di Andrea Herman
copertina di Theresa Parker Babb
Mia madre chiama la mattina per ricordare l’appuntamento del pomeriggio. Chiama una seconda volta nel pomeriggio per essere tranquilla. In entrambi i casi usa un numero privato.
«Scendo in strada ad aspettarti», dice.
«Manca mezz’ora», faccio io.
«Allora scendo».
Bestemmio, sommesso. Per queste cose di solito sente Simone. Non capisco perché anche questa volta non ha chiesto a Simone.
«Manca mezz’ora», riprovo, con pazienza, «scendi tra una ventina di minuti, non prima, sennò prendi freddo. Tra venti minuti sono lì».
Riattacco e provo a tornare al lavoro. Guardo il buio di fuori, il poco illuminato dai lampioni che raggela d’inverno e di niente. Spengo il computer, intasco un libro. Mi getto addosso il giaccone e un attimo dopo sono per strada. Il termometro dell’auto segna meno cinque gradi. Lascio il motore in folle, con l’aria al massimo. Esco a raschiare il ghiaccio dal parabrezza. Ho dimenticato i guanti: le dita sono rosse, fumose. Stacco una lastra di ghiaccio che si è incastrata nel cofano. So che dovrebbe essere gelata, ma non sento che silenzio.
Per arrivare da lei faccio il giro del paese, poi giù da via Prampolini. Ci metto meno di due minuti. È davanti al condominio che aspetta. Facile fosse qui fuori anche quando ha chiamato.
Accosto, le apro la portiera.
«Ti avevo detto di scendere più tardi», dico, «sei zucca, oh. Lo sapevo che ti trovavo già qui».
Risponde niente, fatica a salire e a mettere la cintura. Il cicalino ci tedia per il breve tragitto: un incrocio e il semaforo lo troviamo verde; mezzo chilometro di viale Bagnoli e quando riesce a zittirlo siamo bell’e arrivati.
«Era per le cinque», dice, «che sono adesso?»
«Le quattro e mezza».
«Ah».
Lascio perdere. Esco dall’auto, le apro la portiera. Lei viene su con una lentezza sfiancante e sarebbe uguale anche con il piede a posto. Meno cinque gradi. Le macchine vanno nel pomeriggio buio quanto una notte. Fari, lampioni, qualche postuma luce di natale sul finire di gennaio – per non dimenticare il posto vuoto a capotavola e sono sei, no, sette anni ormai che è vuoto – poi l’insegna luminosa dell’Ecu. Questo è tutto ciò che si riesce a vedere.
«E cos…», dice, «Ma… Sa… cosa lì, com’è c’as ciàma lei lì… Fra…»
«Sara», la tiro fuori. L’aiuto anche a venire fuori dall’auto. Si aggrappa al mio avambraccio.
«Ah sì sì, Sara. Come sta la Sara?»
«Sta bene».
«È a casa?»
«No, a Napoli».
«Napoli? e cosa è dietro a combinare a Napoli?»
Alza gli occhi. Riflettono i led bianchi dei poliambulatori alle spalle – quel bianco-led schifoso e più freddo ancora. E pure i suoi occhi sono bianchi, opachi, come lana in disuso e della stessa consistenza, aggrappati a ogni bagliore che viene. Mi giro e provo a tirare la maniglia della porta a vetro da dove arriva la luce, ma non si apre.
«Aveva un convegno», dico.
«Un conve… oh…», fa lei.
«Deve viaggiare spesso per l’università, sai, il lavoro».
I suoi occhi diventano un abbraccio di tristezze.
«Ho dei cappelletti in friser da scongelare», dice, «quand’è che ci siete poi per cena?»
Ripenso al pranzo di natale. Solo io, mia madre, Simone, un posto vuoto tra noi, come per i sette anni prima. Tiro un paio di strattoni alla porta e la faccio tremare.
«Di qua mi sa che s’entra mìa», le dico, «proviamo quell’altro uscio qua di fianco».
Lei abbassa lo sguardo, s’avvia. Le rimango alle spalle, pronto a sorreggerla nel caso. Mette il piede sano e poi quello guasto sull’asfalto gelido. Va avanti a fatica, da sola. Come ogni cosa sola. Tra macchine e niente che passa calpesta l’inverno.
L’assistente la conosco. O meglio, la conoscevo più di vent’anni fa. Capelli tinti dove i miei sono canuti. Quattro rughe al pari delle mie. Una figlia. Due matrimoni alle spalle mi sa. Per il resto la stessa ragazza che all’intervallo scroccava da fumare e in cambio lasciava un sorriso. Parliamo un poco: la cortesia di chi si è perso di vista. Un paese di diecimila anime, forse più nemmeno quelle. E siamo tutti a perderci di vista.
