di Alessia Ragno
copertina di Stanisław Ignacy Witkiewicz (detto Witkacy)
Questo ritorno in treno si sta rivelando la degna conclusione delle ventiquattro ore disastrose che ho passato a Milano. Per arginare lo sconforto mi concedo di immaginare scenari irreali in cui sono già a casa, teletrasportata senza subire lo strazio di una scatola di metallo invasa dal chiacchiericcio di decine di persone estranee e dal rumore continuo di ferraglia. Chiudo gli occhi ancora una volta, sono determinata a visualizzare la cucina di casa, gli scaffali che ci sono intorno, le piante, i magneti sul frigo, ma è un sogno che mi sfugge ripetutamente e l’odore di stantio che respiro rende ogni immagine grigia ed estranea. È colpa dell’aria fetida imbarcata a Milano che non è mai andata via perché nessuno ha ritenuto necessario fornire questo vagone di finestre apribili, sia mai che a chi viaggia venga voglia di respirare. Ogni tentativo di distrazione si è tramutato in un mal di testa crescente che comprime i pensieri, li accelera e li rende sfuggenti. All’altezza di Pescara smetto di lottare e cedo alla tristezza. È un anno e mezzo che faccio colloqui, questo di Milano sarà il ventesimo, ho perso il conto, ma non è cambiato nulla e il biglietto di andata e ritorno mi è costato quanto il budget dell’intero novembre. Nonostante ciò Paolo, come sempre, è ottimista e quando mi chiama al telefono per sapere come sta andando il viaggio, non perde occasione di motivarmi.
«Secondo me ti assumeranno», dice sulla base di un sesto senso che si è inventato per l’occasione, e per smorzare lo scetticismo del mio silenzio si affretta ad aggiungere: «Sei stata solo sfortunata, ma le cose cambieranno». Ci crede davvero e mi fa piacere per lui, ma io sono stanca, ho un cuneo di dolore conficcato nel mezzo della fronte e, più in generale, non credo reggerò ancora per molto senza un contratto vero e delle entrate stabili. Non reagisco ai suoi entusiasmi, però, con il solito pessimismo e vorrei tanto che fosse merito di una flebile fiammella di speranza, la sua, agganciatasi per caso al mio proverbiale catastrofismo, ma è più probabile che mi manchino le forze per discutere al telefono davanti a tutta questa gente. Paolo continua a parlare, io ascolto, ma soprattutto mi guardo intorno, e più metto a fuoco gli spazi e gli oggetti e più mi sembra che l’aria si ispessisca. La intercetto in qualunque direzione guardi, mentre si muove, densa, fra le teste delle persone e si aggrappa alla tappezzeria polverosa, ai cappotti appesi sulle pareti e alle valigie accatastate. La vedo incattivirsi sotto i miei occhi. Sono forse io a caricarla di nervosismo?
«Io lo so che sei stanca, ma devi stringere i denti».
La voce di Paolo mi riporta alla conversazione, la visione dell’aria maligna mi sfugge e adesso tocca all’immagine grottesca di denti che si stringono l’un l’altro e annullano gli spazi con tale disperazione che le corone si sbriciolano, le radici fuoriescono dal mento e detriti candidi invadono la gola. Li sento scivolare come sabbie mobili e per lo spavento resto in apnea, come se avessi dimenticato di respirare.
«Pronto, mi senti?» dice Paolo da un altro pianeta, io non riesco a rispondere, ho dimenticato anche come si parla.
La porta del vagone che si apre all’improvviso rompe il maleficio e riprendo a parlare con una voce sottile che non mi appartiene.
«Sì, sono qua. Ti sentivo a scatti».
«Dicevo che non ti devi crucciare. Arriverà l’occasione giusta».
«Io sto facendo tutto quello che posso», dico in un soffio.
«Lo so, non ti devi giustificare».
