di Luca Flaocioni
copertina di Louis Fleckenstein
Tutti dicevano a Carola di trovarsi un hobby, ora che era andata in pensione, e lei non se lo voleva trovare, poi se l’era trovato e non andava bene. C’era qualcosa di troppo deprimente nel vederla guardare le vecchie puntate del tenente Colombo, anche se lei mi diceva che era proprio bello poterli seguire per bene, che prima li usava soprattutto mentre faceva qualcos’altro, come stirare, ma così si perdeva spesso qualche avvenimento importante, o qualche battuta sul modo un po’ trascurato di vestire del tenente. Comunque a mio padre, che stava con lei da tre anni, la cosa non andava bene, e insisteva perché si trovasse un altro hobby. Carola si era messa a fare delle lunghe passeggiate, solo che nemmeno questo lo lasciava tranquillo, perché, per qualche motivo, le piaceva farle quando veniva buio, e i lampioni qui funzionavano quando volevano, e i marciapiedi erano quello che erano, così diceva mio padre. Per non parlare dei ladri, dei quali comunque parlavano tutti, soprattutto in televisione, anche se io non li avevo mai visti.
Una sera, dopo che Carola era appena uscita, doveva essere marzo o aprile, mio padre mi prendeva da parte nello sgabuzzino e mi ordinava di seguirla. Seguire la mia matrigna? O la mia matrella, come la chiamavo perché capisse che le volevo abbastanza bene. Ovviamente avevo rifiutato, ma mio padre sapeva dove applicare la pressione: tirava fuori dalla tasca dei pantaloni un foglietto sul quale c’erano un sacco di sue firme, piuttosto mal riuscite, dei tentativi di firma, diciamo, che non si ricordava di aver mai fatto. Facevo il finto tonto, guardavo il foglio pieno di firme stupito quanto lui, poi lo fissavo con lo sguardo più ebete di cui fossi capace e gli dicevo che magari andavo a fare una passeggiata anch’io. Mio padre non cambiava espressione, ripiegava il foglietto e se lo metteva in tasca.
Sì, avevo imparato a fare la sua firma per potermi firmare le giustificazioni. In quel momento facevo spesso fuga da scuola: ero in quarta superiore al Liceo Artistico F. Arcangeli e stavo perdendo un po’ di fiducia nella macchina dell’istruzione pubblica. Di solito una volta preso il 13, invece di scendere alla fermata Ragno semplicemente rimanevo seduto e andavo al capolinea, e poi indietro fino all’altro capolinea, ma in realtà era meglio prendere il 19 invece del 13, così nessuno dei miei compagni mi avrebbe visto, e andarmi a fare un giro a San Lazzaro. Almeno vedevo un po’ di mondo reale, camminavo lungo il Savena, entravo in un bar a leggere, invece di starmene in classe a farmi riempire il cervello di nozioni mai richieste.
Per questi strappi di libertà che mi concedevo in quel di San Lazzaro, ecco che mi ritrovavo a limitare la libertà della mia matrella dall’altro lato di Bologna, qui a Casalecchio. Casalecchio e San Lazzaro per me erano stati sempre due mondi paralleli, perfettamente divisi nella mia coscienza, che invece adesso mi metteva davanti al fatto che, per essere libero in uno di questi due, dovevo agire contro la libertà di qualcuno nell’altro. Carola, mi sembrava, voleva solo passare un po’ di tempo da sola. Lontano anche dalla persona a cui voleva bene, e che però ora le diceva di fare qualcosa, ora di non guardare Colombo, ora si preoccupava se usciva. Forse l’idea di venire a convivere con me e mio padre, anche se per i soldi poteva essere stata una mossa intelligente, cominciava a mostrare i suoi limiti.
Non so se mio padre pensasse che Carola lo tradisse, o davvero era preoccupato per i ladri e i rapinatori di cui parlavano continuamente in tv, fatto sta che più proseguivo dietro di lei per via Vespucci, più mi rendevo conto di quanto fossero davvero messi male i nostri marciapiedi. Erano stretti, in pendenza e l’asfalto si alzava ed abbassava in strane dunette, attraversate a loro volta da profonde spaccature. Cadere sembrava piuttosto facile.
