola in mano e io un mazzo di fiori.
«Chi sei?»
«Non ti ricordi?»
«No».
«Ti ho scritto».
«Cosa?»
«Quel biglietto che hai in tasca».
«Quale? Questo?»
Tirai fuori il biglietto con su scritto ‘Ho saputo tutto, vieni a T***’.
«Sì, quello».
«E cos’hai saputo?»
«Che a M*** tu hai un’altra donna».
«Chi?»
«La Voglia Di Correre Per Le Praterie A Cavallo».
«Ma è un sentimento, un sentimento ittita».
«E cos’è quella?»
Di fianco a me c’era una donna, era nuda e mi stava toccando la gamba».
«Non so chi sia!»
La donna con i capelli ricci, prese la pistola e mi sparò.
Durante la battaglia di Qadesh, Ramses II aspettava il popolo ittita dietro a una pimm’s cup con una pistola in mano. Gli ittiti si presentarono con dei mazzi di fiori, ma Ramses II non ne volle sapere e sparò sulla folla. Fu il trionfo dei popoli sedentari sui popoli nomadi delle praterie asiatiche.
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