Vorrei ripetergli che sono stanca, che più di ogni altra cosa desidero la sua vicinanza per nascondermi nella sua giacca ed emergere solo quando sarò a casa in un giorno nuovo e meno minaccioso, ma qualcuno apre di nuovo la porta dello scompartimento e il rumore delle ruote del treno sui binari sovrasta ogni altro suono. Tocca a loro parlare adesso.
«Vuoi che ti venga a prendere dalla stazione?» ripete lui nel frastuono che c’è fuori e dentro il telefono.
«Sì per favore» rispondo io con la voce nuova che mi ritrovo.
«Mi faccio trovare con la focaccia calda».
Lo immagino in stazione ad aspettarmi con un pezzo di focaccia in mano, mi commuovo piano, senza che se ne accorga nessuno.
«Grazie», gli dico con un filo di voce e poi ritorno la solita previdente di sempre, «ti scrivo quando stiamo per arrivare così calcoli i tempi e non aspetti al freddo».
Chiudo la conversazione con i detriti fermi in gola, hanno trovato un equilibro, ma per quanto ci provi non riesco a deglutire la tristezza di cui sono composti. Chissà se dall’esterno si nota questo grumo che occupa il collo; chissà se non è arrivato proprio adesso, per me, quel momento in cui la sconfitta è così evidente da modificare in maniera permanente corpo e abitudini. Non sembra, però, che le persone intorno mi stiano prestando attenzione, ma lo preferisco, non voglio disturbare le loro esistenze pacifiche, anzi, riprendo a osservarli per assorbirne, con gli occhi, la loro tranquillità.
Incrocio lo sguardo dell’uomo seduto di fronte a me, è la prima volta dalla partenza. Indugia a lungo, ma è come se mi guardasse attraverso, sta pensando. Con la mano sul collo e poi su, verso la mandibola, mi accerto che i denti non si siano sbriciolati davvero e che lui non stia assistendo alla mia degradazione. Lui è un uomo d’affari, credo, elegante nella sua giacca grigia di panno, una camicia bianca e una cravatta blu intenso che ha slacciato appena si è accomodato nel suo posto. È salito con me a Milano e lavora al computer producendo un ticchettio di tasti leggero, ma costante, al quale tento di tornare con la mente per non sentirmi sopraffatta dal rumore dei binari. Di fronte a me, e accanto all’uomo d’affari, una signora salita a Bologna che non ho ancora guardato bene in volto perché nascosta dall’enorme borsa frigo che ha posizionato sul tavolino. Ho familiarizzato, però, con i suoi capelli grigi freschi di parrucchiere e le mani rapide che scartano cibarie di ogni genere avvolte con cura nella stagnola che riflette le luci al neon. Suppongo stia mangiando di gusto, ma ammetto sia più una proiezione personale, io che non ho nemmeno toccato il pranzo triste comprato in un bar della stazione di Milano. È ancora sul tavolo, la busta bianca in cui è avvolto è diventata trasparente in più punti, credo sia il ripieno di pomodoro e stracchino della piadina a rivendicare i suoi spazi e adesso niente potrà più separarlo dal tovagliolo. Non è un digiuno punitivo il mio, è che sono troppo concentrata a sopravvivere a questo viaggio. Non mi piace essere lontana da casa, non amo rimanere a lungo in spazi chiusi, allora riduco le azioni al minimo in attesa che finisca il supplizio. Non ho neanche bevuto, due sorsi d’acqua appena da stamattina, sento la disidratazione che mi asciuga ogni parte del corpo, o forse sono ancora i detriti, si staranno muovendo, ma non ho intenzione di bere, aumenterei il rischio di usare il bagno e io ho il terrore di rimanerci chiusa dentro, una scatola ancor più piccola e maleodorante. Al solo pensiero la gola si restringe e i detriti si compattano un po’ di più, provo a scacciare la sensazione di soffocamento con dei colpi di tosse, ma non cambia molto, allora ritorno a guardarmi intorno in cerca di