Rinascita in tre atti

di Marina Mongiovì
copertina di Chiara Casetta


I

Cinquant’anni. Cinquanta rintocchi di un orologio perverso, come tutte le cose che passano.

Cinquanta, o giù di lì, erano le rughe che Ester contava tra collo, fronte e contorno occhi. Linee parallele, molte appena impercettibili, che solcavano la sua pelle bianca. Era sempre andata fiera di quel manto candido; almeno fino ai trentacinque anni, quando si accorse con orrore che stava perdendo elasticità.

Acido ialuronico, retinolo, collagene, niacinamide, acido ferulico, bava di lumaca. Si alternavano, mattina e sera, sul suo volto stanco.

Ricordava il preciso momento, nell’estate dei suoi quarant’anni, quando, sotto dei leggeri pantaloncini di lino, scoprì la pelle un poco pendula attorno alle ginocchia.

Pilates, acquagym, olio di mandorle estratte a freddo, anticellulite effetto caldo, sali e alghe del Mar Morto.

Aveva tentato di tutto per fermare quel declino che, nel giorno del suo cinquantesimo compleanno, si rivelava allo specchio della sua camera da letto.

L’incarnato nobiliare, quello sì, era riuscita a preservarlo. Dallo smog era una partita persa, ma dai raggi UV di un sole sempre più aggressivo c’era riuscita. Rinunciando all’esposizione, in spiaggia o in piscina. Cedeva solo qualche volta all’anno, dopo le diciassette e sotto l’ombrellone, spalmando la protezione, nemmeno a dirlo, numero cinquanta.

In quelle rare occasioni indossava il costume intero, perché copriva più centimetri della sua preziosa epidermide e le consentiva di nascondere la cicatrice del cesareo. Quando osservava il ventre, quel taglio aveva le sembianze di un sorriso beffardo; a seconda della posizione poteva essere un broncio o una smorfia. Un monito alla maternità. Aveva una figlia quasi trentenne, una ricercatrice all’estero che tornava a Natale; tanto diversa da lei da sembrare impensabile che fosse uscita dal suo utero.

Prima di raggiungere gli amici alla festa, organizzata per celebrare il suo mezzo secolo, Ester si studiava con occhio implacabile. Quella sera avrebbe avuto gli sguardi puntati su di lei, doveva essere perfetta. Lo specchio rimandava l’immagine della sua figura e lei lo seguiva piano piano, dal basso verso l’alto.

I piedi misura 38, un alluce valgo da occultare con le scarpe più firmate che aveva. Polpacci sodi che celavano delle accorciate fibre muscolari e un tendine d’Achille leggermente inspessito, come da radiografia, dopo decenni di tacco dodici. Sorvolava sulle ginocchia che avevano continuato a mostrare la perdita di tono e passava direttamente alle cosce: il suo vero orgoglio. Poteva ancora permettersi le minigonne e i tubini corti, smentendo chi diceva che dopo una certa età è meglio di no. Il bacino, il girovita e i glutei erano un cruccio: tessuto adiposo, cellulite e buccia d’arancia.

Dieta chetogenica, intermittente, macrobiotica, paleolitica, metabolica, Dukan e detox. Nulla e nessuno erano riusciti a smaltire quei depositi clandestini di grasso.

Il seno era la vera disfatta. Pendulo e prosciugato dai giorni in divenire. Dopo aver partorito, i livelli di prolattina erano talmente bassi che la montata lattea non arrivò. Il dispiacere di non poter nutrire la prole fu sostituito da un sospiro di sollievo: avrebbe salvaguardato la prosperità dei suoi giovani seni. Invece no: la forza di gravità e le diete, che si erano alternate come le stagioni, avevano fatto il loro corso e, come una scure, era infine arrivata la menopausa.

Ester continuava a salire con lo sguardo fino all’amara presa di coscienza. Se coi fianchi e con il petto poteva giocare con tessuti, trame e modelli congeniali alle sue forme, non poteva fare lo stesso con il viso e il collo, che erano l’impietosa conferma della realtà anagrafica. Un collo lungo ed elegante, aveva perso il suo smalto e si accasciava su se stesso. Un naso un po’ troppo allungato, che si era portata dietro dalla nascita, le sembrava un corpo estraneo al centro della faccia. Tutto le appariva sgraziato e fuori posto: anche le labbra e gli zigomi, gonfi di filler, e la fronte alta sotto i capelli tinti biondo miele.

Senza trucco, i suoi cinquant’anni li vedeva tutti. Uno per uno.

Le pupille cerulee erano rimaste le stesse e, se guardava attentamente, le pareva d’essere inghiottita da quella voragine azzurrina. Il resto cominciava a incartapecorirsi, come i petali di un fiore reciso.

