di Matteo Marenco
copertina di Ambra Nardi
So da dove vengo, anche se ogni tanto mi sembra di non ricordare. Dove andrò? Quando penso di conoscere la destinazione vengo sempre smentito, e rimango nel dubbio.
Prima di svoltare su questa strada piena di negozi, ho sceso la via che da casa porta verso il centro. Eccomi: giubbotto antivento, jeans larghi e le mie scarpe. Cosa ho calpestato camminando fin qui? Foglie secche, un biglietto dell’autobus, mozziconi di sigaretta. Niente di straordinario. Eppure quegli occhi gialli, semichiusi, con le pupille che sembrano due tagli sottili, non mi hanno lasciato. Mi parlavano, cercavano di coinvolgermi e io ci sono cascato. Un passo alla volta.
E adesso, dove sto andando? Lo sento, non è una suggestione, il prossimo passo sarà l’ultimo. Gli occhi maligni torneranno e mi risucchieranno. Sollevo la gamba da terra, il mio corpo si sbilancia in avanti, do un’occhiata intorno: il parco, le querce più alte della città; poco oltre cominciano i binari della ferrovia, un signore sta venendo verso di me, ha l’aria stanca e un cappello sporco di vernice schiacciato sulla testa; una panetteria, le crostate: vedo il loro profumo. La mia scarpa si sta abbassando verso il marciapiede per l’ultima volta. Suola. Asfalto. Ci siamo. È così che arriva la fine, all’improvviso, come uno sgambetto da bambini.
Mi tocco la faccia per vedere se sono morto. Sono ancora vivo. Occhi gialli, allora, cosa diavolo volete da me?
E così continuo a camminare, che altro posso fare, dopotutto. Ci sono volte in cui non mi accorgo di mettere un piede dopo l’altro e andare avanti, allora tutto va bene. Appena la mia testa realizza, come adesso, le cose si complicano. Là in fondo c’è la piazza del quartiere, inizio a vedere i banchi del mercato e i carrelli delle signore, lenti e autorevoli. Peccato, a me è sempre piaciuto andare al mercato; peccato, che questo è il mio ultimo passo e il mercato non lo vedrò più. Cosa vedo? Di nuovo gli occhi gialli. A dire il vero nemmeno li vedo, come vedo questo asfalto e queste macchine. Li sento, come sento l’angoscia e la paura. Si può sentire qualcosa fino al punto di vederla? Alzo il piede e inizio a dirvi addio. Troverò un altro lavoro? Detesto chi continua a dirmi di avere fiducia. Avere fiducia è faticoso e a me le energie servono per trovare un altro lavoro che non arriva. Non lo troverò un altro lavoro. Che poi non mi interessa, un lavoro. Solo che devo trovare un mio posto nel mondo, c’è questa moda, e sembra che non si possa fare altrimenti: trovati un lavoro e troverai un posto nel mondo. Io, invece, finirò in un parco a dormire e di giorno camminerò per le strade. Questo sarà il mio lavoro. Ed è per questo che collasserò, non avrò le forze, morirò di freddo, o di caldo, ultimamente si muore molto di caldo. Ma che dico, sto morendo adesso, mi ero quasi scordato. Ogni tanto uno pensa a cento cose e si dimentica di quelle importanti davvero: questo è l’ultimo mio passo sulla Terra, come ho fatto a dimenticarmene? Li sento, gli occhi gialli che mi strangolano, è un filo sottile di metallo, lo sento, il piede che si abbassa verso i san pietrini. Per terra c’è una coppetta di gelato vuota, sembra appiccicosa. La evito, non voglio andare all’inferno per averla schiacciata. Suola. Asfalto. Addio. Non respiro più finché torno a respirare. Sono stato stupido a caderci di nuovo.