qualcosa che mi distragga. Controllo la valigia sulla rastrelliera, poi passo alla borsa incastrata tra le mie costole e il finestrino, la apro e dò uno sguardo alla confezione di cioccolatini artigianali che ho comprato per Paolo questa mattina, sulla strada verso la stazione. L’intento era di portare via almeno un bel ricordo da condividere, nella pratica ho speso quasi trenta euro per sei pezzi minuscoli, ma custodirli mi dà uno scopo. La busta trasparente è ancora intatta, il cioccolatino a forma di zucca, il mio preferito, è al centro esatto, ancora integro e lucido; anche gli altri pezzi sembrano a posto a parte il cremino e il bon bon al mirtillo che sono sul fondo e hanno gli angoli leggermente sciolti. È colpa dell’aria spessa e sempre più calda che opprime tutto, ne sono convinta, allora sposto la borsa sul sedile vuoto accanto al mio, dove c’è più spazio, e infilo il braccio nella tracolla per essere sicura che non me la portino via. Mi rannicchio a fatica nel sedile cercando di non sporcarlo con la suola delle scarpe, ma tra il braccio bloccato a trattenere la borsa e le ginocchia che non riesco a sollevare perché urtano contro il tavolo, rinuncio presto alla comodità e ritorno nella stessa posizione che ho tenuto nelle ultime quattro ore. Faccio il calcolo mentale di quanto manca per rivedere la stazione centrale di Bari: un’ora e quaranta minuti ancora in compagnia dell’aria spessa. La vedo di nuovo adesso, un fluido che opacizza i colori, sporca i finestrini, ma che sa anche insinuarsi nella mia testa. È lei che proietta il ricordo dei momenti imbarazzanti di ieri. Il primo che mi torna in mente è lo spaesamento che ho provato quando mi hanno chiesto il salario che mi aspettavo dall’incarico di copywriter junior. Non ho voluto puntare troppo in alto e quando ho risposto diciottomila euro l’anno, una somma comunque enorme per me che sopravvivo con gli incassi patetici dell’ultimo anno da freelance, ho intercettato il sorriso sardonico del direttore creativo dell’agenzia e quello del capo delle risorse umane accanto a lui; d’istinto, ho sorriso anche io unendomi ai festeggiamenti per la mia figura barbina.
«Sa, la posizione è junior, quelli sono stipendi che riserviamo a figure più di rilievo nella configurazione aziendale».
«Ma uno stipendio medio per un junior è anche più alto», ho risposto d’istinto.
«Noi attuiamo politiche diverse. Lei deve capire che fare gavetta è fondamentale, non può arrivare qui e sentirsi arrivata già con il primo incarico».
La settantacinquesima replica di questo strazio viene interrotta dal treno che rallenta, guardo l’orologio e penso che potremmo essere arrivati a Foggia, ma è ancora presto e non vedo le luci della stazione fuori dal finestrino. Mi guardo intorno, di nuovo, nessuno si allarma. Il cellulare vibra, è un messaggio di Paolo.
Ti va la focaccia dalla pizzeria vicino casa?
Gli invio l’immagine di un cane che fa sì con la testa, ma la linea telefonica è instabile e le spunte del messaggio rimangono grigie. Il treno, intanto, si muove a singhiozzo e l’uomo d’affari è il primo manifestare nervosismo. Parlava al telefono con un certo Gianni, ma ha problemi di linea anche lui e ripete: «Gianni mi senti? Pronto? Hai capito cosa ti ho detto sulla fideiussione?»
Sto ancora riflettendo sul suono buffo della parola fideiussione, quando il treno frena più forte e si ferma. Anche l’aria cattiva si è fermata, lo capisco dal peso che sento sulla testa e sulle spalle. L’uomo d’affari ha perso definitivamente il contatto con Gianni, un sollievo per le persone presenti, un disastro per lui che sbatte il telefono sul tavolo per la rabbia. Sento il colpo nelle ginocchia premute sul piano, entro in risonanza e comincio a tremare.
