PERIPLO #17 – Scherzare col fuoco

Testo e foto di Rommàte


Al momento dell’arrivo del corteo nella piazza centrale, caratterizzato da bagliori, scintille e murguer@s va creandosi un cerchio spontaneo di corpi inebriati dall’odore di polvere da sparo, invitati a danzare dalle fiamme, fissità immanenti dell’eterno divenire. È una dimensione sospesa in cui l’ordinaria percezione dello spazio, del tempo e delle identità viene ridefinita in un ricamo orizzontale e pirotecnico che si disfa al momento stesso in cui viene creato. Non ci sono confini sul palcoscenico del panot de flor se non quelli fluidificati da movimenti frenetici, urla di gioia e giochi sfrenati, tra tizzoni che ardono di collettività. È come se la ridefinizione giocosa dei ruoli, momentanea, certo, ma pur sempre reale, voglia esprimersi nel potenziale mai sopito di una rivolta permanentemente insurrezionale. Ci si riprende il qui ed ora in un cerchio concentrico sacro e mutabile che non si lascia strutturare dalle corruzioni mondane, sfuggendo così all’annoso rischio rivoluzionario. È come se le comunità lanciassero dal basso un messaggio rivolto a chi detiene il potere, unite in complicità mascherate in grado di dare fuoco all’abbrutimento della desolazione
individuale.

È dal 1979 che a Barcellona si svolgono i Correfoc. Manifestazioni popolari, fortemente sincretiche negli usi e nei costumi, manipolate da occorrenze, necessità e consuetudini adattabili in grado di far emergere anno dopo anno i processi trasformativi che caratterizzano alcuni circuiti culturali. Protagonisti di questo scenario sono i vari collas (collettivi) di diverse zone urbane che si cimentano nei travestimenti, nelle scenografie incandescenti, nelle danze e nel delirio autocontrollato che imperversa nelle strade del centro. Il senso comune considera la tradizione un qualcosa di fisso e immutabile, in un tempo così lontano che le
conferisce un’aura sacrale, concepita come terra stantia che tiene salde le proprie radici. Un pensiero così serioso, poco incline all’ironia e al gioco… Chi scrive aderisce invece all’idea di Eric Hobsbawn per cui la tradizione è un’invenzione. Il passato è una selezione di elementi utili a performare pratiche e modi di pensare nel presente in modo da riuscire ad immaginare un futuro. Culturale certo, cioè collettivo. È questo quello che è accaduto nella Spagna post-franchista, quando la fine della dittatura ha finalmente liberato le molteplici sfaccettature locali da quel processo di omogeneizzazione e semplificazione violenta che il regime doveva creare per autolegittimarsi attraverso il rigore e la repressione. Vietare le lingue locali, i costumi, le feste popolari sono quelle forme di violenza strutturale così a cuore al fare coloniale, esternamente così come all’interno del territorio in cui si esercita il potere. Durante la transizione democratica furono proprio i governi delle autonomie locali a promuovere il recupero di attività immaginate come identitarie, attraverso selezioni storiche e dando così adito ad una costruzione artificiale anche delle feste. Cosa rimane oggi di tutto questo? La perpetua trasformazione, spinta da una sorta di subcoscienza di classe liminale ma fortemente espressiva. È il popolo che si riprende le strade e le piazze attraverso pratiche di cultura dal basso. Barcellona è una delle città europee in cui i fenomeni di gentrificazione e quindi di colonialismo economico urbano sono più evidenti. La città è intrisa di quel
turismo mordi e fuggi che spinge via gli abitanti dal centro per fare spazio ai b&b e agli esercizi commerciali, quelli uguali da Milano a Hong Kong. Questa forma di appiattimento e di espropriazione della socialità viene disinnescata sulla scena pubblica a cadenza rituale dai correfoc. I cortei dei collettivi autogestiti si fanno spazio tra le migliaia di turisti che incredibilmente in quei frangenti si fanno minoranza, troppo timorati dal rischio del gioco infiammato per farne parte. Non ci sono transenne, gendarmi, ambulanze a conferire quel senso di sicurezza-controllo tanto caro all’incorporazione neoliberale. La cura, in questo tempo spazialmente conquistato da identità collettive e orizzontali, è reciprocità ed emerge dalla responsabilità di ognuno in relazione con l’altra. Il governo territoriale si limita a fornire, attraverso manifestini attacchinati per le strade, alcuni consigli precauzionali. Il resto è in mano ai protagonisti che su quel palcoscenico sono tutti i partecipanti. Come ad un free party fatto bene non c’è distanza tra pubblico e artisti, non c’è qualcuno da idolatrare, lo scorrere del ritmo vitale e scandito da battiti perpetui di tamburi e controtempi concentrici di esplosioni, si ri-abita la città come se fosse rivolta gioiosa. Maschere preparate accuratamente o bardamenti spontaneamente arrabattati per proteggersi dalle faville mescolano gli ego in un grande sentirsi eterogeneo e sfoggiano elementi simbolici che parlano di lotta internazionale localizzando l’entusiasmo nell’effervescenza creativa e comunitaria.

Il fuoco è un elemento relazionale di per sé: mette in immediata comunicazione con l’ambiente e con gli altri. Illuminare l’oscuro, avvicinare l’altrove tangibile alla vista, cucinare, riscaldarsi, raccontare storie intorno ad un falò, fare conoscenza con un semplice “famm’appiccià?”, performare identità collettive in rituali di rinnovamento allontanando il male, sono solo alcune tra le pratiche innescate da una reazione chimica che tanto sa di sociale. Allo stesso modo lo scherzo, il gioco, la risata, sono attività fortemente
sociali. Qualcuno dice che quando si ride si fa irruzione con il proprio corpo nell’interazione con gli altri. Nell’antropologia sono stati studiati dei meccanismi che alcuni modi di essere umani hanno utilizzato per inibire l’interazione violenta e lo scontro fisico: forme di travestimenti tra gli Iatmul della Nuova Guinea, le battaglie satiriche degli Inuit sul palcoscenico pubblico o le danze Nambikwara che precedevano unioni sessuali tra vari sottogruppi scongiurando battaglie di sangue. Giochi teatrali quindi, in cui i ruoli e le percezioni ordinarie venivano ribaltate creando momenti marginali in cui l’alterità diventava norma.

Connessioni che mettono in comunicazione i mondi nei mondi che tessono la storia umana.

I meno romantici, o i più rigidi, potrebbero sottolineare che è in fondo una caratteristica del potere centralizzato quella di concedere spazi immaginifici e momentaneamente performabili come valvola di sfogo, come succede nei film. Va bene contestarlo purché sia finzione. Ci sta … ma quant’è bello il fatto che dal palco di una piazza centrale di una metropoli europea si esibisca un gruppo, tra l’odore di bruciato, che continua a lanciare messaggi in “solidarietà de l@s pres@s e per la libertà del Rojava e della Palestina”? Quant’è bello crescere esercitando sin da bambini, con frequenza rituale, l’utilizzo del fuoco e del collettivismo di piazza? Quant’è bello sentirsi parte di un qualcosa potenzialmente in grado, volendo, di sovvertire totalmente l’ordine costituito perché si è in grado – insieme e dal basso – di farlo?


Periplo è una rubrica curata da Silvia Penso e mariel.
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