«La dottoressa è da voi appena possibile», dice.
Se ne va nella stanza a fianco, ci lascia soli in anticamera. Mia madre toglie cappotto, guanti, sciarpa, si siede e appoggia la borsa sulle ginocchia. Mi metto accanto. Slaccio il giaccone, stasco il libro e lo apro al segno dell’orecchia. Per leggere devo vincere il clamore di una radio. Mai un posto dove ci sia un po’ di pace: ce l’hanno divorata. Quella, la pazienza, la tenerezza. La noia, anche. Trovi più una persona che si sa annoiare e guai a star fermi! invece me starei solo che fermo: un libro, una sedia, magari una finestra dove gettare gli occhi stanchi di pagine. Poche frasi del libro e torno daccapo, riprovo. Ma è una battaglia persa.
«Cos’è?», chiede.
«Un libro», dico.
«Lo vedo anche da me che è un libro».
«Si chiama Il ritorno di Filip Latinovicz»
«Il che? devi alzare la voce nani che me son sorda».
«HO DETTO CHE SI CHIAMA IL RITORNO DI FILIP LATINOVICZ».
Mi chiede di cosa parla. Con un po’ d’incertezza farfuglio di questo pittore che ritorna – lo dice anche il titolo, no? – nei luoghi della sua infanzia, dopo tutta una vita spesa altrove.
Butto uno sguardo dalla porta socchiusa, cerco l’assistente di là da qualche parte. Ripenso al profumo delle sigarette fumate assieme: tra le tante cose che ho smesso.
«Me son sempre stata qui in paese», dice, «c’ho mica da far ritorno a niente. Me son nata qua e da quel dì son bell’e tornata».
Ride troppo forte, tossisce. Prende il cellulare dalla borsa e lo dita per sbloccarlo. Ne approfitto per indagare sul numero privato.
«Me?», dice.
«Sì, te», faccio io, «c’avrai scasinato a tuo solito».
«Ah, ecco perché chiamavo e rispondeva nessuno».
Con nessuno intende Simone. Per questo sono qui. Nessuno ha risposto e sono qui.
«Da qua che te lo sistemo», le dico.
«‘Sto telefono maledetto! mi fa sempre degli scherzi».
Vorrebbe sostituirlo con uno nuovo. Lo ha già chiesto a Simone, ma lui non è d’accordo. Senza il benestare di Simone si può fare niente, i soldi della pensione li gestisce lui e lei deve solo azzardarsi a protestare. Giocava al lotto, comprava libri su come vincere al lotto, chiedeva numeri ai santoni in televisione e pagava ogni numero, pagava, pagava e ora tocca noi pagare quel suo obeso, rovinoso sogno di arricchirsi. Era arrivata a ventimila euro di debiti. Nostro padre l’ha scoperto qualche mese avanti a morire. Se n’è andato sepolto prima che di terra di debiti.
La dottoressa la chiama nello studio, lei raccatta le sue cose ed entra. Mi lascia solo con la radio. Guardo di fuori dalla porta a vetro che prima strattonavo, i meno cinque gradi inerti e silenziosi. Il mio riflesso sul vetro, poi. Fatto della stessa sostanza.
A Napoli. Sara è a Napoli per un convegno. Le ho detto così. Il mare, l’azzurro, un film di Loy e un paio di Rosi. Tutto qui quello che so. Trentanove anni e a Napoli ci sono mai stato: che vergogna a pensarci. Immagino di camminare per la città mai vista. A ogni passo un’altra vita.
Arrivano due donne in anticamera, siedono a qualche metro di distanza. Parlano come madre e figlia, o amiche: dall’aspetto è impossibile dirlo. Sono vecchie. Entrate in quell’età di vecchiaia dove c’è più distinzione. Forse una settanta e l’altra novant’anni, magari ottanta-cento – do i numeri, anch’io come i santoni. Mi chiedo quali di questi numeri lei si è giocati, quali ho giocato io, Simone, Sara. Quali ci restano.
La voce di entrambe le donne è un fruscio di tempo. Discutono di un uomo che è morto.
«Osvaldo, sai te? Osvaldo di Mozzola», dice una, «povre òm, quante ne ha dovute patire».
«Anche suo fratello, se è per questo», fa l’altra.
«Eh, ma Osvaldo di più».
«Sua moglie era una donna impossibile».
«Già, le corna che c’ha messo».