«Non arriveremo a Bari nemmeno per mezzanotte» sbotta ancora lui e questa profezia accelera il precipitarsi dei miei pensieri. L’aria ora si è fatta più vischiosa, mi aggrappo alla borsa con le mani incerte, spalanco gli occhi per scorgere qualche indizio fuori dai finestrini, ma sono pozzi bui in cui si riflettono solo il mio volto agitato, la borsa frigo della signora e il computer dell’uomo d’affari. Sul fondo c’è una ragazza che dorme profondamente e di fronte a lei un anziano signore con un berretto di lana. Mi distraggo pensando alla temperatura raggiunta dalla sua testa, ma il ragionamento si interrompe sul nascere perché le luci del vagone si spengono senza preavviso. Il buio del mondo esterno attraversa i finestrini e solo le luci degli schermi dei cellulari gli impediscono di dilagare. Io non muovo un muscolo, rimango aggrappata alla borsa che è la mia boa. Immagino di essere sul fondo del mare con l’acqua scura che schiaccia la testa e mi curva le spalle. La fame d’aria aumenta e non si placa quando la luce ritorna dopo pochi secondi. I neon mi accecano e d’istinto chiudo gli occhi. Comincio a contare improvvisando una profezia: arrivata a dieci il treno riprenderà a muoversi, dico, ma non si avvera. Anche contare fino a venti non risolve la situazione, così riapro gli occhi lentamente. Quando le pupille si adattano al bianco dei neon ritrovo intatti i due compagni di viaggio di fronte a me, mentre l’anziano col berretto è in piedi. Sta parlando con altre persone alle sue spalle, sento citare Foggia e lo prendo come un buon segno, qualcuno di noi sa dove ci troviamo. Ricomincio a contare dall’uno fissando la borsa frigo della signora, ma questa volta non mi do un obiettivo, conterò fino a quando serve per placare l’istinto di forzare le uscite di questo treno e muovermi verso Bari a piedi. Ancora immersa in questo scenario, immagino anche che l’aria fetida di Milano esca con me, come una massa senziente dotata di gambe, e che si rifaccia una nuova vita nella campagna foggiana. Riprendo a contare e stringo a me la borsa con una forza che va intensificandosi, piantata sul sedile con ostinazione, come se qualsiasi movimento possa rivelarsi fatale.
«C’è aria viziata in questo vagone, non si respira» dice la signora al di là della borsa frigo, faccio cenno di sì con la testa ma realizzo velocemente che non mi avrà nemmeno vista. A sorpresa interviene l’uomo d’affari che ha ignorato tutti fino ad adesso.
«Lo sa che hanno investito due miliardi di euro per rinnovare il parco treni? E con quale risultato? Siamo fermi in mezzo al nulla per chissà quale motivo, cavie da laboratorio chiuse in gabbia».
Vedo davanti agli occhi un animale non ben definito rinchiuso in una scatola di metallo, respira a fatica, ne imito i singhiozzi, ho smesso di contare e lo prendo come un pessimo segnale che rinnova il soffocamento latente, ma non sono i detriti di prima, e nemmeno l’aria che è confusa come me sul da farsi; questa volta è colpa del buio della campagna in cui siamo fermi, lo vedo che tenta di avanzare premendo sui finestrini. Il corpo si fa ancora più rigido, la testa, invece, galleggia verso il panico. Con le mani gelate accendo lo schermo del cellulare. Il messaggio per Paolo non è ancora stato consegnato. Provo a chiamarlo, ma non ci sono squilli dall’altra parte, solo altro buio.
