di Claudio Bagnasco (dalla raccolta inedita “Storie di santi contemporanei”)
copertina di Chiara Casetta
Il cane della signora Celeste ogni tanto la morde con l’intenzione di sbranarla.
Tra le cose che si dicono all’ora dell’aperitivo c’è che gli aperitivi sono diventati troppo cari, e c’è anche il discorso secondo cui quando si vuole prendere un animale domestico e lo si va a scegliere fra tanti ci si riconosce reciprocamente al primo sguardo, la signora Celeste pur non avendo mai bevuto un aperitivo giura che a lei è andata così, al canile cittadino, sei mesi dopo la morte del marito, quando la tentazione di infrangere la solitudine aveva smesso di sembrarle un tradimento.
La signora Celeste si vergogna a vivere solo delle due pensioni, quindi passa alcune ore della giornata a fare quei bellissimi centrini all’uncinetto che l’hanno resa celebre in città, e che adesso vende a prezzi simbolici ai suoi vecchi clienti più affezionati, tra i quali c’è chi ha deciso che da quando la signora Celeste ha ceduto il negozio non lavora più, perciò in cambio di un centrino non le dà soldi ma le porta magari una bottiglia di limoncello (fatto con i limoni di Sorrento, casomai ci fossero dubbi sulla congruità del baratto).
Col passare del tempo la signora Celeste ha accorciato le passeggiate pomeridiane, ora arriva al massimo alla prima panchina del parco, quella del salice, si siede a leggere il giornale o un romanzo del Novecento e libera il cane, che fa i suoi giri, si prende i complimenti e le carezze degli abitanti del quartiere, poi torna dalla padrona, le si accuccia di fianco ai piedi, si rilassa, sonnecchia.
È di mattina che il cane sferra i suoi attacchi. Dopo la colazione, la signora Celeste esce di casa giusto il tempo di fargli fare cacca e pipì, poi rientra e va in cucina, l’ambiente più luminoso, accende la radio e si mette a lavorare all’uncinetto, mentre il cane si piazza in salotto a guardare il mondo dalla portafinestra, con quell’espressione malinconico-compiaciuta che sanno mettere su solo i cani e i naviganti.
Ci sono mattine in cui l’animale è inquieto, la signora Celeste lo avverte da come tira una volta messi collare e guinzaglio per uscire. Ha imparato che quelli sono i giorni in cui probabilmente verrà ferita e dovrà rispondere per non essere uccisa.
Se, rincasati, il cane resta ad annusare il corridoio, come se si trovasse in un posto nuovo, la signora Celeste si prepara, e dopo aver acceso la radio posa sul tavolo, assieme all’uncinetto e alla scatola dei gomitoli, il matterello.
Può anche non succedere niente, in mattine così, ma è più facile che il cane le salti addosso, eppure la signora Celeste non rinuncia a dedicarsi al centrino con la solita cura, almeno finché non lo sente ringhiare e prendere la rincorsa, a quel punto posa tessuto e uncinetto e impugna il matterello ma il cane le è già addosso e ha conficcato i denti nella coscia o nell’avambraccio, la signora Celeste lo lascia fare, aspetta che rifiati e valuti come continuare lo strazio, è allora che lo colpisce alla testa col matterello e lo vede barcollare un po’ per la cucina prima di andarsene, pacificato, in salotto, rimasta sola la signora Celeste tampona alla meglio la ferita, asciuga il sangue gocciolato a terra, si risiede e telefona a sua sorella Valentina, ex infermiera, che capisce tutto dal garbo eccessivo delle prime parole, “Ti sei fatta mordere di nuovo”, “Sì”, “Arrivo subito”, “Grazie”, nell’attesa la signora Celeste si augura di non morire dissanguata e lascia che il dolore porti con sé i ricordi più segreti, le bestemmie infilate nelle preghiere per convincersi della propria perdizione e dell’indifferenza di Dio, il silenzio sui furti di denaro della commessa tenuta nel negozio per dieci anni, la tossicodipendenza del figlio minore, sino ad arrivare alle due settimane di quella folle storia d’amore col cognato, il marito di sua sorella Valentina, la quale trova la signora Celeste pallidissima, lo sguardo posato su verità lontane e un mezzo sorriso così poco adatto alla situazione.
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