di Piergianni Curti
copertina di Calzini
Hegel ci ha insegnato che di notte tutte le vacche sono nere e Wittgenstein che in una stanza illuminata perennemente da una luce rossa non si può concepire nessun altro colore se non il rosso.
Per la precisione si deve dire che ciò che non riflette il rosso si vedrebbe nero. Ci sarebbero così almeno due colori: il rosso e il nero. Per avere davvero un solo colore si dovrebbe avere luce nera, cioè nessuna luce. Si dovrebbe cioè ritornare alla notte di Hegel in cui tutte le vacche sono nere.
Questo è stato il punto di partenza del mio esperimento: ho cominciato a non tirare più su gli avvolgibili di casa mia. Quando sono fuori guardo il-fuori e quando sono dentro guardo il-dentro. Nessuna contaminazione tra il-fuori e il-dentro. Ho capito che non ce n’è ragione.
I miei vicini mi guardano con circospezione. Non vedono mai le tapparelle sollevate. Ho messo in giro la voce che mi devo curare gli occhi. Che ho un serio problema: rischio la cecità. Non posso guardare la luce. Vado sempre in giro con occhiali neri.
Se proprio volete saperlo, sono andato oltre: non accendo più neanche la luce. Se devo dire la verità, non mi serve mai. Forse è meglio dire: non mi serve più. Ho concepito l’ulteriore esperimento di stare sempre al buio, esperimento che di per sé non ha niente di speciale, se visto dall’esterno. Ma dall’interno è un’altra cosa. Per esempio, ho sperimentato che per vedere il-dentro non mi serve la luce.
A proposito di esperimento: è in casa mia da un mese. L’hanno cercata dappertutto tranne che qui. A nessuno è venuto in mente di suonare alla mia porta. Quando esco di casa mi comporto normalmente. Mi dispiace, ma quando non sono in casa sono costretto a rinchiuderla in camera da letto che è una camera anecoica. Una camera anecoica è una camera in cui le pareti assorbono tutto il suono senza rifletterne neanche una piccolissima parte. Le metto una camicia di forza e le chiudo la bocca con del nastro, per eccesso di sicurezza. Sto fuori casa il meno possibile. Insegno all’università, non ho molti obblighi.
La incontravo per le scale quasi tutti i giorni. Ci salutavamo. Un semplice buongiorno, buonasera. Così da due anni, da quando è venuta a vivere in questo condominio. È molto giovane. Mi aveva colpito. Credo che anch’io avessi fatto colpo su di lei. Avevo l’impressione che fosse la persona giusta. Ma non ci siamo mai detti nulla. Comunque, man mano che andavo avanti nell’esperimento aveva sempre meno senso che la incontrassi in piena luce. Sognavo di poterla vedere al buio. In casa mia. Solo così avrei potuto rendermi conto se mi interessasse davvero, se fosse davvero la donna giusta.
Anche se a rigore il suono non è necessario per vedere il-dentro, tengo sempre una musica costante e a volume molto basso, giorno e notte, anche quando non sono in casa. C’è così un buio assoluto luminoso ma non ancora un buio assoluto sonoro. Il prossimo passo sarà trasformare tutta la casa in un locale anecoico: nessun rumore, nessun suono. Il nero sonoro assoluto.
Era inevitabile. Un giorno finalmente mi ha chiesto, titubante:
«Come sta?» Portavo occhiali impenetrabili.
«Le posso offrire una tazza di tè?»
«Volentieri», era emozionata.
«Le dispiace se non accendo la luce? Sa…»
«No, non mi dispiace».
Poiché tengo questa musica di fondo i muri assorbono e riflettono costantemente energia e rimangono caldi. Preparo le pareti ad essere sempre più uno sfondo immutabile, un sistema di riferimento assoluto. Quando mi muovo nella casa anche la musica cambia. Se entrasse una mosca silenziosa la sentirei da una stanza all’altra.
Mentre le preparavo il tè, nel nostro primo incontro, Linda aspettava seduta sul divano. La vedevo benissimo. A quel tempo ero sicuro che anche lei vedesse benissimo me e il resto della stanza. Scaldai l’acqua nel microonde. Tornai con la teiera e due tazze. Versai il tè e mi sedetti accanto a lei. Le sfiorai la mano. Non la ritrasse. La baciai.
In questi mesi di esperimenti ho provato che è possibile operare una netta separazione dei sensi. Che ciascuno dei cinque sensi, se usato da solo, produce un mondo perfettamente autonomo. Vivere con tutti i cinque sensi contemporaneamente è come vivere in una macedonia. Disgustoso. Ora, per esempio, sono capace di vivere nella sola dimensione udito. Sono capace di evitare la dimensione tatto il più possibile. Lo stesso vale per l’olfatto. Tengo una mascherina protettiva che riduce fortemente la sensibilità del naso. Devo ancora sperimentare il nero del gusto, cioè l’insapore assoluto. Quando avrò sperimentato separatamente tutti i neri, passerò alla fase due dell’esperimento, che consiste nel nero assoluto e contemporaneo di tutti i sensi.