«A sé. C’ha messo le corna a sé…»
Riapro il libro. Guardo le pagine e quanto c’è scritto, come fossero segni incomprensibili e niente più. Aspetto. Nell’attesa fingo di leggere, di stare. Fingo. Fingo di essere. Immagino di trasformarmi in un corpo raggelato e schifoso d’eterno – il libro davanti, tra i discorsi delle donne. La radio. Vuoto. Così tanto vuoto, ovunque.
Mi riempio di vite non mie.
«… anche il fratello di Osvaldo, però».
«Tra i due ansasà mìa».
«Loro padre li ha trattati sempre da bestie, ricordi te?»
«Come no».
«Quand’erano solo due ragazzini».
«La maniera in cui andavano via conciati».
«Ci menava ogni santo giorno».
«Da far pietà».
«E dopo che è morto quel lazzarone ci ha lasciato niente».
«Peggio».
«Disgraziato».
«Ci ha lasciato una montagna di debiti».
Mi scappa da ridere. Provo a trattenermi più che posso, ma scappa. Vado avanti a ridere come si ride in chiesa. Loro sentono, dure mi fissano. Mi volto dall’altra parte. Vedo, attaccato alla parete, un poster che vuole spiegare la rianimazione. Una figura è china su un’altra incosciente. Le soffia la vita dentro.
«Ecco fatto», sento dire. Qualcuno apre la porta dello studio, dopo poco mia madre ne esce già bardata. Parte per la tangente e il piede adesso sembra a posto; tanto a posto che se ne va senza aspettarmi.
Intasco il libro, strìcco bene il giaccone e la inseguo. Passo accanto alla dottoressa. Anche lei la conoscevo.
«Signore mie, prego», dice. Rughe. Capelli uguale. Figli non so. Scambiamo uno sguardo. Mi sorride. Ripenso al fumo e il suo esaltante svanire, non essere, al poco delle cose che ho smesso in confronto all’enormità di questo io che rimane – ed è niente, tranne tutto. Le sue labbra sono increspate quanto ogni brandello vivo nelle vecchie donne, sempre sedute in attesa.
«Prego care», insiste, «accomodatevi pure». Labbra e vecchie identiche, stanche quanto un pomeriggio buio più di una notte cieca.
«Sono subito da voi».
Stanche dell’ennesimo inverno. Labbra vecchie, le vedo, ovunque nel mondo. Si posano su corpi incoscienti, aride di freddo e di pietà.
Di solito chiama Simone. Simone è il maggiore: sedici anni più grande. Tra di noi c’è stato Michele, vissuto per pochi di quegli anni. Di lui s’è mai parlato davvero. Il suo nome al massimo arriva con il caffè, tra i sospiri. Il suo nome è sospiro di un pasto indigerito. Osvaldo. Michele. Osvaldo come Michele per me: indifferente. Per Simone il vero, unico fratello che abbia avuto, di cui sono surrogato e finzione. Per mia madre il mio Michele. Di lui tiene una fotografia formato tessera nel portafogli. Sta nello scomparto assieme alla carta prepagata.
«Ascolta n’attimo, nani», dice. Il cicalino suona. «Passiamo d’in centro così mi vai a prelevare. Me son mica buona a farlo. Prendimi trecento euro che poi ti faccio un regalo».
Estrae dalla borsa il portafogli, e dal portafogli la prepagata. Prova senza successo a infilarmela tra le dita sospese sul cambio. Per questo sono qui. Ingrano la marcia e guardo per un attimo il ritratto di quel fratello mai stato.
«Simone è d’accordo?», le chiedo.
«Basta che non glielo diciamo».
Mi scappa da ridere, e piangere. Mi dico che ridere è piangere.
«Come puoi pensare che non se ne accorga? è lui che tiene dietro ai tuoi soldi, no? tutti i tuoi soldi li gestisce lui».
Esco dal parcheggio, m’immetto su viale Bagnoli. Lei sporge verso di me. Porta l’indice alle labbra e mi fa il segno di tacere. Basta tacere. Tutto qui. La sua risposta per. Tacere il prelievo. Michele. Tacere i debiti. Tacere il posto vuoto – il gelo del tempo e quello tra me e Simone. Tacere. Tacere gli anni. Strabuzza gli occhi. Sono grandi, folli di abitudine. Li vedo ai margini dello sguardo, rischiarati dall’insegna dell’Ecu, i lampioni, i fari delle auto che vanno. Rischiarati dalle grottesche luci di natale.
«Cristo d’un dio», dico.
«Ssssh», fa lei.
«‘Sto stronzo».