E, infatti, a un certo punto vedo che il corpo distante di Carola si accartoccia verso una delle tante macchine parcheggiate lungo la via. Penso che stia per cadere, e faccio qualche veloce passo in avanti, ma poi mi accorgo che è tranquillamente china sul cofano, come se si stesse appoggiando per scrivere qualcosa. Dopo qualche metro, la vedo fare lo stesso con un’altra auto appena un po’ più avanti. Cosa poteva essere che doveva scrivere, ogni due tre quattro macchine, con tanta passione? Beh, la prima cosa a cui ho pensato era che si segnasse le cose da comprare per la casa. Del resto chi è che sapeva sempre se c’era da prendere la carta igienica o no? Se erano finiti i ciocociuffy? Una lista della spesa, certo, è l’unica cosa che si scrive così, come fulminati da un’improvvisa illuminazione. Evidentemente, Carola preferiva pensare a quello che mancava nel frigo e negli scaffali lontano da casa, probabilmente ricostruendo nella propria immaginazione il loro contenuto. Dopo qualche passo, mi è venuta in mente un’altra ipotesi: forse Carola scriveva poesie. Sarebbe stato bello: avrei potuto confessarle che anch’io le scrivevo, avremmo avuto una cosa in comune, a parte quella che, in fondo più importante, avevamo già, cioè il desiderio di essere lasciati soli. Mi sentivo in colpa, giustamente, per aver pensato subito alla lista della spesa, come se la Carola potesse essere solo quello, una pensionata la cui immaginazione era occupata per tutto il tempo dalle incombenze domestiche. No, poteva anche essere una poetessa, o almeno un’aspirante tale. Continuavo a seguirla e a pensare a cosa potesse aver scritto, fino a quando, arrivato all’altezza della prima macchina dove si era piegata, notavo una bella riga sulla portiera. Una bella riga, dico, cioè una riga fatta con un bel gesto deciso, una di quelle cose che nel biennio non mi era mai riuscito di fare sulla carta, forse per paura del giudizio dei ventuno coetanei che avevo tutti attorno. So riconoscere un bel tratto, non avendone mai saputo fare uno.
Ho continuato a seguire Carola. Ogni tot metri si curvava su una vettura, sembrava scrivere qualcosa, si tirava su e continuava a camminare. Quando passavo dietro di lei, sulla fiancata dell’auto c’era sempre un bel graffio ad aspettarmi. Ormai continuavo a seguirla solo per assicurarmi che un allarme non suonasse, o che qualcuno non la notasse e non volesse menarla: gli automobilisti sono persone suscettibili. Deve aver firmato cinque o sei auto in quella passeggiata, ma nessuno la notava e nessun allarme scattava, era come se Carola, pur prendendo il suo tempo per scalfire le portiere a regola d’arte, fosse un fantasma, invisibile, impercettibile.
Tutti i giorni, a parte quando avevo nuoto, mio padre mi mandava a pedinare quella che qui si chiamerebbe la sua morosa. Non ne ero felice, ma avevamo stipulato, dopo un po’ di negoziazioni, un accordo per il quale avrei continuato nelle mie opere di microspionaggio in cambio di una giustificazione in bianco ogni due settimane. Non andavo così male a scuola, ma ogni tanto avevo bisogno di starmene per i fatti miei. Una volta, quando facevo ancora il biennio, avevo partecipato a una fuga di classe, ma mi aveva molto deluso. C’erano dentro tutte le cose che non mi piacevano della scuola, cioè i giochi di potere, le esclusioni, le maldicenze, le prese in giro, e la libertà di non stare tra le quattro pareti di un’aula passava in secondo piano, tanto che dovendo pensare a non sembrare troppo svampito non potevo perdermi ad osservare gazze, ghiandaie, merli, a cercare di distinguere gli alberi e altre cose che mi fanno sentire veramente vivo, veramente nel mondo.
Le fughe da solo, però, erano bellissime. Il fatto che mio padre lo sapesse le rendevano un po’ meno speciali, ma anche meno ansiogene. Non avevo più bisogno di andare fino a San Lazzaro con il 19, benché a volte lo facessi lo stesso giusto per starmene sull’autobus a leggere o ad ascoltare la musica mentre guardavo fuori dal finestrino. A volte scendevo in centro e mi infilavo alla Feltrinelli di Piazza Ravegnana, o in una libreria sotterranea di via Rizzoli, dove poi hanno aperto un Desigual.
La contraddizione diventava sempre difficile da ignorare: più guadagnavo libertà da quel lato del Reno, più da questa diventavo una specie di sbirro. Uno sbirro inadempiente, però, perché tornavo a casa e dicevo a mio padre che a Carola, come sempre, non era successo niente, che era tutto tranquillo. C’era poi un’altra cosa che mi ero messo a fare. Tiravo fuori il telefono e scattavo una foto alle portiere. Non si trattava di preparare del materiale per ricattare Carola, o da mostrare a mio padre. Del fatto che Carola, durante le sue passeggiate, rigasse delle auto, non avevo un’opinione così negativa. Mi sembrava strano, sì, ma anche se personalmente non ho mai fatto un atto vandalico in vita mia, capivo quella rabbia. Vivere in un municipio tutto carino, dove gli uccellini cinguettano e non succede mai niente (a parte i ladri), quando dentro (e fuori) ci si sente tutti storti e sbagliati. Mi faceva un po’ strano che quella rabbia ce l’avesse non un adolescente con la scoliosi come me, ma una pensionata di bell’aspetto, che poteva fare delle proprie giornate quello che voleva (o almeno così mi sembrava), ma non mi sentivo in diritto di giudicare questa cosa. No, io facevo le foto perché quelle righe mi piacevano.