Quando penso di conoscere la destinazione vengo sempre smentito, e rimango nel dubbio. E nel dubbio, cammino. C’è sempre coda al banco delle caramelle. Era il mio preferito. La nonna mi comprava i ciucci morbidi ricoperti di zucchero. Io li strappavo e sentivo di prendere a calci l’infanzia dall’alto della mia preadolescenza. In cambio delle caramelle lei pretendeva che io mangiassi le verdure, ogni volta una diversa. Alcune volte vinceva lei, altre io e le verdure le sputavo in un tovagliolo appena si girava. Oggi la piazza è diversa, il quartiere è cambiato. Il sindaco ha detto che è stato riqualificato, adesso passa l’alta velocità poco lontano e siamo meglio connessi con il resto del mondo. L’alta velocità in città non va ai trecento all’ora, però fa un gran casino e secondo me chi ha tracciato le linee di questi binari abita lontano. A me tutto questo progresso non convince. Ecco, mi sono di nuovo dimenticato: cammino. Quanti passi ho fatto dall’ultima volta che ci ho pensato? Non importa, non importa più, adesso che sto per fare l’ultimo passo della mia vita. L’ultimo – o forse il penultimo? – impulso parte dal cervello e fa muovere il femore. Sento il ginocchio piegarsi e poi alzo il piede. Ho bisogno di aria, non riesco a trovarne. A me tutto questo progresso non convince. Dove ci ha portato? A vivere sotto una coperta di inquinamento che scalda e scalda e scalda finché brucerà. Da bambino queste strade erano più fredde, ricordo la nonna con la sciarpa e i guanti e le calze spesse ruvide. Gli occhi gialli parlano chiaro: avete tirato troppo la corda, non ve la caverete più. La palla su cui girate si vendicherà, vi pentirete di tutto questo. Anche se a me il futuro non interessa più. Vedo la punta del piede e la seguo con gli occhi mentre va verso l’asfalto. La fine arriva così: un passo prima ci sei, poi non ci sei più. Gli occhi diventano sempre più gialli e poi arancioni e le pupille sono ancora più sottili e sembrano delle fessure dove si infilano le monete. Potessi, li pagherei, gli occhi gialli, per sopravvivere. Ma non posso e allora vado. Vado…
Un signore mi viene addosso e mi dice Guarda dove metti i piedi. Gli rispondo che stavo facendo proprio ciò che mi suggerisce. Vaffanculo, mi dice. E capisco che ci sono ancora. Ma come si fa a sopportare questa minaccia continua? Supero la piazza, attraverso i binari del tram e vado verso il parco dove giocavamo alle elementari. Penso che lì, alle elementari, non sapevamo di questa storia del posto nel mondo. Tutto iniziava e tutto finiva al parco. Semmai cercavamo un mondo nel posto. Stazione centrale. Vedo la scritta mentre cammino attraverso il parco. L’ombra inizia a scendere sulla facciata della stazione. Ci incontravamo a questo bar che adesso ha cambiato gestione. Quando eri in ritardo mi incazzavo anche se non era colpa tua, il treno non lo guidavi tu. Abbiamo smesso di incontrarci quando mi hai detto che il nostro amore si era consumato e io ti ho detto che ero d’accordo. Ero d’accordo? Guarda un po’, uno, mentre pensa, quanti passi fa. Vedo gli occhi gialli e sento come una porta blindata sbattere. Nessuno intorno a me pare udire il rumore che ha fatto. Scuoto la gamba per essere sicuro: sto camminando. Non ho bisogno di vedere il piede che si alza. Lo so, è il mio ultimo passo e che gusto c’è, a osservare la propria fine? Meglio non guardarlo, il film tragico con protagonisti se stessi. Gli occhi maligni pulsano e mi sembra di sentire il loro battito. Mi suggeriscono dei pensieri. Rimarrò da solo. Rimarrò da solo, non merito l’amore che mi hai dato, non merito l’amore di nessuno. E come farò, quando mi ritroverò solo? Non riuscirò a pagare le bollette, i vicini mi denunceranno per la spazzatura accumulata fuori dalla porta, la sera mi ripeterò che avrei dovuto rimanerti vicino, mi trasformerò in un verme almeno la forma del mio corpo sarà coerente con la mia anima. Ma per fortuna non ci sarà tempo. C’è qualcosa di bello nelle ultime volte, ti tolgono la possibilità di vivere certi incubi. Anche se morire proprio qui, vicino al bar dove ci incontravamo, mi fa incazzare. Vedo gli occhi sbucare da dietro a un cespuglio. Le fessure si aprono e si chiudono, si aprono e si chiudono, si aprono e si chiudono. Respirano. Più si avvicina la fine più mi vengono incontro. Sembra che vogliano combattere ma io non so combattere. Abbattetemi. Do un’occhiata verso il basso e vedo il piede e lo so. So tutto quello che sta per capitare. Il polso si piega e il gomito… non avevo mai sentito un dolore così al gomito. È l’asfalto? All’inferno c’è l’asfalto? Mi ritrovo a guardare il cielo e la testa mi gira. Sento sapore di sangue sulla punta della lingua. Sono accartocciato vicino al cespuglio, gli occhi non ci sono più. E rimango nel dubbio.