L’uomo d’affari ha ripreso a battere sulla tastiera del computer, riconosco il suono che produce, fortissimo ora che non ci sono binari che stridono. La signora, invece, mangia e dal suo sedile proviene un tenue odore di mandarino. Ipotizzo delle allucinazioni olfattive, ma resisto all’impulso di scostare la borsa frigo per rassicurarmi. Riprovo a chiamare Paolo, ma sullo schermo appare la scritta “errore di segnale”. Il telefono si prende gioco di me. Punto i piedi sul pavimento con tale forza che lo sento deformarsi sotto la spinta dei talloni, ma la situazione non cambia: il treno è ancora fermo. Paolo starà aspettando il mio messaggio, chissà se si sta preoccupando anche lui, chissà se sta cercando di chiamarmi o se è già sulla banchina ad aspettarmi, col pezzo di focaccia che si fredda nella sua mano. Sono tentata di chiedere a qualcuno intorno se ha un telefono funzionante da prestarmi, ma desisto prima ancora di provarci, il solo contatto con gli occhi degli altri mi preoccupa, temo di vederci riflessa la mia paura. Non c’è via d’uscita, non c’è soluzione, rimango immobile nel mio sedile. Uno spasmo investe la fronte corrugata per la tensione e fitte dolorose rimbalzano in ogni parte del corpo, ho anche una leggera tachicardia. C’è un pericolo che incombe, ma non gli so dare una forma, è tutto nella mia testa. Il buio ne approfitta per riprendere terreno e avanza solo per me, macchie scure pulsano davanti agli occhi, perdo i contorni degli altri che, al contrario mio, funzionano perfettamente, lenti e pacati rispetto alla tempesta che ho dentro. Non riesco ad accettare di essere l’unica persona in panico in questo momento.
Il gracchiare dell’altoparlante del treno anticipa la voce del capotreno, io salto sul sedile dallo spavento.
«Avvisiamo i gentili viaggiatori che il treno Frecciarossa 8813 diretto a Lecce riprenderà a breve la sua corsa».
Sento aprirsi i polmoni, sto riemergendo dal fondo del mare, l’aria è ancora ferma ma inizia a vibrare, la vedo rimettersi in moto. Il capotreno continua a parlare, ma non capisco le parole, sono impegnata a rinascere. Distinguo solo l’augurio finale: «Buon proseguimento del viaggio».
L’uomo col berretto di lana applaude, qualcuna dietro di lui cita di nuovo Foggia, è li che stiamo per arrivare. L’odore di mandarino si è fatto più forte, sarà perché l’aria spessa milanese è ancora stordita, come me. Approfitto della tregua e mi tiro su per sedermi composta, con la schiena dritta e le ginocchia ben allineate in attesa che il telefono, l’ultimo che manca all’appello, ritorni in sé. Allento la presa della borsa e raccolgo la piadina posata sul tavolo per riporla nella tasca in cui ci sono anche i cioccolatini. Voglio che tutto sia pronto perché non appena arriviamo a Bari io devo scappare da questo treno, ma c’è qualcosa che non va nella busta dei cioccolatini, al tocco è morbida. La guardo e vedo un magma unico di cioccolato e ripieni scomposti, solo l’arancione della zucca spicca ancora ed è a lui che affido il mio riscatto. Strappo il sigillo della confezione, infilo le dita avendo cura di sporcarmi il meno possibile e prelevo la zucca intatta solo per metà, ma per fortuna il ripieno non è fuoriuscito. La metto in bocca intera, senza alcun riguardo. Il resto dei cioccolatini, invece, finisce nel cestino a fianco del tavolo, schiacciato dal coperchio in metallo. Non mi importa dei soldi persi, penso solo alla zucca superstite, il tesoro che mi spetta e che mi sono sono meritata. Lascio che si sciolga in bocca, non provo nemmeno a masticarla. Il ripieno emerge dopo un po’, un trionfo di dolcezza che mi consola. A Paolo sarebbe piaciuto molto. Il sapore si esaurisce lentamente, ma io non ho più fretta. Saluto con un cenno del capo le prime luci che emergono nel buio del finestrino e guardo l’aria spessa che si addensa verso l’uscita.
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Splendido come la specificità, l’osservazione e interpretazione della protagonista, unite a un’immaginazione che talun* potrebbero definire ossessivo-compulsiva e ansiosa (o peggio), rendano un «banale» viaggio di ritorno – lungo e pesante per ragioni esistenziali, unite alla rinomata inefficienza targata Trenitaglia, un pezzo tragico, nostalgico e vivace insieme, con una chiusa deliziosa.