«Ssssh. Ssssh».
«LA FRECCIA, COGLIONE! LA FRECCIA AGLI INDIANI!»
Tiro una manata al clacson. Esce un lamento da piaga, poi niente. Una piaga e niente. Svolto all’incrocio e gli occhi di mia madre si decompongono nello scuro di via don Bosco – sono un fratello, una vita. Li sento comunque pregare, nel freddo dell’abitacolo. Penso ai cappelletti congelati nel freezer.
«Va bene», dico.
«Trecento euro», fa lei.
«D’accordo, andiamo».
«Mi bastano trecento euro».
«Ho capito».
«Per farti un regalo a te, nani, sai».
«Andiamo a prendere ‘sti franchi».
«Mica per altro».
Scalo la marcia, proseguo per il Monte e giù per la galleria dove sta la serra del Motti. Lei riesce a mettere la cintura, stoppare il cicalino ma era silenzio, penso. Nient’altro che. Giro per via Monzani. Supero lo spaccio dei cinesi, le Pinete, la Resurrezione, il Direzionale. Fermo nei pressi d’isolato Maestà davanti alla prima banca che incontro. Lei mi porge di nuovo la prepagata, assieme alla fotografia di Michele. La osservo tacere tra le dita.
«E con questa cosa dovrei farci?», dico.
«Guarda dietro», fa lei, «dietro c’è scritto il cos, lì, il codice da mettere».
La lascio con l’auto accesa, l’aria a scaldare il corpo minuto che patisca mica. Vado allo sportello e provo con la prepagata, il pin che mi ha dato. Non funzionano. Prelevo allora dal mio bancomat. Torno in auto e le riconsegno la sua inutile carta con i trecento euro.
«Ce n’erano?», fa lei, stupita.
«C’era tutto».
Toglie dal fascio di banconote un pezzo da venti. Prima di ridargliela, guardo un’ultima volta la fotografia.
«Quant’è che c’aveva?», chiedo.
«To’, per il tuo regalo», fa lei, infilandomi in una tasca del giaccone i venti euro e rassettandomi poi qua e là.
«Michele».
«Cosa c’è nani?»
«Quanto aveva Michele?»
«Son sorda, parla più forte».
Ficca il resto dei soldi alla meglio nella borsa.
«Zitto con Simone, eh, mi raccomando. Ssssh. Ssssh con Simone».
Replica il gesto di tacere. Lo corona con un sorriso, un occhiolino stupendo. Faccio per riportarla a casa ma vuole tornare da sé, camminare. Con il piede a posto adesso può farlo. Rimango per un po’ fermo in auto e la guardo andare per il paese. Scompare presto dentro una tabaccheria.
Rientro al lavoro. Levo il giaccone, mi siedo alla scrivania e accendo il computer. Chiama un numero privato ma non rispondo – l’ho messo a posto no, no, non può essere lei. Sento un’amarezza impossibile prendermi. Registro una fattura. Inserisco partita iva, imponibile, ritenuta, importo totale Euro 300,00. Sì. Trecento bastano. Per le 17.00 arriviamo alle 16.30 era già fuori 4 rughe 2 matrimoni 20 anni e ci siamo persi in 10.000 ma poi nemmeno quelli. 20.000,00 € (Ventimila/00) di debiti, lui non sapeva 7 anni che è vuoto do i numeri 70/90 80/100 pure lui ci menava le corna che c’ha messo non si contano è l’unico computo che. Suo fratello 16 più grande l’altro ha vissuto poco – indifferente vivere. Vivere poco di 16 su Milano 4 su Bologna 2 su Roma 7 su Palermo 70 su Bari 39 su Napoli e Napoli non l’ho mai vista.
Cerco le partenze dei treni da Reggio Emilia. Voglio prenotare il primo di domani, il più veloce. Azzurro, canticchio, scorrendo con il mouse.Meno cinque gradi e il pomeriggio il mio volto riflette sul monitor all’incontrario della stessa sostanza il mio voltoriflesso è troppo azzurro Napoli, dove perdersi, addormentarsi azzurro il mare, un film di Loy e un paio di prendo il treno Sara, Sara, Sara, Sara, Sara, Sara, Sara vengo da te…
Pianto il lavoro. Crescerà. Nessuno. Nessuno dovrebbe mai lavorare. Sposto la sedia alla finestra, mi metto con il libro. Vedo già la città mai vista. Sento profumo di voci, ovunque. Per un istante perfetto non sono me. Finalmente leggo: “La vita dentro Filip comincia a disintegrarsi nei dettagli che la costituiscono…”
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