Ciprie, primer, fard o blush; aveva visto evolvere i cosmetici e i loro nomi. Poi gli ombretti, gli illuminanti, l’immancabile rimmel nero, la matita nera o kajal. Passava la spugnetta del fondotinta sulle guance e come una gomma da cancellare provava a coprire gli errori, ma loro riaffioravano, come le crepe sui muri. Il senso di frustrazione la pervadeva e si trasferiva proprio sulle labbra, in un’espressione collerica.

La stagione che matura e si nutre dell’esperienza è la più incerta, perché riduce il tempo e le prospettive.

I cinquant’anni sono i nuovi quaranta, così dicevano.

Con le trentennali adolescenze, non si poteva dir anziana una cinquantenne. Ma la cute, i peli e le forze dicevano altro. Dicevano che l’orizzonte si stava restringendo, mentre si allargavano gli specchi.

La bellezza era stata un dono, con la data di scadenza. Questo pensava Ester, spalmando il correttore antietà. Mise un rossetto rosso acceso; e di quale colore altrimenti, per festeggiare il suo genetliaco?

A fine trucco, prese la decisione.

Due mesi prima, aveva visto la città riempirsi di manifesti che pubblicizzavano la clinica Athena. Nei video promozionali degli uomini incamiciati promettevano prodigiosi ringiovanimenti. Era scettica, ai miracoli non ci credeva. Eppure, tutte quelle sponsorizzazioni, quelle animazioni che modellavano le pance, gonfiavano seni, risucchiavano il grasso, scioglievano rughe e tristezze avevano colto nel segno. Aveva chiamato per richiedere informazioni, le era arrivato a casa un plico con tutte le spiegazioni, i prezzi e un invito a visitare la struttura. Aveva dei risparmi e spesso aveva accarezzato l’idea di rivolgersi alla chirurgia. Mai con convinzione o almeno fino a quando non avevano inaugurato la clinica Athena.

L’anno prima, una sede era stata aperta in Svizzera e aveva fatto parlare di sé. Era costoso, certo, ma i risultati dicevano fossero eccezionali e, cosa più importante, definitivi.

E se fosse stato l’investimento migliore della sua vita?

Aveva pagato un mutuo ventennale per una casa coniugale dove era finita a vivere da sola e dove vedeva scendere le palpebre che nessun smokey eyes avrebbe più potuto occultare.

Allo specchio, poco prima di andare alla sua festa di compleanno, Ester capì che il ricovero alla clinica Athena sarebbe stato il miglior regalo che potesse farsi per i suoi cinquant’anni.

II

Il giardino all’italiana con filari e sculture vegetali si estendeva per ettari. Un lungo viale acciottolato lasciava intravedere la grande villa in stile liberty sede della clinica Athena. All’ombra di pergolati, su cui si abbarbicavano livide rose francesi, figure vestite di bianco parlavano sottovoce o erano immerse nella lettura. Come in un quadro impressionista, qualcuno sedeva su prati che odoravano di erba umida.

Arrivava l’eco di una melodia d’archi, man mano che ci si avvicinava all’ingresso, dove delle infermiere in camice azzurro attendevano le nuove ospiti. Veniva loro assegnata una camera confortevole con vista giardino, la divisa in bianco uguale per tutte, una tisana di benvenuto e mezz’ora di riposo prima del percorso guidato che avrebbe fatto conoscere la loro dimora per i successivi due mesi. All’accettazione si consegnavano i documenti, gli effetti personali e tutti i dispositivi elettronici. La procedura prevedeva una totale disintossicazione dal mondo esterno.

Un genio svizzero della medicina estetica, il dottor Meyer, dopo innumerevoli studi ed esperimenti aveva collaudato un rivoluzionario metodo dal nome “Rebirth”. La rinascita prevedeva un mese di preparazione; un giorno in sala operatoria con un unico intervento chirurgico e infine trenta giorni di degenza per il ritorno alla quotidianità.

Non si poteva rifiorire senza abbandonare la vita precedente, piena di stimoli e connessioni tossiche. Questo era il primo punto di un ricco programma che veniva illustrato in un incontro che precedeva la decisione, inappellabile, della firma del contratto. Una clausola non prevedeva infatti il diritto di ripensamento. Un po’ come nascere, la rinascita non contemplava la possibilità di tornare indietro. Il dottor Livolsi, che gestiva la squadra di psicologi della clinica, invitava la platea davanti a sé a immaginare di tornare si con il carico di conoscenze ed esperienze proprie della maturità. Tornare a un corpo florido con il bagaglio di emozioni, delusioni, traguardi accumulati con il trascorrere degli anni.