Non so che cosa mi attirasse. Così come non ho mai capito perchè certe opere di arte contemporanea mi piacciano e certe no. Nessuno mi ha mai spiegato niente. Nè i miei genitori, né Carola, e neanche, sorpresa sorpresona, il liceo artistico. La nostra insegnante di Storia dell’Arte si limitava a leggere, molto lentamente, quello che c’era scritto sul libro, per interrompersi ogni volta che sentiva parlare, urlare, bestemmiare, piangere, ridere, ruttare, scoreggiare, cadere dalla sedia qualcuno, richiamarci all’ordine e ricominciare da capo il paragrafo, in una specie di loop infinito. Eravamo nella primavera dell’ultimo anno, e ancora stavamo a parlare degli impressionisti. Le avanguardie erano una cosa molto lontana. Però, sfogliando in avanti il libro per noia, ero capitato sui tagli di Fontana, e una mia compagna di classe, Ottavia, mi aveva regalato Fahreneit 451, sulla cui copertina c’era una specie di plastica sciolta rossa, un’opera di Burri. Cos’è che mi piaceva di quella copertina? Di quella plastica (o era gomma? O qualcos’altro) rosso intenso che si scioglieva, io non sapevo il valore artistico. Non ci vedevo una provocazione, quanto una forza, una pura forza che attirava il mio occhio e le mie viscere. E la stessa cosa la sentivo con i tagli di Fontana, anche se, chissà perché, non con tutti. Mi piaceva la tela rossa con quella specie di artigliata, ma non piacevano i lavori sul giallo. Era una questione cromatica?
Quella stessa forza dei tagli di Fontana e delle ustioni di Burri la risentivo con certe ‘righe’ della mia matrella. E stavolta la questione cromatica sembrava irrilevante, dato che non aveva colpito neanche un’auto rossa (anche se sarei stato curioso, a livello puramente teorico, di vedere che effetto faceva la sua mano su una tela importante come una Porsche). No, le righe si differenziavano per lunghezza, profondità, ma tutte mi avevano intrigato abbastanza per scattarne delle foto.
Queste foto, poi, me le ero autoinviate e le avevo scaricate sul PC familiare, perché all’epoca il portatile non ce l’avevo. Mio padre sapeva che dovevo stare al computer perché spesso avevo dei progetti per scuola da finire e così aspettavo che andasse a letto per riguardarmi quelle immagini stranamente seducenti. A un certo punto decidevo che dovevo farne qualcosa. Bisogna sempre fare qualcosa di qualcosa, no? Le mettevo in una chiavetta e qualche giorno dopo, alla prima occasione, entravo in una tipografia del centro per farle stampare. La scuola, come ogni anno, organizzava un’esposizione interna e io, che gli anni precedenti mi ero sempre cagato in mano e non avevo mai proposto nulla, quella volta andavo abbastanza spavaldo e proponevo le foto dei graffi di Carola, come un progetto intitolato semplicemente “Righe”.
Le sere di maggio continuavo a seguirla, per via Garibaldi, Caboto, Vespucci, Magellano, Piave e di nuovo Garibaldi. Ormai, lo vedevo, rigava le macchine sempre meno, perché ormai tutte le macchine avevano qualche segnetto. Una mattina vedevo che, sulla prima pagina del giornale che l’edicolante incollava sempre alla sua vetrina, c’era il titolo “CASALECCHIO. VANDALI ANCORA ALL’OPERA”. E continuavo ad essere abbastanza indifferente, anche perché vedevo che Carola sembrava, per così dire, rinsavire, tanto che un giorno andò da mio padre e gli disse che si era rotta di fare ste passeggiate, che voleva tornare a guardare il tenente Colombo, e non le importava se a lui questo lo demotivava.
Un sabato stavo accompagnando Carola in edicola e abbiamo incontrato un vicino che ci ha detto che avevano di nuovo squarciato le gomme nel parcheggio di via Garibaldi, lasciando dei volantini. Erano gli attivisti per il clima. Questi attivisti, diceva il vicino, pensano di fare bene e non capiscono che fanno solo danni. Bisognerebbe che andassero a lavorare, diceva lui. Bisognerebbe che ci dessero fuoco, a quelle macchine, diceva invece la Carola, dopo che ci eravamo allontanati.