Quando torno a casa la libero. Le faccio il bagno, la pettino, la trucco, la rivesto. Le ho comprato dei bellissimi vestiti. Non voglio che parli. Non deve dire nulla. Non ce n’è bisogno. L’esperimento non lo prevede, anzi, il contrario. Tra noi usiamo un solo senso: il tatto. Ho dovuto ripristinarlo, da quando lei è qui, ovviamente. Quando non la tocco siamo tutti e due immersi nel solo sonoro. Però qualcosa non va. Non cresce, non migliora. Al buio non sa proprio muoversi. Devo accompagnarla ovunque. Non credo che apprezzi i vestiti che le compro. Registro tutto sui miei taccuini, progressi e difficoltà. Ma non ho molte speranze.
Quando facciamo l’amore non emette un solo suono. Per fortuna questo almeno lo ha capito. Non lo sopporterei. È l’unico momento in cui chiudo gli occhi. In realtà, nonostante sia tutto buio, non è la stessa cosa tenere gli occhi aperti o chiusi. Cambiano le intenzioni e le attese. Il cervello lo sa. È una via da esplorare.
Non crediate che sia un pazzo o qualcosa del genere. La vita ha senso solo se si procede nella conoscenza. Devi sapere. O ci devi provare. Ma non te ne puoi stare con le mani in mano. E soprattutto, prima di sapere, non puoi sapere se una ipotesi sia corretta o no.
Comunque a rigore l’esperimento è finito. Quello che volevo sapere adesso lo so. Anche nei confronti di Linda: non è assolutamente la donna giusta. Non ha nessun interesse per la conoscenza, su questo sarete d’accordo. Se uno non impara alla fin fine vuol dire che non ha amore per la conoscenza. E d’altra parte in un certo senso l’esperimento ha funzionato. Un esperimento funziona sempre, mi direte. È vero, devo ammetterlo, anche quando non dà i frutti sperati. Se ti smentisce ti insegna comunque qualcosa, almeno che le ipotesi erano sbagliate. La cosa che più mi ha colpito, oltre alla verità su Linda, è che non solo la mancanza di luce permette di vedere il-dentro del buio, che è tutto un mondo a sé, come la mancanza di suono, penso, mi permetterà di ascoltare il-dentro del silenzio, che a sua volta sarà tutto un mondo a sé. Ma che la totale mancanza di stimoli sensoriali stimola a sua volta una pazzesca attività autonoma del cervello: il buio si riempie di forme e colori e il silenzio di sinfonie. Un giorno riuscirò a trascrivere le musiche del silenzio e a dipingere i quadri del buio. È questa la nuova via dell’estetica.
Dimenticavo di dirmi che adesso sono finalmente di nuovo solo. Non è stato facile. Ho passato mesi nell’inutile ricerca di una soluzione. Non sapevo come uscire dalla situazione che si era creata. O per lo meno lo sapevo ma non riuscivo a confessarmelo. E quando finalmente sono riuscito a confessarmelo, non trovavo la forza.
Sì, l’ho uccisa, naturalmente. Ammetterete che non c’erano altre soluzioni. Però, se non fossi ricorso a un trucco non ci sarei riuscito. Non ne avrei proprio avuto la forza. Eravamo ormai al decimo mese. Un tempo infinito se si tiene conto che dopo i primi tre mesi avevo già capito quello che c’era da capire, e che sono le cose che ho scritto nella mia relazione e che vi ho brevemente riassunto. Il trucco è stato quello di accendere finalmente la luce. Ci voleva così poco. Perché per tanto tempo non mi era venuto in mente? Bene, ho acceso la luce. È stato incredibile. Ha spalancato gli occhi, sorpresa. Ci siamo guardati. E lì è successo qualcosa, e proprio quello che avevo previsto: lei ha compreso la situazione. Capito? Proprio così, lei ha compreso la situazione. L’ha capita. È bastato un attimo di luce e l’ha perfettamente capita. Di colpo mi ha guardato, ha guardato me, terrorizzata. Un terrore che significava proprio questo, che non poteva che andare come doveva andare. Che lei lo sapeva. Che era ovvio, naturale. Che mi dava il consenso, perfino. Che non c’era altro da fare. Se così non fosse stato non mi avrebbe guardato con quegli occhi. Mi avrebbe semplicemente guardato senza capire, inespressiva. E lì non so proprio come avrei potuto fare. Invece.
Adesso, col senno di poi, non posso che ribadire che al buio lei non poteva certo capirla la situazione e io non ci avevo proprio pensato a questa semplice verità. Comunque, a parte tutte queste considerazioni, provate a immaginarvi la scena: la terribile visione di quella luce livida che sembrava le macerie della luce stessa il primo giorno dopo la fine del mondo e lei che spalancava gli occhi incredula e finalmente vedeva. Ecco, adesso forse si può capire la cosa fondamentale, che prima non sono riuscito a esprimere pienamente: non è tanto che ha capito, ma che ha finalmente visto. Ecco la frase giusta: non ha capito, ma ha visto. C’è chi capisce e chi deve toccare con mano, se mi passate questa metafora o, se preferite, deve vedere. Io non ne ho bisogno, io, ma c’è chi non può farne a meno. Gli manca qualcosa. Così è. Bene. Adesso tutto è chiaro, spero.
Dopo, ovviamente, ho chiuso di nuovo la luce. Ma credetemi, per trovare la forza ho dovuto farlo ad occhi chiusi.
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