Sta facendo buio e così faccio una cosa che mi piace fare quando fa buio. Vado verso il fiume a cercare il tramonto. La maglietta è sporca di sangue e zoppico. Tutti mi guardano, o forse no, è solo una mia impressione e nessuno si accorge di me. È solo la botta, penso, e vado avanti, finché il dolore passa. Il lungofiume è il mio posto preferito al tramonto. L’ho già detto? È il mio posto preferito perché a un certo punto inizi a vedere i lampioni nell’acqua e ti chiedi se sia solo un riflesso o si nasconda un altro mondo sotto la superfice. Certo: i colori, le rondini, il sole che chissà dove va, piacciono anche a me; ma ciò che mi fa tornare qui è questo altro mondo che cerco. Non so dargli una forma né un nome, però mi pare che ci sia. E allora cammino. Cammino così a lungo che mi dimentico di camminare, come succede con il respiro. Quando mi accorgo di respirare penso subito a come sarebbe se smettessi di farlo. Mi capita anche con i passi e lo sento, lo sento, percepisco quel tremore, sta succedendo di nuovo. Alzo lo sguardo e in lontananza, verso il sole già debole, vedo gli occhi gialli. Sono più grandi del solito. Si avvicinano, non arrivano mai; sembrano correre da fermi, o forse sono io che scappo. Abbasso il mento verso la strada, ho ancora la scarpa sporca di terra da prima. Penso che dovrei pulirla, poi mi rispondo ciò che non vorrei mai sentire ma che torna ogni volta: è inutile, è l’ultimo passo. L’ultimo passo di questa tua vita. Dubito un istante e poi entro nel vortice. È il 1943 e sono in montagna. Ho diciotto anni e un anno fa ho deciso di salire con i compagni. Con la mamma ci siamo salutati e le ho promesso che sarei tornato presto. Dovevo vendicare papà e liberare questo Paese. Poi arrivo in trincea e sento l’odore di vita che si mescola a quello di morte. Sento un commilitone gridare, è stato ferito ieri pomeriggio, ha la gamba gonfia e viola. C’è qualcuno che ride. Sono due ragazzi veneti, giocano a carte contro altri due. Li vedo appena, sdraiato come sono nella terra. Quegli altri sono di Roma, forse, non capisco bene il loro accento. Vorrei giocare anch’io, ma sembrano così amici e poi da quando viviamo come i lombrichi ho perso la voglia di giocare. Torno in montagna ed è il giorno che scendiamo. Riabbraccio mia mamma, ho vendicato mio padre ma capisco che la giustizia non si fa con la vendetta. Comunque ci sembra di nascere un’altra volta e dovere reimparare a vivere. Il giorno dopo andiamo in città e gridiamo e beviamo e schizziamo l’acqua sulla gente a ogni fontana che incontriamo. La guerra è finita. Caccio una mosca che si era posata sulla guancia e torno all’oggi. Dal fiume salgono delle colonne di fumo grigio. Le esplosioni sembrano prima lontane, poi sempre più vicine. Un uomo si lancia dal terrazzo, mentre il palazzo in cui abita sta per sbriciolarsi. Lo seguono una donna e una bambina. E io corro. Io corro e adesso non ho più dubbi. È ricominciata la guerra. Mi avvio verso l’ultimo passo, gli occhi gialli adesso sono sopra la mia testa. Sposto il peso in avanti e sento la terra sprofondare. Mi accorgo che è solo una sensazione, mi sembra di sprofondare perché ho paura. In realtà tutto va bene e adesso sono persino spariti gli occhi che mi minacciavano. Bastardi che vanno e vengono. Se ho superato questa, posso superarle tutte. E continuo a camminare. Metto un piede dopo l’altro senza più il terrore che ogni passo sia l’ultimo. Sento una brezza fresca, mi chiedo se prima ci fosse. Se c’era, non la sentivo. Il cielo sta diventando blu e riesco a vedere qualche stella. Le seguo, traccio delle linee immaginarie che partono da su e vanno fino ai lampioni nell’acqua del fiume. Sono arrivato al ponte, cosa succede, gli occhi gialli sono tornati, vengono verso di me ma questa volta sembra che mi raggiungano, mi raggiungono, sento qualcuno che urla, mi raggiungono, un suono improvviso, mi raggiungono, uno scricchiolio di ossa, mi raggiungono, la gamba non la sento, o è tutta un’impressione, mi raggiungono, è quasi sera, mi raggiungono, delle sirene, mi ricordo del traffico che complica la città, mi raggiungono. Gli occhi gialli, mi raggiungono.
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