‹‹Pensate a cosa voglia dire cominciare la giornata con un volto fresco e senza inutili imperfezioni›› così iniziava la seduta del dottor Livolsi, che incontrava le pazienti ogni giorno tra le diciassette e le diciotto. Abbassava gli occhiali, ogni tanto accarezzava la testa canuta e con un tono di voce basso e suadente esortava a sognare: ‹‹Avere vent’anni in superficie e sessanta nella testa. Quali incredibili potenzialità poteva dare al corpo una seconda possibilità, senza l’ingenuità della giovinezza››.

Le donne, dopo gli incontri con il dottor Livolsi, sembravano di buon’umore, qualcuna mostrava un’allegria euforica, qualcun’altra diventava insofferente. Attendevano con impazienza di finire sotto i ferri.

Le camere erano simili a quelle di un cinque stelle. Alle finestre non si vedeva il panorama frastagliato della costiera e nemmeno gli allegri borghi dei pescatori a strapiombo sul mare. Si poteva ammirare solo un giardino rigoglioso che odorava di fiori. Un panorama anonimo, senza tratti distintivi, un luogo che potrebbe trovarsi in qualsiasi parte del mondo. L’arredamento e i tessuti di pregio, l’illuminazione soffusa e discreta, il bagno progettato in ogni particolare, davano una parvenza di perfezione e ordine.

L’agenda della giornata era piena, elaborata dalla squadra di specialisti scelta e diretta dal dottor Meyer. Iniziava con la colazione nel giardino d’inverno e proseguiva con un mirato risveglio muscolare. Un’ora libera e poi test psicoattitudinali con il dottor Parise. Pranzo nella sala grande, con un menù settimanale rigoroso, frutto di attenti studi di nutrizionisti di fama internazionale. Nel pomeriggio l’incontro con il dottor Curaci che spiegava tutti i passaggi effettuati e il percorso ancora da compiere. La seduta con il dottor Livolsi, yoga e cena. Per evitare occhiaie e stanchezza la messa a letto era fissata entro le ore 22.

Dieta e orari erano rigidi e obbligatori. Non era possibile lasciare la villa, né avere alcun tipo di contatto con familiari e amici, se non dopo il mese di recupero post-operatorio. Per affrontare una nuova vita, dentro a un nuovo corpo, occorreva purificarsi. Eliminare le tossine dei cibi grassi e industriali, mettersi in aspettativa e abbandonare le logiche del lavoro; annientare la possibilità veicolata dagli smartphone di essere sempre reperibili; cancellare il mortifero confronto con l’umanità attraverso i social.

Tutto era gestito dai medici, guidati dalla misteriosa figura del dottor Meyer. Non aveva una faccia, né una voce. Reggeva i fili delle sue strutture ma non compariva mai. Rilasciava comunicati stampa per i media e lunghe lettere ai direttori delle cliniche. Dove vivesse, quale fosse la sua età e la sua immagine non era dato sapere. Decenni di studi l’avevano rinchiuso in laboratori dalla luce fredda e dalle temperature stabili. Il suo trattamento rivoluzionario l’aveva reso celebre senza dover mostrare i suoi tratti somatici. Nessuno della clinica Athena l’aveva incontrato, ma avevano avuto una lunga e impeccabile formazione dai collaboratori svizzeri che lui aveva selezionato. Erano genetisti, biologi, chirurghi. Laureati nelle migliori facoltà d’Europa, ricercatori di prestigio. Tutti votati al sogno di un’eterna gioventù. Oltre al ricco curriculum, al personale veniva chiesto un rigido codice comportamentale. Sorrisi, cordialità ma nessuna confidenza con le degenti. L’espressione del viso non doveva far trasparire emozioni. Solo una statica aura di tranquillità.

Alle pazienti era richiesta la totale e assoluta fiducia. Domande e curiosità dovevano essere tenute a bada. Erano lì per tornare fiorenti e belle. Erano informate sull’iter ma non sul reale intervento che avveniva sul loro corpo, sapevano soltanto che sarebbe stata necessaria una lunga anestesia. Il metodo era segreto, una fuga di notizie avrebbe comportato la perdita dell’esclusivo brevetto.

Le donne venivano accolte e coccolate ma non informate. Quando qualcuna di loro faceva domande o, in preda all’ansia, chiedeva di uscire, interveniva il dottor Livolsi con sedute personali, per motivare le scelte e sedare ogni dubbio. Spesso si spingeva a somministrare dei preparati galenici che rilassavano le membra e soprattutto gli umori delle più irrequiete.

