Cacao meravigliao – Pulviscolo

di Vargas
copertina di Moscabianca x Marie Cécile


TW: amichettismo

Sono passati due anni dall’ultima volta che ho recensito qualcosa, pazzesco.
Speriamo non finisca come allora.


Con solitudine e depressione la letteratura fa i conti approssimativamente da quando è nata. Purtroppo non c’erano i soldi per farne parlare Alcide Pierantozzi e quindi eccomi qui.

Pulviscolo è una novella di Mattia Grigolo (La raggia, Pidgin, 2022; Gente alla buona, Fandango, 2024) e illustrata da Marie Cécile per Moscabianca nella collana Cuspidi diretta da Diletta Crudeli.

Racconta la storia di Lui (Yari), un uomo con tendenze depressive che subisce il colpo di grazia con l’inspiegabile morte di suo padre, unica figura affettiva in un panorama familiare altrimenti abbastanza desolante. Il disperato tentativo di recuperare una bussola nella propria vita collassa con l’incontro con Lei (onomastica non pervenuta), una donna gravemente depressa e con tendenze sociopatiche che si guadagna da vivere grazie al proprio potere sovrannaturale.

Lei ha la capacità di disintegrare le persone e riportarle indietro, donandogli la sensazione di un attimo di dolore totalizzante e la consapevolezza del vuoto assoluto che c’è oltre la morte. L’esperienza è talmente estrema e il ritorno all’assalto dei sensi edonistico a tal punto, che i soggetti che lo subiscono sviluppano una forma di dipendenza. Lei ha un figlio, anch’esso senza nome, che sta addestrando all’utilizzo del Potere che ha ereditato, sacrificandogli animali domestici che però il bambino non riesce ancora a riportare indietro.

Il contatto tra Lei e Yari avviene quando quest’ultimo viene esploso e non sente il bisogno di ripetere l’esperienza: la dipendenza dal Potere è legata all’attaccamento alla vita, così come lo stesso ritorno dal Vuoto e la depressione anedonica di Yari non gli fa desiderare la morte, ma nemmeno lo rende così entusiasta di essere in vita.

La rappresentazione del disturbo depressivo come forma di immobilità, piuttosto che un qualche automatico impulso all’autodistruzione è onesta e curata e fa onore in un panorama di trattazioni del tema spesso eccessivamente superficiali. Anche il legame a doppio filo con la dipendenza, come una risposta a specifici appetiti piuttosto che una deriva meccanica dell’assenza di scopo, denota una precisa comprensione delle dinamiche in gioco.

Perché Yari è vero, è immune alle conseguenze intossicanti del Potere, ma allo stesso tempo è dipendente dalla presenza di Lei, un vuoto che riesce a sentire come pari, a fianco del quale poter esistere senza che gli venga chiesto nulla. Allo stesso tempo Lei trova in Yari qualcuno che la veneri come la divinità che sente di essere (e che invece è costretta a passare le giornate a fare la pusher glorificata) e allo stesso tempo un simile in cui perdersi.

I due non sviluppino mai una vera e propria relazione sentimentale, ma il testo descrive comunque il momento in cui Lei usa il Potere su Yari come una comunione di natura sessuale.

Su questi presupposti, Pulviscolo racconta un’economia a cascata di desideri altrui e propri, che va a convogliarsi nel baratro senza fondo della depressione dei protagonisti.

La scelta registica di raccontare la storia non solo per soggettive, alternando quella di Lei e Yari, ma anche articolando l’intreccio in maniera non lineare, supporta i temi trattati. Applicare solo la soggettiva di Yari ci avrebbe lasciato in mano giusto il racconto di un’anti-Manic Pixie Dream Girl che distrugge la vita al tiepido ometto disorientato di turno; quella di Lei una novella di mostrificazione femminile sulla cui opportunità lascio decidere al lettore. Usare entrambe le prospettive sposta la narrazione sul rapporto vero e proprio e rende il tutto più interessante. Anche la non-linearità lavora in questa direzione: i personaggi di Pulviscolo non stanno davvero andando da qualche parte, non hanno un obiettivo chiaro o di cui siano consci e quindi la narrazione può balzare avanti e indietro indisturbata, il procedere degli eventi è una questione di accumulazione più che di sequenza e non si riduce al giochino enigmistico di ricomporre una trama rimescolata.

Pulviscolo non è solo una storia su solitudine, dipendenza e depressione, ma anche su come questi tre specifici traumi si tramandano al prossimo, metaforicamente abbandonato nell’unico deserto che conosca.

Le illustrazioni per il volume affidate a Marie Cécile sono forse l’unica cosa che mi lascia perplesso. Sorvolando sull’intrinseca ironia di far lavorare un’artista così dedicata allo studio dei corpi a una novella in cui questi vengono programmaticamente disintegrati, Pulviscolo non è una storia che abbia bisogno di supporto per le proprie immagini. I pochi momenti visivamente d’impatto vengono ritratti dalle tavole con una delicatezza e una sobrietà che quasi nega il peso degli avvenimenti. Forse le più riuscite sono quelle che non ricalcano pedissequamente momenti del testo, forse ci sarebbe stato meglio qualcuno con uno stile più esplosivo (ahah).


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