Si trattava di un’azione politica anche la sua? Era per questo che Carola si era messa a sfigurare le macchine? Mi ricordavo che di solito si trattava di macchine grosse, sì, o dall’apparenza costosa. Ma perché allora non agire solo sui pneumatici, come voleva, a quanto pare, la prassi? Rimanevo con l’idea che ci fosse dietro una rabbia più confusa, qualcosa che più che nascere da alcune informazioni sul mondo, venisse da quello che succedeva in casa, e da lì portato verso l’esterno. Ma cosa succedeva in casa? A me sembrava non succedesse niente.
Il mio progetto veniva accettato, ed esponevano le mie foto lungo il corridoio della nuova sede in via Varthema. L’unica prof che mi voleva un po’ bene, la Spigosi, sembrava studiarle attentamente ogni volta che ci passava davanti. All’inizio la vedevo così concentrata che temevo riconoscesse la sua auto, ma poi mi ricordavo che lei, oltre al fatto che viveva lontano da me, nel centro di Bologna, non aveva nemmeno la patente.
La Spigosi era entrata in classe, qualche mattina dopo, tutta triste. Sta prof non voleva solo bene a me, ma un po’ a tutti, tanto che beccarsi una critica da lei era proprio una stroncatura totale. Un po’ un peccato averla incontrata solo l’ultimo anno, quando ormai non volevo che finire la scuola e non prendere mai più in mano una matita. Le volevamo così bene che subito qualcuno, forse Ottavia che era molto gentile anche lei, le chiedeva subito se fosse tutto ok. Odio le ingiustizie, ecco cos’è, diceva. Non hanno fatto vincere “Righe”!
Non si “faceva vincere” nessuno, mi sa. Io, comunque, volevo solo esporli, mica vincere. Cosa si vinceva poi? Forse si vinceva bene e avrei dovuto tenerci di più. Comunque ero già contento che altri avessero potuto godere di quelle belle righe sulle fiancate. Righe piene di energia, righe che tradivano la mano certa e vigorosa che c’era dietro. Una mano sicura che si era fatta sempre più sicura, gli sfregi sempre più simili a firme, man mano che le foto passavano da quelle di inizio aprile a quelle della fine del mese. Dal vivo, però, erano ancora un’altra cosa. Avrei vinto se avessi portare direttamente i pezzi di auto segnati? Trovare uno di quei ladri di cui parlavano sempre, assoldarlo, farmi smontare qualche portiera firmata da Carola e già che c’ero magari farmela trasportare davanti a via Varthema?
Finito il concorso, andavo in portineria a riprendermi le foto. Sull’autobus di casa me le sfogliavo. La potenza delle righe non era svanita. Non era una provocazione, la mia, di aver proposto quelle immagini. Pensavo davvero che valessero qualcosa. Per me, c’era un artista dietro, e non ero certo io, ma questa signora che a oltre sessant’anni sembrava aver capito come esprimersi, forse per la prima volta, in un qualche modo.
Finita la maturità, non ero partito per nessun viaggio, al contrario di molti dei miei compagni di classe e conoscenti. Volevo solo, come del resto avevo voluto per tutto l’anno, essere lasciato solo. Avere un po’ di tempo per non pensare a niente, per non fare niente. Non essere pungolato verso l’azione, starmene tra me e me. E tra me e me, diverse sere, sdraiato su un lenzuolo sudaticcio, tiravo fuori quel progetto criticamente sfortunato (a parte per il giudizio benevolo della Spigosi), riguardavo le foto di marzo, aprile e maggio e pensavo a cosa avrei potuto farne. Consegnarle a mio padre? Non avrebbe capito. Restituirle alla sua vera autrice? E come si sarebbe sentita, sapendo che l’avevo pedinata per tre mesi interi? Eppure, mi sarebbe molto piaciuto dirglielo: io penso che tu sia una grande artista. E anche se non fossi riuscito a pronunciare per intero questa frase, avrei sempre potuto dirle: penso che tu sia una grande. Una grande, questo modo né elegante né cool di dire qualcosa di più. E però, boh, magari lei stava invece cercando di dimenticare di aver mai fatto qualcosa del genere. Rimanevo lì con quelle foto tra le mani. Poi mi veniva la curiosità di sapere cosa avesse provato mentre rigava una portiera, se davvero fosse stato liberatorio come sembrava da lontano e dal risultato. E, dato che con lei avevo deciso che non potevo parlarne, senza dire beo prendevo le chiavi e uscivo.
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