Nella villa regnava un placido silenzio, interrotto dalle cicale in estate e dal fischio dei merli in inverno. Ringiovanire significava abbandonare il caos per tornare dentro il liquido amniotico di un tempo sospeso, ovattato, dove si intravedevano solo le ombre di un passato da lasciar andare. Nessun medico proferì parola sull’argomento e a nessuna paziente venne mai in mente che nascere, o rinascere, implicasse anche una sostanziale dose di dolore.

III

Ester aprì gli occhi. Fu un gesto automatico, non percepiva ancora le palpebre. Il risveglio era stato come accendere la luce dentro una stanza buia. Tutto attorno era di un impersonale biancore d’ospedale. Bianco era il tetto, bianche le lenzuola. Bianca era la luce, le pareti senza finestre e pure l’unica porta sbarrata. Stava dentro una scatola imbiancata, che la circondava e la copriva come un sudario.

Non aveva una reale cognizione del proprio corpo nello spazio, eppure c’era. Aveva la piena lucidità dell’esserci; di abitare delle sembianze umane e di generare pensieri. I ricordi erano nebulose di una galassia lontana. Pensava solo a com’era nell’ora, a come sarebbero stati i mesi a venire, dentro a quell’involucro di carne che avvertiva a stento ma immaginava essere nuovo di zecca.

Non riusciva a muoversi, né a guardarsi. Era compressa, schiacciata contro qualcosa che non le consentiva di muoversi. L’unica cosa di cui aveva certezza erano le vibrazioni in petto, dettate dal pulsare regolare del cuore. Se spostava l’attenzione un po’ più in giù, allo stomaco e all’intestino, si stupiva di non sentire nemmeno uno dei tanti budelli intrecciati dentro di lei. Niente ribollire d’acidi e di gas. Un deserto indolore, di cui non riusciva a definire i confini.

Col passare dei minuti, o forse delle ore, comparvero i primi formicolii e poi la sensazione di avere delle lunghe e possenti gambe, con le fibre muscolari in tensione, cariche di acido lattico.

Immaginava l’acido lattico, bianco come il mondo attorno a sé, stillare dai suoi muscoli, scorrere e invadere ogni ansa umida del suo organismo. Un dolore sordo pervadeva ogni centimetro della sua pelle bianca, forse l’unica cosa che era rimasta tale e quale a prima. Non se ne preoccupò: il dolore era di certo uno dei passaggi necessari alla rinascita. Come lo doveva essere stato anche per la nascita, cinquant’anni prima.

Se chiudeva gli occhi, l’oscurità era un pannello bianco. Pensò che fosse impossibile: il buio doveva pur esserci ancora, da qualche parte. Nuotava in un mare niveo e spettrale, sommersa in un silenzio subacqueo. I timpani non captavano nessuna onda sonora, piuttosto un ovattato suono liquido.

Dentro quella strana pace sottomarina, sognava di guizzare come un pesce in spazi infiniti. Attorno aveva un mare lattiginoso da cui non vedeva orizzonti.

Non sentì e non vide la porta aprirsi, d’improvviso le apparvero due volti maschili che credeva di non aver mai visto. Gli uomini non dissero nulla perché vedeva bene le loro labbra serrate e senza espressione. Lei non riusciva a parlare, poteva soltanto spostare lo sguardo su uno e poi sull’altro.

Loro fissavano un punto fermo, un vuoto siderale che partiva proprio dal volto della donna.

Si muovevano lentamente e lei non capiva se era una sua percezione alterata o se quei due si muovessero davvero così piano. Indossavano dei camici bianchi e dei guanti in lattice, tirarono via il lenzuolo e poi, una dietro l’altra, sfilarono delle candide bende che Ester non sapeva di avere addosso. Fu in quel momento che cominciò ad annusare gli odori, in seguito avrebbe raccontato a tutti che il primo aroma, dopo il risveglio, era stato di spezie e di frutta matura. Le era sembrato l’odore più dolce mai sentito prima.

I due uomini in camice, dopo essersi scambiati un’occhiata d’intesa, sparirono dal campo visivo della paziente. Per ritornare poco dopo, con in mano un grande specchio. Tondo, con la cornice bianca, come tutto il resto. Lo misero davanti alla donna che, vedendo il suo riflesso, cacciò un urlo che rintronò tra le pareti immacolate della stanza.

Fu il primo suono che tuonò nel suo cervello dopo l’intervento. Un grido che non le sarebbe mai più risalito dalla gola, acuto e sofferto; non poteva dirsi di terrore piuttosto una lunga nota di dolorosa gioia. Fu il primo vagito della rinascita. Fu lo stupore e la felicità di Ester che, in quella immagine riflessa, non si riconobbe.


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